Architetture presto inutili – Paesaggi digitali

credits: http://www.flickr.com/photos/10404945@N05/884242901

La storia dell’uomo può essere narrata attraverso oggetti —e funzioni— inventati in relazione alle contingenze. In ogni epoca individui o gruppi di persone si sono dotati di strumenti materiali che, grazie alla loro utilità, hanno aiutato l’uomo a sopravvivere e a vivere.
In relazione alla piramide di Maslow, è affermabile che l’uomo occidentale contemporaneo ha più o meno le possibilità e capacità di arrivare ai vertici della gerarchia dei bisogni. Tali bisogni sono spesso soddisfatti attraverso gli oggetti e le loro funzioni, ad esempio: una ciotola per abbeverarsi o raccogliere il cibo; la casa per ripararsi, cucinare, riposare, amare; un elemento simbolico (da un totem ad una chiesa) utile a identificarsi e a consolidare il senso di appartenenza. Oltre alle funzioni primarie si trovano tutti quei bisogni riconducibili a simboli e oggetti che un tempo erano accessibili a pochi individui, ma che nel mondo occidentale e contemporaneo sembrano scontati e dovuti. Automobili, gite fuori porta, computer, vestiti, trattamenti di benessere, telefoni, etc. sono figli di questo incredibile periodo di benessere che sempre più individui stanno vivendo. Parallelamente le città si dotano di servizi e infrastrutture utili a supportare lo sviluppo e la crescita della ricchezza e del benessere. Nel contesto urbano i cittadini, supportati dalle politiche del welfare state, possono godere di trasporti pubblici efficienti, parchi, scuole, erogazione di luce, ecc. Non solo i governi offrono funzioni e servizi, infatti i privati, in luoghi deputati (ristoranti, cinema, palestre, negozi in generale) vendono qualsiasi cosa.
Nella società del consumismo tutto è voluto, tutto è venduto, in qualsiasi forma, in qualsiasi luogo. Soffermandosi sulla dimensione materica degli oggetti e dei luoghi deputati ad accoglierli, mostrarli, consumarli, oggi stiamo vivendo un processo di smaterializzazione o digitalizzazione di tali oggetti e servizi. Tra tutti si può pensare alla musica che è fruita digitalmente senza bisogni di supporti materici: i vecchi dischi, musicassette, cd. Tutto corre sul filo delle Information and Communication Technologies, e a volte anche senza fili, se si pensa al Wi-Fi. Quali effetti potrà avere questo cambiamento nelle nostre città? Se gli oggetti si smaterializzano, cosa succederà ai luoghi di vendita e consumo dei prodotti? Da cosa verranno sostituiti questi spazi/servizi? La crisi dello spazio pubblico aumenterà ancor di più oltre agli effetti dati da automobili, tv e paura?
A termine di questo articolo provo a raccogliere, in modo più o meno esaustivo (in un ordine poco ragionato) tutti quei luoghi che oggi sono scomparsi o in procinto di perdere la loro funzione a causa della conversione digitale.

ciò che era/è il passato o presente -> (sostituito/a da) -> ciò che è/sarà il futuro o presente

  • sale giochi -> console e mobile game
  • cabina telefonica -> cellulare
  • agenzie di viaggio -> booking on-line
  • poste -> e-mail
  • cambia valute -> sportello bancomat
  • banca -> home banking
  • negozi di musica -> pirateria di musica digitale e itunes store
  • cinema porno -> youporn e compagni
  • librerie e edicole -> ebook, blog
  • museo -> visite virtuali
  • caselli autostradali -> navigatori satellitari e sistemi di pagamento on-line
  • stadio -> streaming on-line
  • copisterie e laboratori di sviluppo e stampa -> schermi digitali
  • qualsiasi luogo deputato all’incontro e alla comunicazione -> chat e video chiamata

Architettura organica vivente

Goetheanum_primo_secondo
Cammino, o meglio, mi perdo. Un fabbricato di media grandezza mi si para davanti e attrae lo sguardo e il corpo verso il suo singolare ingresso. I miei passi vengono accolti, ascoltati, afferrati, inglobati dalla concavità che esalta la forma di questo confine tra esterno ed interno. Sollevo gli occhi davanti ad una grande porta, su cui un arco tanto ben scolpito rende quasi leggibili le tensioni strutturali che al suo interno vivono in continuo conflitto. Mi decido, entro. Una parete convessa avanza verso me, gonfia mi respinge, generando la possibilità di muovermi solo verso una stanza alla mia destra o un’altra a sinistra. Mi sporgo verso quella di destra ed un ambiente dipinto di rosso accelera i mie battiti lasciandomi percepire un certo calore, forte, espressivo ma anche severo e solenne che mi impegna a proseguire. Un’apertura si mostra tra le superfici curve della stanza invitandomi in un corridoio che si stringe verso il fondo e verso il buio. La costrizione aumenta non appena capisco di aver raggiunto la  cantina. L’aria rarefatta e l’odore di chiuso di quel locale mi costringono a correre verso l’unica luce visibile che illumina le scale che portano verso spazi più ampi. Ora sono su una terrazza che si affaccia sul giardino retrostante, qui inondato dal verde gioisco e respiro a pieni polmoni. Mi volto per rientrare e rimango esterrefatto nel vedere il retro dell’edificio districarsi in una facciata a più curvature concavo-convesse, che ricordano molto l’inarcarsi suadente della schiena umana. Rimango in estasi per qualche secondo di fronte a quelle superfici, rispecchiandomi in queste e sentendomi pienamente vivo. Rientrato nel fabbricato uno spigolo tagliente mi separa dall’ingresso all’ultima stanza. Le pareti levigate e rette di questo varco mi consentono di abbandonare il piano del vivente per tornare nell’ambito del non vivente, del minerale. Il blu che riempie la nuova stanza mi rende passivo, calmo, freddo, sereno, confortato. Qui sprofondo in una silenziosa contemplazione. Sospiro osservando nel mezzo della stanza una sfera, sollevata rispetto ad ogni superficie che la circonda. Questa si lascia osservare nella sua perfezione spaziale, consigliandomi di rimanere lì a godere della sua scultorea artisticità.Questa descrizione è un’immagine creata dalla mia mente in risposta alla domanda: «cos’è un architettura organica vivente?». Si può venire facilmente a conoscenza di cos’è l’architettura organica, basta citare architetti celebri quanto Frank Lloyd WrightGionanni MichelucciPaolo Soleri, Pir Luigi Nervi, Carlo Scarpa e molti altri che sono ad esempio segnalati sul sito dell’ADAO.  Per dissetare maggiormente la sete di conoscenza, e per sottolineare il forte fermento culturale italiano per questa corrente architettonica parallela al Movimento Moderno, diventa doveroso citare il nome di Bruno Zevi, architetto, storico e critico d’arte, fondatore nel 1945 dell’APAO, Associazione per l’Architettura Organica[1].  
Rudolf_Steyner-House_Duldeck,_DornachCapito il grande bacino di appartenenza dell’architettura organica vivente, si deve specificare quanto questa corrente sia legata ad un altro personaggio importante, filosofo, architetto e molto altro: Rudolf Steiner. Di cui, oltre a ricordarlo come il promotore dell’antroposofia, vorrei sottolineare il suo ruolo da progettista di opere importanti come il Goetheanumrealizzato in due diverse occasioni una tra il 1913 e il 1922 che venne bruciata ed un’altra, oggi visitabile, costruita tra il 1924-1928 a Dornach (Svizzera). Altro esempio emblematico delle  capacità da grande architetto può essere “casa
 Duldeck”, sempre a Dornach, 1915, che vi mostro nell’immagine qui a fianco.  Dolente rimane il fatto che Steiner architetto, e l’architettura organica vivente in genere, non trovano ancora oggi molto spazio nell’ambito dell’insegnamento accademico[2] e nella letteratura di settore. A tal proposito, per sopperire a tale mancanza, vi segnalo un libro che ho usato come supporto per scrivere questo articolo, ovvero Architettura organica vivente[3] di Stefano Andi.

Molte sono le opere e gli architetti che oggi si schierano tra le fila di questa corrente architettonica, per darvi qualche riferimento qui al fondo vi riporto alcune immagini con annessi link per una rapida suggestione. Concludo dando un ultimo spunto per una riflessione. Da un pò penso a cosa accadrebbe se si mescolassero il sapere proprio dell’architettura organica vivente con i significati molto più attuali del metodo del riuso nel fare architettura, oggi sempre più presente come trend nella progettazione. Chissà cosa nascerebbe da un matrimonio di questo genere. Staremo a vedere.

NEDERLAND-HOOFDKANTOOR-GASUNIE

Alberts & Van Huut _ Sede centrale della compagnia del gas “Gasunie”, Groningen (NL), 1994klinik schelbronn

Portus architekten _ Ampliamento edificio per terapia, Öschelbronn ,1987Architettura organica vivente-Imre makovecz

Imre Makovecz _ Centro sociale, Mako, 2002

Imre makovecz_chiesa cattolica Pakd

Imre Makovecz _ Chiesa cattolica, Pakd, 1987-91


[1] Di cui la Dichiarazione dei Principi fu pubblicata sulla rivista “Metron”, n°2, Ed. Sandron, Roma, 1945. Rivista di cui lo stesso Bruno Zevi ne fu fondatore.

[2] Cito un testo come esempio su cui personalmente affrontai gli studi universitari: Frampton K, Storia dell’architettura moderna, Zanichelli, 1993.

[3] Andi S, Architettura organica vivente, Se, 2008.

Landscape Urbanism

07lowry_Page_3_Image_0002

Natura e città. Paesaggio e urbanistica. Due termini che sono sempre stati in contrapposizione come una coppia di termini antagonisti. Ma, urbanistica e architettura del paesaggio, come discipline separate, sono un prodotto del XX secolo. Nelle antiche civiltà, gli insediamenti erano attentamente costruiti per interagire sia con gli aspetti produttivi ma anche simbolici del territorio e si materializzavano come uno specifico modo di vedere il mondo. Le caratteristiche topografiche e i sistemi idrologici erano importanti sia a livello pragmatico che simbolico e il costruito e il non-costruito lavoravano come un ecosistema, in una dimensione in cui il paesaggio costituiva l’assetto strategico per lo sviluppo.
Sono della fine dell’Ottocento i progetti e le realizzazioni di Frederick Law Olmsted che pongono le basi per la ricostruzione di un tale rapporto e propongono nuovi paradigmi per lo sviluppo urbano. Nel suo Emerald Necklace per Boston, l’integrazione tra paesaggio, infrastrutture e architettura viene ottenuta tramite un lavoro sul livello orizzontale, tramite la definizione degli usi rispetto agli spazi, tramite il collegamento di luoghi specifici come parte di un disegno territoriale riguardante l’intera città e tramite il collegamento tra le risorse di superficie e quelle sotterranee (principalmente idrologiche).
Il landscape urbanism è nato qualche decade fa come critica alla disciplina tradizionale dell’urban design e come alternativa al “New Urbanism”. Il termine è stato coniato da Charles Waldheim e il concetto è stato sviluppato con la collaborazione di Alex Krieger, Mohsen Mostafavi e James Corner.
Nel suo manifesto, Charles Waldheim definisce il landscape urbanism come un “disciplinary realignment in which landscape replaces architecture as the basic building block of contemporary urbanism. Landscape has become both the lens through which the contemporary city is represented and the medium through which it is constructed”.1
Il landscape urbanism è sia un’ideologia che una pratica. In termini ideologici pone che la città venga immaginata, concepita e progettata come se fosse un paesaggio. L’idea rifiuta il dualismo città – campagna e suggerisce un nuovo modo di vedere i complessi e le molteplici interrelazioni tra natura e cultura e che il paesaggio non debba più essere semplicemente un piano scenico, uno sfondo, ma l’attuale motore per lo sviluppo urbano. Il paesaggio ha sempre giocato un ruolo nella costruzione della forma della città ma, scrive Corner, il landscape urbanism va oltre i parchi, gli spazi pubblici e i giardini, suggerendo una grande interdisciplinarietà tra le scienze della pianificazione e l’ecologia, la geografia, l’antropologia, la cartografia, l’estetica e la filosofia, suggerendo una pratica multiscalare. Una pratica così definita è volutamente plurale, inclusiva e proiettiva. In questo senso è utopica, quindi inevitabilemente irrealizzabile e incompleta, ma questo è precisamente il suo valore: “landscape urbanism provides a hopeful and optimistic framework for new forms of experimentation, research and practice. It is in essence an emergent idea, an indeterminate promise”.2
Lo sviluppo industriale e la produzione di massa del XX secolo hanno causato la struttura attuale della città che continua a evolversi tra i luoghi abbandonati della deindustrializzazione e lo sviluppo delle reti virtuali. Non è una coincidenza dunque che una forma “aggettivamente” modificata di urbanistica (che sia landscape o ecological) sia nata come la più robusta e completa critica al progetto urbano degli ultimi decenni. Secondo Waldheim, le condizioni strutturali che hanno portato ad un’urbanistica orientata all’ambiente sono emerse esattamente nel momento in cui i modelli europei della densità urbana, della centralità e leggibilità della forma della città sono incominciati ad apparire sempre più lontani e quando la maggior parte di noi ha incominciato a vivere in luoghi più suburbani che urbani, più vegetali che architettonici, più infrastrutturali che chiusi.
Molte sono le critiche che a livello accademico e professionale vengono rivolte alla teoria e pratica del landscape urbanism. Noi possiamo vedere i progetti che tentano questo approccio e giudicarne il risultato.

Note

1. Waldheim Charles, A reference manifesto, in Charles Waldheim (a cura di) (2006), The Landscape Urbanism Reader, PrincetonArchitectural Press, New York, p. 15
2. Corner James, Landscape urbanism in the field, in Topos, n.71

Testi di riferimento

Corner James (a cura di) (1999), Recovering Landscape, Princeton Architectural Press, New York
Charles Waldheim (a cura di) (2006), The Landscape Urbanism Reader, PrincetonArchitectural Press, New York
Rev. Topos, Landscape urbanism, n.71, 2010

Design autoprodotto – necessità o virtù

chiuso-il-festival-open-design-italia-l-ascesa-design-autoprodotto-continua

“Childhood Memories I” by Nicolas Cheng – vincitore dell’OpenDesignItalia 2010

Da alcuni anni aumentano sempre più gli eventi e le manifestazioni, come la Operae Design Shop&Show, la Tent London e i vari MART di Designboom, che vedono protagonisti designer che praticano l’autoproduzione dei propri progetti.

In un mercato ormai saturo di prodotti industriali, il design autoprodotto sta prendendo sempre più piede. Le categorie merceologiche sono le più varie e spaziano dagli oggetti per l’arredamento a quelli per la persona, frutto della creatività e del lavoro di designer che gestiscono direttamente l’intero processo progettuale, dalla definizione dell’idea fino alla sua produzione e distribuzione.

Un nuovo fenomeno oggi  al centro dei dibatti delle design week internazionali, una nicchia meno conosciuta e meno recensita ma decisamente molto produttiva.

L’autoproduzione, se sul piano teorico costituisce una sorta di affermazione di autonomia, in pratica si traduce spesso in una vera e propria strategia autopromozionale, con la quale i giovani designer cercano di entrare in contatto con il mondo dell’industria, con la speranza di stabilire un rapporto di collaborazione. Altre volte costituisce invece un passo verso forme di produzione gestite in proprio, tra l’artigianato e la piccola serie, si delinea così una figura di designerartigiano o di designer-piccolo imprenditore. Muovendo sempre da un rinnovato interesse per la manualità e la sperimentazione diretta sulla materia, l’autoproduzione può diventare dunque la via maestra per coinciliare il bisogno di creatività di giovani designer.

“Noi facciamo, noi produciamo” sembra essere questo il motto degli studenti della facoltà di Design e Arti della Libera Università di Bolzano che sono sbarcarti al FuoriSalone di Milano con FUCINA, una collezione di oggetti autoprodotti. Un’idea coraggiosa se si pensa a un sistema in cui università e mondo del lavoro si parlano poco e l’imprenditorialità giovanile è un fenomeno ormai  raro che si perde nelle tortusità della burocrazia. Proprio per questo il nome FUCINA, un luogo dove idee appena nate e ancora “incandescenti” possono essere affinate e forgiate fino a realizzare un prodotto maturo per il mercato.

A dare il via a questo progetto under 30, l’ impulso del preside Kuno Prey con la collaborazione di uno studente di design Nicola Gatti e un neolaureato in economia Arnbjorn Eggerz, che insieme hanno studiato la piattaforma per la gestione e la distribuzione dei progetti realizzati dagli studenti negli ultimi anni.

È interessante notare come i nuovi designer che non abbiano accesso diretto al processo industriale, ma un forte bisogno di produrre i proprio oggetti, con la pratica dell’autoproduzione e con risorse limitate, stiano trasformando il volto del nuovo design contemporaneo.