Teorie e politiche della Sostenibilità

La conoscenza e la coscienza del degrado della biosfera e del ruolo giocato dall’uomo in questo processo hanno portato molti scienziati e pensatori internazionali a sviluppare teorie volte ad invertire questa tendenza. Oltre ad azioni tattiche e contingenti, la loro reale sfida è quella di individuare strategie di lungo periodo che siano in grado di sostenere uno sviluppo sinergico con la capacità della terra ed i suoi limiti. Proprio in questo senso, pur con distinguo sulle priorità da seguire, tutti gli esponenti del nuovo paradigma mondiale basano le loro teorie su azioni sociali e politiche volte al cambiamento dei nostri modelli di consumo e produzione.

Teorie generali sulla sostenibilità

Il Club di Roma

Il club di Roma fu fondato nell’omonima città nel 1968 dall’imprenditore Aurelio Peccei e dallo scienziato Alexander King insieme a politici, intellettuali e numerosi premi Nobel. Proprio in coincidenza con la prima crisi petrolifera internazionale, il club commissionò una ricerca al MIT al fine di analizzare la disponibilità di risorse, lo stato ambientale e la possibilità di sviluppo in questo contesto.

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Aurelio Peccei, fondatore del Club di Roma ed ispiratore del primo rapporto sullo stato del pianeta, fonte Fondazione Aurelio Peccei  

Nel 1972 venne pubblicato quello che è globalmente considerato come il primo manifesto della sostenibilità moderna; la commissione del MIT coordinata dallo scienziato Donatella Meadows, da cui prese il nome la relazione finale del gruppo di ricerca, mise in luce la stretta relazione tra impatti ambientali ed una serie di variabili. Le grandezze in crescita erano rappresentate da popolazione mondiale, produzione alimentare ed industriale, consumo di risorse ed inquinamento. L’impatto ambientale veniva per la prima volta misurato e se ne forniva addirittura una formula:

Impatto Ambientale = popolazione umana x quantità di beni consumati x necessità di materie prime per unità di bene prodotto

Il merito della relazione è quello di mettere in evidenza i limiti dello sviluppo; il concetto di flussi di materia ed energia e di immissione ed emissione ambientale erano noti e palesati già ai tempi e chiaramente si individuava soprattutto nella capacità di assorbimento il vero fattore limitante dello sviluppo. Le risposte ai quesiti di sviluppo ambientale, coerentemente con la formulazione precedente del problema, venivano rintracciate nella riformulazione dei metodi di produzione e consumo dei paesi sviluppati. La commissione proponeva azioni a breve termine sull’efficienza dei processi per ridurre la necessità di materie prime per unità di bene prodotto. Il filone dell’ecoefficienza ha da allora fatto passi da gigante ed è ampiamente condivisa quale meccanismo di riduzione dell’impatto antropico sull’ambiente.

Il rapporto Bruntland

La commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo (World Commission on Environment and Development, WCED), presieduta da Gro Harlem Bruntland, pubblicò nel 1987 una relazione dal titolo Our Common Future formulando la prima definizione di sviluppo sostenibile. Essa pone perlomeno due punti di riferimento nella questione della sostenibilità ambientale. In primo luogo, dato il riferimento culturale antropocentrico, il carattere etico della sostenibilità; in secondo luogo il superamento della teoria lineare causa-effetto delle precedenti formulazioni della sostenibilità introducendo il concetto di processo anche in quest ambito rifacendosi alle teorie della complessità e vedendo in esso un equilibrio dinamico piuttosto che una successione temporale statica. Secondo la commissione Bruntland la sostenibilità doveva realizzarsi secondo un processo non slegato dall’ambito civile, sociale ed economico, avendo nello “sviluppo”, inteso come equo soddisfacimento di bisogni ed aspirazioni dell’uomo a livello globale, il suo presupposto. Da queste premesse nascono i filoni della sostenibilità economica e sociale. La rivoluzione industriale veniva individuata come punto di svolta della disuguaglianza sociale nel mondo e la povertà dei paesi in via di sviluppo come elemento scatenante della distruzione ambientale in quei paesi: la catena di povertà e depauperamento delle risorse ambientali sono in effetti destinati ad alimentarsi reciprocamente perpetrando uno stato di disequilibrio mondiale.

Il punto di vista della commissione ONU secondo cui la sostenibilità è un fenomeno globale che coinvolge discipline diverse, da quelle economiche a quelle delle politiche sociali ed ambientali, è ormai condivisa ed è entrata a far parte dei luoghi comuni più diffusi ed all’ordine del giorno delle agende internazionali, il problema si pone di fronte alle strategie per attuarla.

Sostenibilità forte e debole

La riduzione degli impatti ambientali passa da un equilibrio di flussi di input ed output di risorse. Herman Daly formula al proposito la teoria dell’economia dello stato stazionario, la steady-state economics, in cui vale il principio fondante del rendimento sostenibile, secondo il quale, nella gestione delle risorse, la velocità di prelievo e di emissione deve essere pari al potere rigenerativo e di assorbimento del sistema relativo. Considerando le capacità di rigenerazione ed assorbimento come capitale ambientale, il peggioramento delle prestazioni ambientali è assumibile al consumo del capitale economico, dunque non sostenibile. Il principio qui formulato è quello di capacità di carico, tuttavia Daly individua due vie per mantenere il capitale intatto, a seconda del sistema di riferimento che si sceglie. I concetti di sostenibilità forte e debole distinguono tra capitale sociale, capitale tecnico, capitale naturale e capitale conoscitivo. L’approccio debole alla sostenibilità considera il regime stazionario della somma dei capitali, in base alla quale i valori in gioco possono essere considerati intercambiabili ai fini del risultato di regime stazionario. La sostenibilità forte considera invece ogni sistema di beni come separato ed interdipendente dagli altri il cui valore deve mantenersi costante nel tempo. Le scelte che derivano dall’uno o dall’altro approccio possono essere diametralmente opposte.

Principio di precauzione

Il principio precauzionale condensa alcuni dei saperi più tradizionali dell’umanità; nonostante sia contenuta in linea di principio già nel documento finale della Conferenza di Rio, 1992, esso è stato formulato da un gruppo internazionale di scienziati e politici riuniti nel 1998 a Wingspread. In particolare esso prescrive una cautela nell’attuare decisioni che possono avere conseguenze negative sull’ambiente, ancorché non siano totalmente noti i fenomeni di causa-effetto alla loro base. Come diceva il noto astrofisico Carl Sagan: “L’assenza di prove non è prova di assenza”, in questo senso, sebbene molti impatti ambientali antropici non abbiano ancora trovato evidenza scientifica totalmente condivisa, data la validità degli elementi a favore di tali tesi è precauzionalmente opportuno prendere dei provvedimenti al fine di limitarli. Un caso emblematico in questo senso è quello della produzione di CO2.

Il paradosso attuale consiste nel non considerare le ricadute anche su lungo periodo delle politiche economiche intraprese dagli stati nazionali. Spesso a fronte di un benessere attuale e contingente vengono perpetrati danni alle generazioni future con un generale abbassamento della qualità della vita, sarebbe dunque opportuno valutare molto attentamente attraverso questo principio le sue specifiche conseguenze. Attualmente il principio precauzionale è inserito nel Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, ed è stato recepito anche dalla nuova Costituzione Europea nella quale si descrivono le basi della politica dell’Unione in materia ambientale.

Sostenibilità economico-produttiva

Economia ecologica

L’economia neoclassica ha affrontato in maniera rigorosa le regole ed i meccanismi dei processi produttivi ed economici, dimenticando tuttavia di introdurre i problemi relativi all’esaurimento delle risorse e quelli dei danni ambientali. Economisti come Herman Daly si sono preoccupati invece di cercare di introdurre le logiche della sostenibilità ambientale nei sistemi economici internazionali. Aria, acqua e materie prime non devono secondo queste teorie essere più considerati come beni liberi in quanto si stanno esaurendo ed i costi ambientali dovuti al loro utilizzo sono diventati economicamente insostenibili. Le esternalità negative determinate dai processi di sfruttamento delle risorse devono essere quantificate ed il mercato deve attribuire un valore ad esse in maniera che il mercato sappia regolarne l’utilizzo. Essendo beni pubblici, quando questo non è effettuato autonomamente dal mercato devono essere gli stati nazionali a cercare di governarne i meccanismi attraverso meccanismi di compensazione ambientale. I problemi tuttavia nascono dall’attribuzione di un valore reale a tali esternalità anche per la distorsione dei mercati dovuta ai pesanti finanziamenti a settori economici che inquinano e degradano l’ambiente.

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Sintesi grafica dell’economia ambientale, fonte http://eltriangular.info

Si deve considerare l’ambiente come una fonte di reddito e di capitali in chiave di uno sviluppo sostenibile dell’economia. Se il mercato fosse in grado di quantificare in maniera condivisa i costi che la società deve sopportare per pratiche ambientali inefficienti, uso di risorse non rinnovabili ed inquinamento del pianeta, molto probabilmente vi sarebbe una convergenza verso un processo ambientale virtuoso.

Questo meccanismo è applicato ad oggi al settore dell’energia da fonti rinnovabili attraverso i certificati verdi e bianchi; nonostante i risultati siano limitati e per certi versi contraddittori, il processo virtuoso che si innesca in assenza di intervento diretto dello stato è sicuramente interessante e replicabile anche in altri ambiti.

Capitalismo naturale ed eco-efficienza

Il capitalismo ambientale si occupa di stimare il valore dei beni ambientali. Il capitale ambientale è costituito da mari, laghi, foreste, flora e fauna presenti sul pianeta; lo scopo di questa valutazione è quella di quantificare la ricchezza ambientale per poter rendere possibili nuove strategie d’affari ambientali.

Attualmente i sistemi economici assistono ad una crisi dovuta in gran parte alle prospettive di produttività delle risorse. Lo spostamento dalla produttività umana a quella ambientale ci deve far riflettere sul valore che queste hanno realmente e su quello che assumeranno in futuro. Sebbene la percezione dello scostamento tra il valore reale delle risorse e quello di mercato sia diffusa, attualmente il valore delle materie prime è determinato quasi esclusivamente dal costo dell’azione umana per renderle disponibili, estrazione, trasformazione e trasporto, e dalla domanda-offerta del bene; a fronte dell’esaurimento dei beni ambientali ed al depauperamento degli ecosistemi l’esigenza è quella di mettere in atto meccanismi di economici per la salvaguardia del pianeta.

Secondo la definizione di Amory ed Hunter Lovins e Paul Hawken: “Il capitalismo naturale è alquanto differente dal capitalismo tradizionale che ha sempre trascurato il valore monetario delle risorse naturali e dei servizi forniti dagli ecosistemi, senza i quali non sarebbe possibile alcuna attività economica oltre che la vita stessa. Il capitalismo naturale, al contrario, contabilizza le risorse e punta all’efficienza per riuscire a produrre di più con meno.”

Già il rapporto Meadows commissionato dal MIT proponeva come strategia di breve periodo per la riduzione degli impatti ambientali quella del miglioramento dell’efficienza energetica dei processi produttivi, l’aumento cioè della quantità di output per unità di input. La teorizzazione del concetto di eco-efficienza è stato fatta dal World Business Council for Soustainable Developement (WBC SD) allo scopo di includere le esternalità negative all’interno del calcolo del rendimento economico. I principi proposti dal concilio per lo sviluppo sostenibile prevedono la dematerializzazione dei processi, l’estensione e la chiusura dei cicli e la multifunzionalità come sinonimo di eco-efficienza. Tali principi si traducono nell’ottimizzazione dei processi, il riciclaggio e l’innovazione eco-tecnologica; nel perseverare questi obbiettivi le imprese devono ridurre gli input di risorse nei processi produttivi, aumentando le capacità dei beni di essere sostenibili, a lunga durata, riciclabili ed innovativi. Il criterio di eco-efficienza è stato misurato ed analizzato da scienziati come i coniugi Lovins che arrivarono a sostenere quello che in seguito è stato definito “fattore 4”. Per Lovins infatti rispetto agli standard produttivi attuali solo una riduzione ad ¼ delle risorse necessarie sarebbe sufficiente ad ottenere uno sviluppo sostenibile. Ultimamente si è riproposto anche il fattore 10, tuttavia l’importanza rimane come sempre una questione più qualitativa e dunque filosofica che quantitativa.

La decrescita sostenibile

La corrente socio economica della decrescita muove i suoi primi passi attraverso le opere di Nicholas Georgescu-Roegen. A partire dagli anni ’70 infatti inizia a prefigurarsi una nuova via allo sviluppo, in contrapposizione alla logica capitalista, vincolata alla crescita economica, ed a quella comunista, fiduciosa nel progresso e nella autodeterminazione delle masse. La decrescita propone infatti un’applicazione sostanziale dei nuovi paradigmi sistemici attraverso un radicale ripensamento dei sistemi socioeconomici che ci circondano. Si sostanziano al suo interno due fondamentali correnti di pensiero: la prima, radicale, è fautrice di una decrescita assoluta, la seconda propone invece una decrescita mediata con le esigenze del contesto, la decrescita sostenibile. L’assunto principale della decrescita è che in un sistema a risorse finite, quale è la terra, sia impossibile tendere ad una crescita infinita dell’economia, in quanto a lungo termine questa risulterà dannosa alla vita stessa, senza apportare nessun reale sviluppo sociale e materiale dei suoi cittadini. A questo si associa una critica al sistema di misurazione dello sviluppo attraverso logiche capitaliste e lineari, come il Prodotto Interno Lordo – PIL. L’esponente più illustre di questa corrente è sicuramente Serge Latouche. La decrescita integra al suo interno svariate teorie scientifiche: dall’impronta ecologica al capitalismo ambientale fino alle correnti filosofiche anti-moderniste.

Considerando il capitale naturale eroso nei paesi civilizzati per sostenere la crescita i dati relativi al PIL subirebbero marcati ribassi e porterebbero ad una reale decrescita sul lungo periodo. L’attuale crisi economica è secondo i fautori di questa teoria del tutto auspicabile in una logica di riforma sistemica del pensiero occidentale: essi obbiettano però al concetto assodato di pura crisi economica favorendo invece una più ampia considerazione del processo in atto. In particolare secondo i teorizzatori della decrescita sostenibile, la crisi determinata da squilibri del sistema derivanti dalle distorsioni dell’economia capitalistica, sono la manifestazione di un fenomeno profondo di crisi sistemica dell’intera civiltà occidentale. Di fronte ai quesiti del nuovo millennio, le società capitaliste devono decidere se perpetuare un sistema lineare di sviluppo che non è in armonia con la biosfera e le sue risorse o riuscire a fermarsi in tempo prima del loro inevitabile collasso.

Progettazione sistemica, biomimesi e progetto ZERI

Negli ultimi anni si sono sviluppate numerose ricerche in particolar modo nei settori produttivi volte ad indagare le potenzialità dei sistemi naturali nell’ottica di riuscire a riproporre queste conoscenze a servizio dello sviluppo innovativo di prodotti derivanti dalla biosfera. Il desiderio di imitare la natura attraverso una biomimesi dei suoi sistemi compositivi a portato alcuni ricercatori alla creazione di una rete di scambio su scala globale per lo sviluppo di innovazioni ambientali e tecnosistemi industriali. Tra questi si vuole qui analizzare il contributo alla causa dato dall’Associazione ZERI, Zero Emission Research and Initiatives, e dal suo fondatore, l’imprenditore e ricercatore belga Gunther Pauli.

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Pensiero sistemico di ZERI , fonte ZERI

 

ZERI è una rete di ricercatori nei campi dell’innovazione tecnologica e dell’economia che ha lo scopo di ridurre fino ad azzerare sprechi, scarti ed emissioni in genere di un sistema produttivo; a differenza dei fautori della decrescita che vedono comunque nello sviluppo un fattore negativo da estirpare, il tentativo di questa associazione è quello di integrare le logiche capitaliste in quelle ambientali favorendo una visione olistica dell’impresa produttrice come meccanismo di rigenerazione ambientale attraverso l’imitazione degli ecosistemi naturali. ZERI è stata fondata nel 1994 da Pauli insieme all’allora rettore dell’Università delle Nazioni Unite Prof. Heitor Gurgulino de Souza e da subito, pur rimanendo autonoma rispetto all’ONU, ha proficuamente collaborato con le sue emanazioni in particolare sui temi dello sviluppo sostenibile, dell’agricoltura e della salute. Zeri persegue gli obbiettivi di cambiamento paradigmatico, favorendo la conoscenza delle reti della vita presenti ad ogni livello in natura e proponendo nuove forme multidisciplinari di collaborazione tra le varie branche del sapere. Scopo dei progetti sviluppati da ZERI è quello di agire con gli strumenti accessibili localmente per offrire ricadute a scala globale attraverso reti di coazioni tra natura e tecnologia; in effetti bisogna considerare la natura non tanto quanto una fonte di risorse materiali, quanto una miniera quasi inesauribile di ispirazione all’innovazione e conoscenza. Alcuni dei progetti più strabilianti di ZERI riguardano la rigenerazione di una enorme estensione di savana Colombiana attraverso la piantumazione di specie arboree locali; questa azione ha generato ricadute sull’ambiente, favorendo la biodiversità e la disponibilità di risorse idriche, dando lavoro a molte persone nel settore dei legnami e dei loro sotto prodotti e decuplicando il valore dei terreni. Altri progetti di ZERI riguardano l’integrazione dei sistemi produttivi di molluschi e suini ad altri settori ad alto reddito come la produzione di cibi di qualità o farmaceutico, il tutto nell’ottica di abbattere gli scarti e le emissioni nocive dei flussi produttivi favorendo al contempo la rigenerazione dell’ambiente.

Sostenibilità sociale

Il caso Slow Food

L’associazione Slow Food fu fondata da Carlo Petrini nel 1986 ed ha sede in Bra, cittadina del Piemonte meridionale. Attualmente l’associazione conta più di centomila iscritti in tutto il mondo e rappresenta sicuramente l’organizzazione italiana più attiva a livello internazionale punto di riferimento per milioni di persone soprattutto nei paesi in via di sviluppo per la tutela e la salvaguardia dei produttori di beni alimentari tradizionali. Slow Food articola la sua attività attraverso presidi, cioè progetti locali di sviluppo legati a particolari e meritevoli produzioni agricole, di allevamento o pesca che ogni due anni si incontrano a Torino per l’evento internazionale Terra Madre. L’associazione propone un ritorno ai valori della tradizione attraverso la riscoperta del senso del piacere legato al cibo. La sicurezza alimentare rappresenta in molte parti del pianeta l’unico vero tema di dibattito della società, mentre le logiche di aiuto internazionale alla fame non garantiscono adeguati standard alimentari, al contempo distruggono saperi tradizionali millenari favorendo una massificazione dei consumi a privilegio di poche multinazionali occidentali.

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Slow Food e la sua chiocciolina sono ormai l’organismo italiano più importante e riconosciuto all’estero, fonte Slow Food

 

L’educazione al gusto è il primo passo per la salvaguardia del territorio e la tutela dei patrimoni agricoli tradizionali favorendo al contempo un alimentazione sana e giusta. Il motto di Slow Food è “Buono, Pulito, Giusto”, volendo con questo affermare il diritto di ciascuno di noi al piacere del cibo, senza che questo causi ricadute negative sull’ambiente o disuguaglianze sociali. L’associazione sostiene l’estremo valore delle scelte che ognuno di noi fa nella nutrizione quotidiana, le quali determinano in maniera irrevocabile anche decisioni di carattere sociale, economico, politico ed ambientale. Quasi sempre la via del piacere, che deve essere “dotto e responsabile”, consiste nella salvaguardia di quei prodotti tradizionali che si sono evoluti in piena sintonia con gli ecosistemi di cui fanno parte senza danneggiare la loro sopravvivenza o lo sviluppo delle comunità che ne fruiscono.

Attualmente Slow Food ha fondato anche un’Università di Scienze Gastronomiche a Pollenzo, frazione di Bra (CN) per favorire al massimo la nobilitazione della conoscenza gastronomica in tutte le sue forme. L’atto politico del nutrirsi deve essere sottolineato da azioni materiali di riscoperta e valorizzazione dei prodotti tradizionali. Slow da anni persegue questi obbiettivi attraverso specifiche azioni locali. Uno dei primi progetti di questo tipo affrontato dall’associazione, e forse uno dei più emblematici, è quello del cappone di Morozzo. Attraverso il sostegno diretto ai pochi ultimi allevatori di questo volatile indigeno, Slow Food è riuscita ad invertire la tendenza economica del paese, il quale non avendo più sbocchi economici stava per perdere anche le sue tradizioni. Attualmente la produzione di capponi a Morozzo non riesce a soddisfare la domanda, il villaggio lentamente si ripopola e l’intera economia della zona si è rimessa in moto grazie al turismo eno-gastronomico dovuto alle sue eccellenze territoriali.

Politiche della sostenibilità e criteri di scelta

Come ampiamente riportato precedentemente, il tema della sostenibilità richiede un approccio globale, con azioni concordate tra gli stati a livello internazionale e responsabilità diffuse secondo il principio di sussidiarietà. Ciascun paese è infatti vincolato ad agire sapendo che ogni sua decisione ha un impatto sulle risorse mondiali e che politiche ambientali scorrette si ripercuotono sulle nazioni limitrofe ed in generale sul pianeta intero. E’ solo a livello locale tuttavia che si incontrano gli interlocutori corretti e conoscendo il territorio si possono dare le risposte più efficaci, in un quadro generale di vincoli di indirizzo comune. Questi principi sono estremamente comprensibili a chiunque e tuttavia la difficoltà nell’adozione di strategie comuni è palese di fronte agli insuccessi delle conferenze deputate delle Nazioni Unite. Di seguito si cerca di fare un breve riepilogo dei percorsi politici sulla sostenibilità e dei criteri scientifici alla base delle scelte effettuate.

Protocolli di intesa internazionali

La prima importante conferenza indetta dall’ONU sul tema della sostenibilità si è tenuta a Stoccolma nel 1972 col nome di “Conferenza sull’Ambiente Umano” e segnò l’inizio della cooperazione internazionale in politiche e strategie per lo sviluppo ambientale. Da questa assemblea nascerà l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) e verrà sancito il primo documento a livello globale in cui sia esplicitata la necessità di introdurre la tutela dell’ambiente nei programmi di sviluppo. A seguito di questo incontro vennero successivamente adottati strumenti più concreti e dettagliati che posero azioni vincolanti ai paesi partecipanti. Un esempio efficace di questa storia è la Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change, UNFCCC); redatta durante i lavori della conferenza delle Nazioni Unite a New York nel 1992 fu ratificata da 154 paesi con l’impegno di formalizzare gli strumenti attuativi nel corso delle conferenze delle parti che saranno seguiti. La politica di riduzione dei gas serra, ritenuti responsabili del cambiamento climatico del pianeta, venne definita nel terzo incontro tra le parti tenutosi a Kyoto, Giappone, nel 1997. Il protocollo di Kyoto impone l’obbligo per i paesi industrializzati di ridurre le emissioni di gas serra (biossido di carbonio, CO2 ed altri cinque gas: metano, CH4, ossido di diazoto, N2O, idrofluorocarburi, HFC, perfluorocarburi, PFC, ed esafluoruro di zolfo, SF6) in misura non inferiore al 5% rispetto alle emissioni del 1990 — considerato come anno di riferimento – per il periodo 2008-2012. A tale scopo il manifesto di Kyoto prevede meccanismi di mercato che producano effetti positivi secondo il principio di flessibilità dell’azione. In particolare sono stati individuati tre meccanismi flessibili:

  • Clean Development Mechanism (CDM): consente di realizzare interventi a beneficio ambientale in paesi in via di sviluppo, fornendo ai paesi sviluppati promotori un credito ambientale;
  • Joint Implementation (JI): permette di utilizzare congiuntamente i crediti derivanti da interventi di collaborazione ambientale tra paesi sviluppati e paesi in transizione;
  • International Emission Trading (IET): tale meccanismo consente lo scambio internazionale dei crediti derivanti dalla riduzione di emissione di gas serra, favorendo un mercato di incentivazione ambientale.

La flessibilità del protocollo basata sui principi di sostenibilità debole, ecoefficienza e sviluppo sociale avrebbe dovuto favorire la collaborazione tra paesi ricchi ed in via di sviluppo, evitando il fenomeno del dumping a danno di questi ultimi paesi e garantendo vantaggi materiali rispetto ad interventi di riduzione degli impatti a livello nazionale. Nonostante gli Stati Uniti non abbiano ancora ratificato il protocollo, ed il fatto che nazioni responsabili del 40% delle emissioni di anidride carbonica non siano inserite nel programma di riduzione (India e Cina), il documento di Kyoto è un ottimo strumento per lo sviluppo di azioni concrete a livello internazionale e funge da volano per Governi ed enti sopranazionali nella promulgazione di leggi di indirizzo specifico.

Azioni specifiche e meno impegnative per gli stati nazionali hanno tuttavia avuto migliori successi: è l’esempio della messa al bando dei clorofluorocarburi nell’Unione Europa realizzata nel periodo 1995-2000 a seguito del Protocollo di Montreal del 1987. In generale l’Europa sembra da questo punto di vista all’avanguardia nel mondo; a partire dal V e VI Piano di Azione Ambientale l’Unione Europea ha adottato meccanismi di incentivazione delle pratiche di eco-efficienza e sostenuto la produzione da fonti rinnovabili. Le politiche europee del settore si basano sul principio di condivisione delle responsabilità in cui attori pubblici e privati siano coinvolti nella divulgazione e nello sviluppo di modelli virtuosi di sostenibilità ambientale.

In generale molte conferenze internazionali sono state svolte a partire dagli anni ’70; esse hanno permesso di introdurre azioni volte alla riduzione degli impatti umani sull’ambiente, dalle emissioni di inquinanti nell’atmosfera, allo sviluppo di modelli sociali ed economici sostenibili, tuttavia il limite vero è quello di sostenere la difficile transizione di paradigma anche in periodi di crisi economica.

Strategie di Azione

I percorsi politici della sostenibilità sono stati un primo tempo perseguiti attraverso indirizzi di carattere prescrittivo. Le azioni normative cogenti (di comando e controllo) venivano spesso intraprese a seguito di specifici impatti ambientali verificatisi sul proprio territorio: l’approccio era quello di curare, a posteriori, i danni precedentemente causati con un azione end-of-pipe. Oggi la strategia che pare dare i risultati più incoraggianti è quella dell’attivazione di meccanismi di adesione volontaria, attraverso l’incentivazione dell’eco-efficienza e della concorrenza ambientale. Si è dunque passati dal “chi inquina paga” alla prevenzione degli impatti ambientali, passando attraverso l’incentivo piuttosto che l’imposizione normativa. Spostare sugli attori privati, imprese e consumatori, si è rivelata una strategia vincente che si basa sul principio di responsabilità e sullo spostamento dalla leva legislativa a quella economica, secondo un atteggiamento tipicamente anglosassone.

Oltre a ciò si è formulato un corollario di costi ambientali da introdurre sul mercato garantendo una concorrenzialità ambientale corretta. Maggiori costi sullo sfruttamento delle risorse e sull’emissione in ambiente, e sussidi per l’uso di fonti rinnovabili producono un duplice binario di azione: uno imprenditoriale, l’altro del consumatore. In effetti si può andare verso l’internalizzazione dei costi nella produzione, che favorisce lo sviluppo di pratiche industriali sostenibili, o rivolgersi verso l’utente finale esternalizzando i costi e informando anche attraverso meccanismi economici verso prodotti meno inquinanti.

Entrambe gli approcci strategici alla sostenibilità presentano delle lacune e degli aspetti critici. I meccanismi di comando e controllo non favoriscono l’autoincentivazione dei processi virtuosi, mentre gli approcci flessibili e volontari non bastano a frenare l’inquinamento, ma danno solo un valore economico ad esso, producendo attraverso i sussidi una distorsione del mercato. L’unico vero punto dirimente è quello della bontà dei sistemi di valutazione della sostenibilità, della diffusione della loro conoscenza e soprattutto di un efficace sistema di controllo e verifica che possegga gli strumenti adeguati al suo ruolo.

Gli strumenti di valutazione ambientale

Molto spesso oggi si sente parlare di sostenibilità nei più svariati ambiti e contesti. Non è chiaro cosa vi sia di sostenibile in un nuovo modello automobilistico o nei prodotti edilizi di sintesi eppure le imprese hanno sviluppato una fiorente industria pubblicitaria facente leva sui desideri dei consumatori a vivere una vita più ecologica. L’aleatorietà del tema ha favorito lo sviluppo di elaborati sistemi di controllo e verifica dell’oggettiva qualità ambientale e sostenibilità dei prodotti e dei loro processi manifatturieri. Questa proliferazione di strumenti di controllo e di aiuto alle decisioni paga però il prezzo della frammentazione e specializzazione dell’informazione e dunque risulta sovente difficile misurare realmente la “sostenibilità”.

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Schema distintivo ecotool, fonte C.Allione, C.Lanzavecchia

 

In effetti la misurazione degli impatti dovuti a determinate azioni antropiche è complesso, richiede tempi di osservazione lunghi e porta spesso ad indicazioni contrastanti se non correttamente interpretate. Lo sviluppo di indicatori sintetici serve a semplificare la conoscenza di questi fenomeni solo se essi hanno un approccio olistico che tenga conto dei processi evolutivi e dunque del fattore tempo e soprattutto della rete di relazioni che intercorre tra le singole variabili del sistema.

Attualmente si distinguono due principali modelli di analisi della sostenibilità:

  • metodi analitici: essi prendono in considerazione solo alcuni parametri e variabili, sviluppando per ciascuna di esse un’analisi di tipo quantitativo;
  • Metodi multicriterio: sono modelli di analisi capaci di valutare qualitativamente elevati insiemi di variabili.

Sebbene i metodi analitici di valutazione della sostenibilità necessitino generalmente di ulteriore interpretazione rispetto ai metodi qualitativi, essi fanno riferimento ad un concetto di sostenibilità forte che mira ad una riduzione di ciascun impatto ambientale, in maniera slegata dagli altri e senza distorsioni in favore di un

parametro piuttosto che un altro.

Entrambi i criteri proposti prendono in considerazione un nuovo modello di sviluppo basato sul ciclo di vita dei prodotti e la sua gestione sia in fase di realizzazione che in quella di fine vita. In un’ottica sostenibile è possibile dunque pensare ad una progettazione ambientale ed un’ecologia industriale che tengano conto dell’eco-efficienza dei processi e che favoriscano tecnologie meno inquinanti e la dematerializzazione dei flussi di risorse.

Crescita superlineare delle città

geoffrey_west_crescita_superlineare

http://www.fuoricasafuoriorario.it/l…iega-le-citta/

Da millenni l’uomo studia i centri abitati e le possibili soluzioni per renderli il più possibile confortevoli e funzionali e per controllarne, in qualche modo, la crescita e lo sviluppo.

Le caratteristiche progettuali delle città variano a seconda delle esigenze locali e delle epoche storiche, delle quali portano con sé i rispettivi problemi, le potenzialità e il grado di sviluppo tecnologico. La regola base di ogni riflessione, dai greci antichi ad oggi e dai progetti più concreti alle utopie più astratte, è che l’uomo sia profondamente influenzato dall’ambiente in cui vive.
Questo approccio all’urbanistica viene definito qualitativo, poiché tende a creare una forma urbana ideale partendo da variabili legate alla società, alla politica, alla cultura, all’economia, all’ambiente e, più in generale, alla qualità della vita.
L’approccio del fisico teorico Geoffrey West è completamente diverso: sempre alla ricerca di leggi universali, ha saputo dare un’impronta completamente quantitativa, basata su leggi matematiche, allo studio delle città. Potrà forse sorprendere come le motivazioni dell’analisi e le osservazioni conclusive che sono emerse dal lavoro di West non si discostino poi così tanto da quelle tracciate da teorie più tradizionali.
Da buon fisico, West era interessato a trovare il principio fondamentale delle città e delle reti sociali che le costituiscono, allontanandosi dalle peculiarità di ciascuna, per arrivare a definire una legge generale che potesse andar bene in qualsiasi luogo senza dover tener conto delle sue caratteristiche fisiche, culturali, socio-economiche, considerate un dettaglio superfluo. Già questo è piuttosto singolare. Partendo da analisi statistiche e raccogliendo una quantità di variabili immensa (dal numero dei distributori di benzina sul territorio ai dati sulle epidemie, dai crimini alla velocità dei pedoni) West è arrivato alla conclusione che quando una città raddoppia, tutto (sia i dati positivi sia quelli negativi, poiché tutto è collegato e interagisce) aumenta del quindici percento: la sostenibilità cresce del 15%, la criminalità cresce del 15%, così anche la velocità nelle metropoli, le malattie, l’innovazione… questa legge è stata definita dal fisico inglese equazione superlineare.

Ma perché quest’analisi? E quali i risultati? Geoffrey West ha voluto studiare le città perché ha notato che il processo dominante sul pianeta negli ultimi trecento anni è stato quello dell’urbanizzazione, che ha dato vita a molti dei problemi che ci troviamo ad affrontare oggi: il surriscaldamento globale, l’instabilitià dei mercati finanziari e la diffusione delle nuove malattie, solo per citarne alcuni. Convinto che si possa influire sul mondo e sul modo in cui viviamo solo partendo da uno studio approfondito degli eventi e dalla loro totale comprensione, West ha applicato il metodo che ritiene più valido, quello matematico, all’analisi dell’urbanizzazione cercando, così, di integrare il quadro qualitativo, di cui si serve la maggior parte dei modelli e delle operazioni urbanistiche, con un quadro quantitativo e scientificamente provato.

Le conclusioni che trae sono che il nostro stile di vita attuale è insostenibile. Questa non è una novità, ma, ancora una volta, le motivazioni di West sono molto originali. Secondo le equazioni superlineari più le città crescono più hanno bisogno di risorse che però, prima o poi, si esauriscono. L’innovazione supplisce all’esaurimento di una risorsa con la scoperta di nuove tecnologie che permettono di sfruttarne una nuova, diversa, ma che prima o poi finirà anch’essa. E siccome il nostro stile di vita sarà sempre più costoso, avremo sempre più bisogno di risorse, che si esauriranno sempre più in fretta e ogni ciclo di innovazione dovrà avvenire più rapidamente. Come sostiene egli stesso “siamo saliti su un tapis roulant che va sempre più veloce”.

Come nel passato si sono sempre cercate soluzioni pratiche o utopiche ai problemi sociali e ambientali delle città, ora che questa prospettiva di rapidissima crescita urbana è stata studiata matematicamente, si cerca un valido espediente. Ma le equazioni pare siano ancora imperfette e la soluzione scientificamente provata ancora lontana.
Bibliografia:

• Jonah LEHRER, La formula che spiega le città, in Internazionale n.897, 13 maggio 2011, pp. 54-57 http://www.internazionale.it/la-form…iega-le-citta/

• Tina DI CARLO, Una conversazione con Geoffrey West, http://www.domusweb.it/it/interview/…ion-urbanism-/

• John BROCKMAN, Why Cities Keep Growing, Corporations and People Always Die, and Life Gets Faster. A Conversation With Geoffrey West, http://edge.org/conversation/geoffrey-west

1000 eco design

1000 eco design

di Rebecca Proctor

Logos, Modena 2009

352 p. : ill. ; 25 cm

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Recensione del libro

Viviamo in un mondo in cui la cultura del design acquista sempre più importanza agli occhi di una clientela attenta ad avere oggetti dall’aspetto estetico particolare e progettato con cura.

Oggi è necessario e indispensabile dare un valore aggiunto alla progettazione e al design: la sostenibilità ambientale. Un valore di cui sia i progettisti che gli acquirenti vanno fieri; un valore da cui partire per scrivere un libro.

1000 eco design presenta un considerevole numero di oggetti di design accomunati da uno stesso principio: l’ecologia.

Arredamento, lampade, cucina e bagno, tessuti, accessori decorativi, stoviglie da tavola, pareti e pavimenti, prodotti, giardino, bambini: queste le categorie entro cui sono raggruppati e classificati i progetti presentati da Rebecca Proctor.

E’ molto interessante vedere come ogni progetto interpreti e applichi in maniera diversa e originale il concetto di ecologia: ecologia è basso consumo energetico, ecologia è riuso di oggetti dismessi, ecologia è un prodotto riciclato e/o riciclabile… E infatti, accanto ad ogni progetto presentato, vengono indicati, tramite una simbologia grafica, le caratteristiche di compatibilità ambientale del progetto: bassa generazione di rifiuti, basso consumo energetico, atossico, biodegradabile, da commercio equo, da risorse correttamente gestite, di provenienza locale, riciclabile, riciclato.

Mille progetti presentati, per ogni progetto una foto e poche ma efficaci righe che ne spiegano la sostenibilità e l’etica, ed infine, elemento assai utile, il sito internet del progettista: una sorta di manuale di consultazione rapida ed efficace, sintetico e immediato, dell’eco-design degli ultimi anni.

Landscape Urbanism

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Natura e città. Paesaggio e urbanistica. Due termini che sono sempre stati in contrapposizione come una coppia di termini antagonisti. Ma, urbanistica e architettura del paesaggio, come discipline separate, sono un prodotto del XX secolo. Nelle antiche civiltà, gli insediamenti erano attentamente costruiti per interagire sia con gli aspetti produttivi ma anche simbolici del territorio e si materializzavano come uno specifico modo di vedere il mondo. Le caratteristiche topografiche e i sistemi idrologici erano importanti sia a livello pragmatico che simbolico e il costruito e il non-costruito lavoravano come un ecosistema, in una dimensione in cui il paesaggio costituiva l’assetto strategico per lo sviluppo.
Sono della fine dell’Ottocento i progetti e le realizzazioni di Frederick Law Olmsted che pongono le basi per la ricostruzione di un tale rapporto e propongono nuovi paradigmi per lo sviluppo urbano. Nel suo Emerald Necklace per Boston, l’integrazione tra paesaggio, infrastrutture e architettura viene ottenuta tramite un lavoro sul livello orizzontale, tramite la definizione degli usi rispetto agli spazi, tramite il collegamento di luoghi specifici come parte di un disegno territoriale riguardante l’intera città e tramite il collegamento tra le risorse di superficie e quelle sotterranee (principalmente idrologiche).
Il landscape urbanism è nato qualche decade fa come critica alla disciplina tradizionale dell’urban design e come alternativa al “New Urbanism”. Il termine è stato coniato da Charles Waldheim e il concetto è stato sviluppato con la collaborazione di Alex Krieger, Mohsen Mostafavi e James Corner.
Nel suo manifesto, Charles Waldheim definisce il landscape urbanism come un “disciplinary realignment in which landscape replaces architecture as the basic building block of contemporary urbanism. Landscape has become both the lens through which the contemporary city is represented and the medium through which it is constructed”.1
Il landscape urbanism è sia un’ideologia che una pratica. In termini ideologici pone che la città venga immaginata, concepita e progettata come se fosse un paesaggio. L’idea rifiuta il dualismo città – campagna e suggerisce un nuovo modo di vedere i complessi e le molteplici interrelazioni tra natura e cultura e che il paesaggio non debba più essere semplicemente un piano scenico, uno sfondo, ma l’attuale motore per lo sviluppo urbano. Il paesaggio ha sempre giocato un ruolo nella costruzione della forma della città ma, scrive Corner, il landscape urbanism va oltre i parchi, gli spazi pubblici e i giardini, suggerendo una grande interdisciplinarietà tra le scienze della pianificazione e l’ecologia, la geografia, l’antropologia, la cartografia, l’estetica e la filosofia, suggerendo una pratica multiscalare. Una pratica così definita è volutamente plurale, inclusiva e proiettiva. In questo senso è utopica, quindi inevitabilemente irrealizzabile e incompleta, ma questo è precisamente il suo valore: “landscape urbanism provides a hopeful and optimistic framework for new forms of experimentation, research and practice. It is in essence an emergent idea, an indeterminate promise”.2
Lo sviluppo industriale e la produzione di massa del XX secolo hanno causato la struttura attuale della città che continua a evolversi tra i luoghi abbandonati della deindustrializzazione e lo sviluppo delle reti virtuali. Non è una coincidenza dunque che una forma “aggettivamente” modificata di urbanistica (che sia landscape o ecological) sia nata come la più robusta e completa critica al progetto urbano degli ultimi decenni. Secondo Waldheim, le condizioni strutturali che hanno portato ad un’urbanistica orientata all’ambiente sono emerse esattamente nel momento in cui i modelli europei della densità urbana, della centralità e leggibilità della forma della città sono incominciati ad apparire sempre più lontani e quando la maggior parte di noi ha incominciato a vivere in luoghi più suburbani che urbani, più vegetali che architettonici, più infrastrutturali che chiusi.
Molte sono le critiche che a livello accademico e professionale vengono rivolte alla teoria e pratica del landscape urbanism. Noi possiamo vedere i progetti che tentano questo approccio e giudicarne il risultato.

Note

1. Waldheim Charles, A reference manifesto, in Charles Waldheim (a cura di) (2006), The Landscape Urbanism Reader, PrincetonArchitectural Press, New York, p. 15
2. Corner James, Landscape urbanism in the field, in Topos, n.71

Testi di riferimento

Corner James (a cura di) (1999), Recovering Landscape, Princeton Architectural Press, New York
Charles Waldheim (a cura di) (2006), The Landscape Urbanism Reader, PrincetonArchitectural Press, New York
Rev. Topos, Landscape urbanism, n.71, 2010

Buone pratiche di pianificazione a impatto zero

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In the suburbs, I learned to drive (…)
Running through the yard
And all the walls that they built in the 70s finally fall
And all of the houses they built in the 70s finally fall
It meant nothing at all
It meant nothing at all
It meant nothing (…)

Under the overpass. In the parking lot we’re still waiting…

(Arcade Fire, The suburbs – 2010)

Il grande successo del film prodotto da WWF e Legambiente Parma insieme a Il Borgo, LIPU e Le città invisibili dal titolo Il Suolo Minacciato è la testimonianza di come il tema delle periferie e dello sprawl urbano sia ancora di forte attualità in Italia come all’estero. I promotori di questo film-documentario sono spinti dalla convinzione che il problema, non solo ambientale, dell’incontrollato consumo di suolo e territorio, per essere efficacemente contrastato richieda una più ampia presa di coscienza collettiva dei costi che esso comporta, delle cause che lo alimentano e soprattutto dell’esistenza di modelli alternativi nell’uso del governo del territorio.

Da qui l’idea del film documentario, che testimoniasse con imma­gini quanto stava (e sta tut­tora) acca­dendo al territorio della Food Valley, preso come caso emble­ma­tico e parados­sale del territorio nazio­nale, e che rac­con­tasse cos’è è il suolo, cosa signi­fica per­derlo e cosa si può fare per con­ser­varlo senza intac­care, anzi sem­mai raf­for­zando, le pro­spet­tive di benes­sere della società.
Il segnale della forte attenzione al tema, viene dal numero cre­scente di amministrazioni locali, che autonomamente, pur nelle dif­fi­coltà impo­ste dal qua­dro nazio­nale, si pon­gono l’obiettivo di con­te­nere e, se pos­si­bile, azze­rare il con­sumo di suolo nella con­vin­zione che que­sto sia un bene stra­te­gico da pre­ser­vare per la comu­nità.
I cosiddetti Piani “a crescita zero” ne sono un esempio.
Le prime esperienze si possono far risalire agli anni ’90 con l’obiettivo dello zero consumo di suolo per il piano di Napoli coordinato da Vezio De Lucia (approvato nel 2004), o quello di Lastra a Signa senza aree di espansione (2004). Altri noti sono quelli per Cassinetta di Lugagnano nell’area metropolitana di Milano (approvato nel 2007), quello di Solza (BG) e di Campello sul Clitunno (PG).
Situazioni diverse, dove però si cerca una risposta pratica, non ideologica e di lungo periodo al tema della sostenibilità, utilizzando il territorio come nodo per affrontare altri temi, quello energetico, o ambientale in senso lato, o di rapporto fra sviluppo e qualità della vita.
Le critiche più frequenti a questa tipologia di piani possono essere riassunte con “utopie ambientaliste”, “progetti velleitari destinati a tramontare insieme ai loro sponsor politico-culturali”, “ostacoli alle attività di trasformazione indispensabili alla nostra civiltà”. In realtà, il solo fatto di essersi tradotti in strumenti approvati di governo del territorio ne sta cominciando a dimostrare la validità.
Il ruolo dei cittadini e i processi di partecipazione messi in atto hanno assunto un ruolo fondamentale per la predisposizione di questa “famiglia” di piani.
Gli esempi riportati sono stati redatti considerando anche la valutazione delle istanze dei cittadini, raccogliendo le esigenze delle proprie comunità, attraverso un processo trasparente di confronto con la popolazione, di inquadramento in una prospettiva di area vasta e di cooperazione con gli altri comuni.
Tale processo ha permesso di elaborare un quadro preciso delle nuove esigenze dei territori in questione, favorendo un innovativo modello partecipativo che, combinato con i principi stabiliti dalle Amministrazioni comunali ha permesso di dare risposte il più possibile coerenti alle aspettative.

Dopo aver esaminato la virtuosità dei piccoli Comuni viene da chiedersi se un modello di questo genere sia davvero proponibile fuori dai piccoli borghi. O meglio se sia davvero esportabile a scala socioeconomica e territoriale vasta un’idea di vita almeno in parte alternativa a quella a cui siamo abituati.  Difficile dare una risposta, ma significativo un commento di Fabrizio Bottini Ambiente e territorio sono la cosa su cui appoggiamo i piedi. Un po’ sopra, senza soluzione di continuità, c’è la testa. “

Autocostruzione | DIY Self-build

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Izmo utilizza questo strumento principalmente in relazione alle attività di Laboratori di progettazione, Arte e design partecipato, Installazioni e architetture e ha avuto modo di applicarlo concretamente nel corso del progetto 80*120. Izmo use this tool mainly in relation to the activities of Workshops and Participatory Art and Design, Installation and architecture, Izmo was able to apply it in practice during the project 80*120.For a english treatment of Open Space Technology, the reader should refer to Self-build (wikipedia)

L’autocostruzione è una pratica utilizzata in architettura [“fai da te” nel design] che prevede la costruzione di un edificio [o di un oggetto di design] da parte di operatori dilettanti non specializzati, futuri utenti dell’opera costruita, invece che da parte di un’impresa edile [di un artigiano o azienda].

Definita da alcuni come uno strumento oggigiorno innovativo, si tratta in realtà di una pratica antichissima: da sempre, infatti, i ceti meno abbienti si sono costruiti autonomamente le proprie case [o cose]. Ed è solo con l’avvento dell’era industriale e con lo svilupparsi di tecnologie sempre più complesse che l’autocostruzione è stata abbandonata.

L’autocostruzione si configura come una delle possibili risposte per intervenire sul problema abitativo, consentendo l’accesso ad un alloggio [e al suo arredo] anche ai redditi più deboli: infatti, la partecipazione dei futuri proprietari alla costruzione della loro casa con l’apporto del loro lavoro consente il contenimento dei costi di edificazione [e realizzazione].
Naturalmente, i progetti di autocostruzione non possono prescindere dalla presenza di professionisti che garantiscono l’assistenza tecnica, il rispetto delle norme di sicurezza, le certificazioni necessarie e la qualità del risultato finale.
L’autocostruzione valorizza anche la dimensione sociale: John Turner, nel libro Freedom to build, (New York 1972), sostiene che «le abitazioni controllate dagli utenti (quando sono anche materialmente economiche) sono decisamente superiori come veicolo di crescita e sviluppo dell’individuo, della famiglia e della società, di quelle ottenute già fatte».

Le motivazioni che spingono verso l’autocostruzione sono:

  • Possibilità di ottenere abitazioni [e oggetti di design] a un prezzo molto contenuto
  • Creazione di un ambiente abitativo adatto a particolari esigenze dell’individuo e della sua famiglia
  • Riappropriazione di tecniche tradizionali, utilizzo di tecnologie semplici e facilmente reperibili in loco e di tecnologie sperimentali
  • Attenzione al riciclo e al riuso dei materiali
  • Architettura [e design] a basso impatto ambientale
  • Coinvolgimento dei futuri utenti, senso di appartenenza e coesione sociale

L’autocostruzione è oggi molto comune nei paesi in via di sviluppo, ma anche negli Stati Uniti e in Canada. In Europa, e in particolare in Italia, è ancora una pratica “di nicchia”.

Risorsa seconda: materia prima in architettura

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L’uomo secondo Jean Baudrillard è qualcosa di residuale, qualcosa che echeggia nel suo fantasma anche dopo la morte. Anche quando l’iperealtà ci distrae dai nostri istinti, il fare che circonda l’uomo assume le stesse connotazioni di quest’ultimo. Creare qualcosa che ha una durata è l’assunto di quegli oggetti che una volta amati o usati vengono abbandonati e nascosti in contenitori lontani da noi stessi, ma pur sempre presenti nell’ambiente che ci nutre. Produrre rifiuti è uno di quegli istinti primari a cui l’uomo non può sottrarsi, ha la stessa importanza nella nostra vita quanto lo ha il cibarsi. Quindi, se evitare di produrli non è possibile e nasconderli non è una soluzione, come si può risolvere quel fenomeno sociale che diventa emergenza rifiuti nelle città? Una risposta a tale domanda potrebbe essere data da ciò che con la presente vi propongo: il metodo del riuso di oggetti di scarto nel concepire gli spazi dell’abitare.

Cosa significa però fare architettura con il riuso di rifiuti? Forse vuol dire porsi davanti al progetto compiendo ripetutamente quell’azione che per primo Duchamp ideo esclamando: “pronto-fatto”. Non credo che il ready-made sia la soluzione, poiché tale concezione definirebbe l’architettura un gesto spontaneo come può esserlo quello dell’arte, o per intenderci, quello della scrittura. L’equivalente di Duchamp nel mondo dell’architettura, come scrive Jean Nuvel in un dialogo con Jean Baudrillard(1), non può esistere. Ci sono stati degli architetti che si sono spinti a visitare questi limiti dell’architettura, e sono quelli della corrente post-moderna, in particolare Robert Venturi che prendendo come esempio un edificio qualunque della periferia di Filadelfia, costruito in un luogo insignificante, ha dichiarato che quella era l’architettura che bisognava fare. Un gesto il suo che si fondava su una precisa teoria che remava contro l’atto eroico dell’architettura. Insomma un architetto non può compiere un gesto tanto scandaloso, come potrebbe essere quello di Piero Manzoni e la su più celebre opera Merda d’artista, sperando che venga accettato. La ragione di ciò, spiega l’architetto Nouvel, risiede nel rapporto che esiste con gli oggetti che si differenziano tra quelli d’arte e di architettura:

Non so che cosa consenta di individuare la fontana di Duchamp, se non è collocata all’interno di uno spazio museale. Sarebbero necessarie condizioni di lettura e di distacco che non si danno in architettura. Al limite, questo gesto di banalizzazione completa potrebbe avvenire a prescindere dalla volontà del committente, ma il problema è che se lo compi e lo ripeti, diventa insignificante; non ci sono più realtà e letture possibili del gesto e si ottiene solo la sparizione totale dell’atto architettonico. (2)

Ciò che però Nouvel non considera con queste parole è l’intento dell’artista, intento che prescinde dalla ripetizione compiuta da altri e che ha come valore assoluto quello di mandare un messaggio che oggi è stato percepito ed integrato in molte discussioni che altrimenti nemmeno sarebbero nate. Ecco, similmente, cosa gli risponde Baudrillard:

Ma anche il gesto di Duchamp, alla fine, diventa insignificante, vuole essere insignificante e, suo malgrado, diventa insignificante anche perché ripetuto, come accade a tutti i sotto-prodotti di Duchamp. L’evento, invece, è unico e singolare; è tutto; è effimero. Dopo Duchamp ce ne sono tanti altri, anche nell’arte, perché, da quel momento in poi, è stata aperta la strada alla ricomparsa di tutte le forme compiute – una sorta di post-moderno, volendo. Questo momento, molto semplicemente, è estinto. (3)

Detto questo, sappiamo che in architettura i detriti, in qualità di materiale inerte, fanno parte integrante della storia delle costruzioni, ma anche le rovine del passato sfruttate come sostegno per nuovi edifici rientrano in un discorso affine. Il riuso di parti prelevate da architetture non più in uso è un fenomeno al quale storicamente si è attribuito il termine “spoglio”, per indicare quei pezzi di costruzioni antiche presi e rimessi in opera per costruzioni nuove. Questa pratica ha maggiormente contribuito alla realizzazione di costruzioni dell’epoca Medievale. In queste costruzioni i capitelli, le colonne, gli ornamenti di portali apparentemente integrati, non venivano realizzati come elementi, parte di una concezione progettuale formalmente unitaria, al contrario erano elementi nati per altri edifici con una propria funzione statica che assumevano un carattere di autonomia figurativa ed estetica. Esempio eclatante di tale consuetudine del passato è la Basilica di San Marco a Venezia, dove l’impiego di elementi di antica formazione, provenienti dai territori del Vicino Oriente, crea un’opera con un linguaggio fortemente diversificato. Una Basilica che diventa testimonianza di rapporti sociali dell’epoca e manifestazione dell’arricchimento facendola divenire così simbolo di potere. Oggi il fenomeno dello spoglio esiste ancora, ma è qualcosa che si compie discretamente e senza farne troppa pubblicità. Ciò che viene spontaneo pensare è se in questa nuova società in cui l’abbondanza di merci ci identifica storicamente, gli oggetti scartati possano venire integrati nel progetto di architettura e dare l’avvio, magari, a uno specifico fare architettura.

A queste considerazioni si possono brevemente accostare alcuni casi concreti di realizzazioni con il metodo del riuso, ciò per coinvolgere anche i più scettici nel considerare il riuso un metodo costruttivo da affiancare alla consuetudine del progettista.


Wat Lan KuadDiversi sono gli esempi di realizzazioni con oggetti di scarto, di cui gli artefici spesso sono  privati non architetti, che assemblano materia prima come lattine, bottigli
e vuote di plastica, pneumatici o altro, oggetti usati come mattoni o coppi di copertura. Di questi esempi di auto produzione e riuso ve ne sono parecchi, basta dare un’occhiata sulla rete internet per rendersene conto. Tra i migliori esempi, uno che credo meriti un pò di attenzione, è il tempio buddista di Wat Pa Maha Chedi Kaew in Thailandia costruito con più di un milione di bottiglie di vetro dagli stessi monaci che dentro vi abitano. Costruzione iniziata nel 1984 con un fabbricato destinato alle monache, utilizzando la materia prima delle bottiglie, donate dalla gente dei dintorni, si sono spinti a creare anche i crematori, gabinetti, una pagoda e un edificio cerimoniale. Una costruzione che in questo caso affida i compiti strutturali ad altri materiali più adatti a tale scopo, ma che propone soluzioni espressive della materia seconda che la rende unica nel suo genere. 


EarthshipSimile al precedente, nel comporre spazi attraverso oggetti manovrabili senza l’impiego di macchine, un altro progetto può essere citato ed è la scuola in Medio Oriente realizzata da un architetto italiano, Valerio Marazzi. Progetto promosso da “Vento di Terra Onlus”, è realizzato in un villaggio, Jahalin, situato a sud di Gerusalemme nei Territori Occupati Palestinesi con l’uso di pneumatici scartati. Circa duemila le gomme usate per la costruzione dei muri, riempite di terriccio e legate con aggiunta di acqua, sono state poi ricoperte da un intonaco di argilla, ottenendo così muri larghi circa 80 cm che oltre alle funzioni strutturali hanno raggiunto competenze termoisolanti. Il tetto, un pannello sandwich di lamiera e polistirolo, ne completa l’isolamento in un clima caldo come è quello del Medio Oriente. Il posizionamento di finestre in luoghi strategici dell’edificio garantiscono una continua ventilazione, la manodopera gratuita, dovuta all’impegno della comunità Jahalin, ha reso l’opera estremamente economica. 

Altro buon esempio di approccio ai rifiuti è quello della carriera di due architetti napoletani, con studio a New York, che proprio con l’uso di oggetti che risorgono,
airplanebuilding2questa volta non manovrabili dall’uomo come i precedenti ma di dimensioni maggiori, hanno creato la loro immagine di architetti a livello internazionale. Parlo di Lot-Ek studio, formato da Giuseppe Lignano e Ada Tolla, che hanno ideato per gli studenti dell’Università di Wahsington, a Seattle, uno spazio realizzato da una parte di un boeing 747. La fusoliera di questo boeing è stata posizionata sul fianco di una collina, cablata (ormai internet arriva ovunque), dotata di illuminazione, maxischermi, sedili rotanti e reclinabili. Lot-Ek studio aveva già proposto nel 2005 soluzioni per spazi ottenuti con i boeing: parlo del famoso progetto con cui vinsero il concorso  per la biblioteca municipale a Guadalajara, nello stato di Jalisco, Messico. In quell’occasione, proposero l’uso di circa 200 fusoliere, prese da modelli di boeing 727 e 737, che assemblate diventano aerei da lettura, con spazi per uffici, sale riunioni, depositi per i libri e una facciata esterna rivestita di led che trasmette spettacoli. Altri progetti dello stesso studio, con ad esempio il riuso di container, che consiglio di vedere, sono presenti sul sito http://www.lot-ek.com.


conhouse_container_comboIl container è un oggetto variamente impiegato nell’architettura, tanto che è già quasi divenuto un trend. A conferma di ciò c’è chi, dopo aver ottenuto il miglior titolo che conferisce l’Università della Lubiana, vinto il premio Trimo di ricerca nel 2006, ha scritto un libro sul sistema di costruzione con i container e ora collabora con diversi architetti in tutto il mondo. Parlo di Jure Kotnik, giovane architetto che ha proposto e realizzato una casa, economica e mobile, per passare le proprie vacanze in giro per il mondo, composta con soli due container. Un progetto che non poteva che chiamare 2+ Weekend House e che contiene una cucina abitabile al piano inferiore con possibilità di aggiungervi un piccolo salottino, una zona notte con bagno al piano superiore nella quale è presente anche una piccola terrazza.

Il container è il custode di oggetti che nella nostra società abbiamo imparato a trasportare da una parte all’altra del nostro pianeta, spendendo soldi ed inquinando ancora di più, senza fornirci alcuna utilità, ad esempio quando ritorna vuoto da un lungo viaggio. Funzione di trasportare, quella del container, che è stata ben compresa anche da una grande firma in architettura quale Shigeru Ban e portata ad una scala maggiore che quella della 2+ Weekend House. Ban, architetto tra i più stimabili, è colui che meglio sa comunicarci
shigeru-ban-structurela differenza che corre tra la nostra cultura occidentale fatta di abbondanza e forme strutturali in acciaio, e quella antica giapponese dedita alla fragilità e leggerezza, che egli sa far echeggiare con l’uso di materiali meno perentori e definitivi. Tra i più ambiziosi paperarchitect, lo ricordiamo  perché si è spinto, con l’aiuto dello strutturista Gengo Matsui, a far si che il Ministero delle Costruzioni Giapponese annoverasse tra i materiali strutturali per la costruzione di edifici i suoi famosi tubi di cartone PTS (Paper Tube Structure). Il progetto che rese famosi i container è quello del Nomadic museum a New York, una struttura temporanea di 4000 metri quadrati che ospitò nel 2005 una mostra itinerante di opere fotografiche dell’artista Gregory Colbert dal titolo Ashes and snow. I container, larghi 2,5 metri e poco più alti, sono collocati secondo uno schema a scacchiera fino a formare le pareti del museo alte 10 metri. Tra gli spazi vuoti dei container, sono collocate delle membrane oblique simili a tessuto. La struttura del tetto è costituita dai tubi di carta PTS, dal diametro variabile e appositamente disegnati per questo progetto con carta riciclata e rivestita di una membrana impermeabile. I tubi vennero di volta in volta spediti dentro ai container utilizzati per la struttura, ed è qui che risiede l’abile mossa del progettista. All’interno lo spazio è diviso da un lungo corridoio centrale in cui una passerella di legno larga 3,6 metri, ottenuta con tavole riciclate, lascia spazio a campate, con pavimentazione di pietre di fiume, per mostrare le opere dell’artista appese con cavi sottili alle colonne di carta. Il resto dello spazio e diviso con tende semitrasparenti realizzate con bustine di tè provenienti dallo Sri Lanka. Un’opera leggera ed evocativa che soddisfa i migliori intenti di progettazione sostenibile.


welpeloo_enschede_1L’ultima architettura che propongo, saltando le ottime soluzioni date da il famoso studio di progettazione/costruzione Rural Studio di cui vi suggerisco la lettura del libro Rural Studio: Samuel Mockbee and an architecture of decency, è la Villa Welpeloo. Quest’ultima, progettata dal giovane studio olandese 2012Architecten, fondato nel 1997, è stata realizzata nel 2009 ed è certamente uno degli ultimi progetti, rivolti al metodo del riuso, meglio riusciti.  La villa, sita nella città di Enschede, ha una struttura portante realizzata in acciaio di cui il 70% è stato sottratto da un macchinario tessile di una vecchia fabbrica di tessuti. La maggior parte dell’isolamento necessario al legname che ricopre l’edificio e alle pavimentazioni, proviene da un edificio dismesso a non meno di un chilometro di distanza. Il legname usato è quello di vecchie bobine di una fabbrica di cavi. Anche l’ascensore è stato riusato: infatti, con l’impresa costruttrice, lo studio ha deciso di riutilizzare il montacarichi servito per montare la struttura.

L’inaspettata considerazione che va evidenziata in quest’opera è la sua non menzionabile economicità, paradosso che lascio spiegare dalle parole di Jan Jongert architetto dello studio:

Normalmente l’aspettativa dei clienti è che usando materiali di riuso si possa risparmiare sul costo dell’opera. In realtà, il costo dei materiali incide in media per un 30% sulla costruzione: il resto è rappresentato dalla manodopera. 

Il riuso dei materiali può portare ad una lavorazione più intensa in fase di cantiere e quindi ad un incremento del costo della manodopera. Nelle varie esperienze fatte ci siamo resi conto che il risparmio rispetto ai materiali torna in genere come costo di manodopera, con un bilancio finale assimilabile a quello dell’architettura tradizionale. (4)

Pur se logicamente ci si aspetta che nel riuso si persegua il valore del rendere un’architettura economica, ciò non vuol dire che sia ovvia come possibilità e questo progetto dimostra il limite di questa aspettativa. Prendendo atto da questo esempio, bisogna ugualmente apprezzarene l’ottimo risultato, consapevoli del fatto che, per la costruzione di questa villa, le maggiori energie spese sono quelle umane e non energie al contorno, come quelle per ottenere materia prima, che possono risultare inquinanti. Questo lavoro dimostra che progettare con il metodo del riuso è una possibilità concreta e creativamente stimolante per un progettista.

(1) J.Baudrillard-J.Nouvel, tr.It. C.Volpi, Architettura e nulla. Oggetti singolari, Mondadori Electa, Milano, 2003.

(2) Ibidem, J.Nouvel, p. 26.

(3) Ibidem, J.Boudrillard, p. 26.

(4) M.C.Inchignolo, Quando il riciclo sposa il design, in “Materia”, n°63,  settembre 2009, p.60.

Archinpallet – Architettura organizzata in pallet

In questo articolo di Wikizmo si raccolgono le architetture realizzate in pallet.

I pallet sono delle piattaforme costituite da assi di legno, usate per facilitare la movimentazione delle merci. Non tutti i pallet vengono utilizzati per più cicli di trasporto: spesso, infatti, organizzare un viaggio di ritorno per i pallet vuoti risulta più costoso per l’impresa che comprarne di nuovi. I pallet sono leggeri, trasportabili, resistenti ai carichi e facilmente reperibili. Per tutti questi motivi costruire con i pallet è un approccio sostenibile all’architettura. Si tratta di un metodo già consolidato, anche se in via sperimentale. Molti studi si sono infatti lanciati nella progettazione e realizzazione di architetture in pallet.

Si presentano qui di seguito le installazioni e le architetture in ordine casuale.

Unit Load_Redux / HDR Architecture   via treehugger
Installazione temporanea è realizzata allo scopo di sensibilizzare il pubblico alle tematiche ambientali. La bici è collegata alla struttura in pallet e ad una dinamo, la quale produce energia generata dalle pedalate dei visitatori. L’elettricità accumulata viene rilasciata la notte permettendo di illuminare l’opera donandole una seconda vita. HDR_Architecture-Unit_Load_Redux_01.jpg HDR_Architecture-Unit_Load_Redux_02
Door House / Cubo Arquitectos  via inhabitat
Prototipo di un rifugio d’emergenza; un kit contentente: 36 pannelli, 24 pallet, 8 fogli di compensato OSB, vari tubi in acciaio, teli di plastica ed elementi di fissaggio. Con un tempo di costruzione di solo 8 ore è un’ideale soluzione per realizzare un rifugio. Door-House_Cubo-Arquitectos_01 Door-House_Cubo-Arquitectos_02
Manifesto House / James & Mau + Infiniski  via archdaily
L’edificio progettato da James & Mau vuol rappresentare un manifesto per Infiniski: società che progetta e realizza abitazioni eco-friendly: realizzate con materiali riciclati, non inquinanti e riutilizzabili. Inoltre Infiniski propone altre soluzioni abitative pensate in termini di sostenibilità energetica, modularità, velocità di costruzione e smontaggio rapido. Manifesto-House_James-&-Mau_01  Manifesto-House_James-&-Mau_02
Palettenhaus / Schnetzer & Pils  via palettenhaus
Palettenhaus è il progetto vincitore del concorso GAU:DI Sustainable Architecture Competition. E’ un edificio di 60 mq fatto di  800 pallet riciclati, usati come pannelli di facciata, per la pavimentazione e la copertura; la cellulosa riempie l’intercapedine tra un pallet e l’altro, assolvendo la funzione di isolamento termico.La palettenhaus necessita di pochissima energia: 24 kWh/mq annui. palettenhaus_pils-schnetzer.jpg palettenhaus_pils-schnetzer 2.jpg
Pallet House / I-BEAM  via i-beamdesign
Pensato inizialmente come modulo abitativo d’emergenza per i rifugiati del Kosovo, è stato adattato per l’emergenza provocata dallo tzunami nel 2004. La pallet House è interamente formata da pallet di legno, facilmente reperibili nelle zone dove arrivano cargo con gli aiuti umanitari. Se combinata con altri materiali per migliorare l’isolamento e impedire le infiltrazioni d’acqua, può anche diventare una struttura abitativa per periodi più lunghi.  pallet-hause_i-beam.jpg pallet-hause_i-beam-2.jpg
ECObox partecipato / AAA  via domusweb
AAA (Atelier d’Architecture Autogérée) ha guidatogli abitanti nella riappropriazione di uno spazio pubblico abbandonato e degradato attraverso la realizzazione di un giardino temporaneo. I pallet formano il modulo base e offrono una superficie da seminare o da utilizzare per i camminamenti. eco-box_aaa-3.jpg eco-box_aaa-2.jpg
B&B store / Studio Collage   via atcasa
In occasione di Milano-design-in-the-city (22-25 ottobre 2009), nei migliori negozi di arredamento; designer e creativi hanno realizzato allestimenti onirici, come voleva il titolo della manifestazione: “La forma dei sogni”. Il tema consentiva di certo una grande libertà di interpretazione e così è stato per lo showroom B&B Italia. Allestimento del flagship store B&B, realizzato da Studio Collage, ha previsto l’utilizzo di pallet come quinta scenografica. B&B-store_Studio-Collage_01.jpg B&B-store_Studio-Collage_02.jpg
I love green / 2A+P/A  via 2ap
I love green è un’installazione temporanea realizzata a Roma. Tutti materiali utilizzati sono stati scelti per le loro caratteristiche si riutilizzabilità  e riciclabilità. I pallet formano la base d’appoggio su cui sono state posate le cassette in cui è stato seminato il prato. i-love-green_2a+.jpg i-love-green_2a+-2.jpg
Hotel Aire de Bardenas / Emiliano Lopez Monica Rivera Arquitectos  via lopez-rivera
Vincitore di numerosi premi internazionali, questo progetto utilizza i pallet per marcare il perimetro dell’hotel, proteggendolo dal vento senza impedire all’aria di passare. Ciò permette di allestire degli spazi all’aperto. Inoltre la cortina di pallet costituisce una quinta su cui si affacciano alcune camere. hotel_lopez-rivera.jpg hotel_lopez-rivera-2.jpg
Pallet Pavilion / Matthias Loebermann via blog.bellostes
Il Pallet Pavilion è stato realizzato in occasione della World Cup Ski a Oberstdorf (Germania), con la funzione di punto d’incontro per i partecipanti. Il padiglione è stato costruito con 1300 pallet tenuti insieme da 20 tiranti, è alto 6 metri e copre uno spazio di 8 x 18 metri. pallet pavilion_loebermann.jpg pallet pavilion_loebermann 2.jpg
Pallet Theater  / Oudendijk + Korbes via wrongdistance
Oudendijk e Korbes sono due designer che utilizzano come materiali per loro creazioni oggetti di scarto come pneumatici, taniche, vecchi container, eccetra. In questo caso hanno progettato un’installazione per un piccolo teatro interno ad Amsterdam utilizzando sia per il palco che per la platea dei pallet riciclati. theater_korbes-oudendijk.jpg
Pallet Design via greenpallet
Pallet Design è una cooperativa onlus che si propone di valorizzare gli imballaggi in legno proponendoli non solo come piattaforme per la movimentazione delle merci ma anche rielaborandoi come elementi di design.Progetto realizzato da: arch. Manolo Benvenuti pallet-design.jpg pallet-design-2.jpg
Babel Tower / Ramirez, Leung, Roat via superuse
E’ un’ un’architettura temporanea realizzata a San Francisco nel 2009 in occasione del Burning Man Festival. E’ composta da sette esagoni sovrapposti per un’altezza totale di 9 metri. I lati degli esagoni, composti dai pallet, possono essere fissi o apribili. La struttura è tenuta da cavi metallici messi in tesione e ancorati a terra. Di notte la torre viene illuminata da led rossi, che la rendono una sorta di faro. Babel-Tower_Ramirez-Leung_Roat_01.jpg Babel-Tower_Ramirez-Leung_Roat_02.jpg
Pallet Housing System PHS via treehugger
E’ un sistema brevettato per un’abitazione in pallet. Le pareti e i solai del modulo abitativo sono realizzate con pannelli formati da due pallet rivestiti con un pannello di OSB  o di compensato a cui è sovrapposto un film impermeabile. L’intercapedine che si viene a creare all’interno dei pallet è riempita di materiale isolante. Questo modulo è stato studiato per tre diverse localizzazioni: Svezia, Spagna e Cile. PHS_01.jpg PHS_02.jpg
Pallet Barn / Paul Stankey via hivemodular
L’interno di questo capanno costruito nel 2007 dopo aver recuperato 24 grandi pallet, è retto da una struttura in legno a telaio. Le pareti sono composte da pannelli in pallet realizzati a terra, poi sollevati e temporaneamente puntellati a terra. Pallet-barn_Stankey_01.jpg Pallet-barn_Stankey_02.jpg
Pallet house / Onix via onix
Onix ha realizzato un’installazione per studiare il prototipo di un’abitazione in pallet. Per realizzare i muri i pallet vengono sovrapposti in orizzontale: in questo modo si utilizzano in tutta la loro capacità strutturale, ma le pareti risultano essere spesse almeno 80 centimetri (la larghezza di un pallet). Per realizzare le aperture è stata realizzata un’architrave su cui appoggia un tavolato. Pallet-house_Onix_01.jpg Pallet-house_Onix_02.jpg
Urban Farm Buildings / University of Colorado Denver via Inhabitat
Gli studenti dell’Università di Denver hanno costruito, sul terreno su cui sorgeva l’Aeroporto di Stapleton, un esempio di architettura sostenibile utilizzando pallet e altri materiali recuperati. Urban-farm_University-Denver_02.jpg Urban-farm_University-Denver_01.jpg
Jellyfish Theatre  via Inhabitat
Questa installazione è stata realizzata interamente a partire da materiali recuperati o regalati: pallet riusati, chiodi di recupero, vecchi mobil, ritagli di pannelli e bottiglie di plastica. Il risultato è  un auditoriumtemporaneo da 120 posti, situato a 10 minuti dal Globe Theatre a Londra. Jellyfish_01.jpg Jellyfish_02.jpg

Alberi in scatola

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Gli artisti sono una cassa di risonanza dell’ambiente: ciò che ci circonda. A volte, come in questo caso, l’ambiente preso in considerazione non è solo tutto ciò che ci circonda, ma anche quello naturale, accezione largamente più diffusa in italiano.

Gli artisti fagocitano il mondo, lo digeriscono e rigettano la loro opera al pubblico dominio. Le ragioni del loro operato sono molteplici, il fine in questo specifico è la sensibilizzazione degli individui.

Ho raccolto in questo articolo tre esempi molto simili tra loro. Tre installazioni che dialogano con la natura cercando di nasconderla, di proteggerla in prima battuta dallo sguardo e simbolicamente da ciò che le circonda: un ambiente deturpato dalla mano dell’uomo.

Come spesso accade il nascondere ha più valore del mostrare. A volte il pacco è più bello del contenuto. Invece, il nostro contenitore è malato, il mondo è inquinato. Le opere rappresentano simbolicamente una natura in restauro, circondata da una barriera protettiva. Impacchettati, come oggetti da proteggere dalla violenza dell’uomo, gli alberi si trasformano in opere d’arte. L’arte di madre natura. Un frutto divino da preservare, in teche di cristallo; delle reliquie da preservare e mostrare alle generazioni future.

Christo and Jean-ClaudeWrapped Trees – Fondation Beyeler and Berower Park, Riehen, Switzerland – 1997-98

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Dominique PerraultKolonihavehus installation – Copenhagen, Denmark – 1996

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Iikka HalsoRestoration – Finland – 2000

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Prodotti di design da riciclaggio

dis_carica

foto di uno sconosciuto

Raccolgo in questo articolo una serie di aziende che producono oggetti di design e moda attraverso l’utilizzo di rifiuti, non materia prima seconda, bensì scarti e rifiuti trasformati in nuovi oggetti a seguito di una semplice lavorazione. La maggior parte degli oggetti sono prodotti artigianalmente, utilizzando scarti industriali o rifiuti solidi urbani.
Ingegno e capacità manageriali hanno trasformato un hobby in un’attività commerciale. I prodotti sono intriganti, “alla moda”, chiaramente ecosostenibili… a volte anche molto costosi.

nome – sito – principale prodotti – materiali riciclati
Seccohttp://www.seccoshop.com – accessori moda – parti di componenti elettronici
Freitaghttp://www.freitag.ch – borse – teloni dei camion
Demanohttp://www.demano.net – borse – cartelloni per la promozione di eventi culturali
Ecoisthttp://www.ecoist.com – borse – carta delle caramelle
rebound designshttp://www.rebound-designs.com – borse – copertine dei libri
acid dresssisterflash@libero.it – artigiana-artista di Torino, oggetti da rifiuti informatici e tecnologici
marie louise gustafssonhttp://marielouise.se/projects.html – prototipi di arredo – vari
worn againhttp://www.wornagain.co.uk – scarpe e borse – riciclaggio di materiali vari
POSCH bagshttp://boutique.posch.ca – borse – stoffe di recupero
Sonic Fabrichttp://www.sonicfabric.com – abbigliamento femminile – nastri delle audiocassette
Tejo Remyhttp://www.remyveenhuizen.nl – oggetti d’arredo – vari
reware by emiko-ohttp://www.rewarestyle.com – gioielli – mattoncini lego
Krejcihttp://www.krejci.nl – borse ed accessori – camere d’aria
Charles Kaisinhttp://www.charleskaisin.com – borse, accessori, arredo – carta, plastica
momabomahttp://www.momaboma.it – borse e accessori – carte, poster, stampe, quotidiani
Vanessa Mitranihttp://www.vanessamitrani.com – vasi, caraffe – vetro, ferro
Khmissa Designhttp://www.khmissadesign.com – sedute, pouf – copertoni, pneumatici
AsapLabhttp://www.asaplab.it – abbigliamento, tessuti – lana , cotone, filati
MIOhttp://www.mioculture.com – lampade, divisori, accessori – carta, metallo
Piet Hein Eekhttp://www.pietheineek.nl – oggetti d’arredo – legno
Stuart Haygarthhttp://www.stuarthaygarth.com – luci, lampadari – plastica, vetro, occhiali
Ivano Vitalihttp://www.artnest.it – abiti – carta
Martine Camillierihttp://www.martinecamillieri.com – giochi e accessori – bottiglie, contenitori, tappi
TerraCyclehttp://www.terracycle.net – borse – plastica e bibite
Hell’s Kitchenwww.hellskitchen.it – borse – gomma, cinture di sicurezza
Manon Juliette , Felizhttp://www.manonjuliette.nl – tappeti – pelle
Sherry Cordova Jewelryhttp://www.sherrycordovajewelry.com/html/rings.html – anelli – colli di bottiglie in vetro
Anneke Jakobs, Chiquita Chandelierhttp://www.annekejakobs.nl/project/45/Chiquita+Chandelier – lampadario – scatola banane Chiquita
TINGhttp://www.tinglondon.com – borse e cuscini – cinture di sicurezza
Athanassios Babalishttp://www.cor3.gr – borse – tappi di bottiglie in plastica
Afroditi Krassahttp://www.afroditi.com – supporti per foto e carte di credito – pagine gialle e guide telefoniche
David Shockhttp://www.etsy.com/profile.php?user_id=5601641 – borse – reti da cantiere
Pelle Miahttp://www.pellemia.de – borse – teloni pvc dei camion
Su!deas, Shiu Yuk Yuenhttp://shiuyukyuen.com/eco%20brolly.html – ombrelli – carta di giornale
Kotik Designhttp://www.kotik-design.com – collane, braccialetti, anelli – tappi bottiglie, ghiere
Boris Ballyhttp://www.borisbally.com – sedie, arredo, gioielli – cartelli stradali
mnmurhttp://www.mnmur.com – borse, portafogli – camere d’aria di bici
959http://www.959.it – borse – cinture sicurezza
Ade Arthttp://www.adeart.it – borse – camere d’aria, cinture sicurezza, copertoni
Miciovinicio – http://www.miciovinicio.it – arredo, oggetti, accessori moda – varie
ALICUCIOhttp://www.alicucio.com – arredo, oggetti – legno, cartone
Controprogettohttp://www.controprogetto.it – arredo, oggetti – legno
YENAhttp://www.yenadesign.it – accessori – camere d’aria, cinture sicurezza, copertoni
ECO LALAhttp://ecolalaobjetos.blogspot.com/p/objetos.html – accessori e borse – borse di plastica
Comalihttp://www.comali.de – cartone – lampade


Per rimanere aggiornati

inhabitat http://inhabitat.com – portale di ecodesign
stylehive http://www.stylehive.com/tag/recycled – portale di moda e design tag: recicled
popgloss http://www.popgloss.com/recycled – portale di moda e design tag:recycled
Flickr http://flickr.com/groups/sustainablestyle/pool – gruppo sustainable style

Biomimetica una nuova via verso la sostenibilità

di Elena Candelari

Da sempre l’uomo ha cercato di imitare la natura osservandone i meccanismi e tentando di riprodurli in tecnologie più o meno complesse. Ci provava Leonardo, quando disegnava la sua macchina per volare: i disegni di questo progetto arrivano dopo innumerevoli illustrazioni sugli uccelli, schizzi sulla conformazione delle ossa che compongono le loro ali e studi accuratissimi
sull’aria e sui venti. Il grande Leonardo aveva intuito che anche volare sarebbe stato possibile per l’Uomo se fosse riuscito a riprodurre il movimento e l’equilibrio di coloro che in natura già volavano.
Del resto “l’uomo comanda la natura obbedendole”, come avrebbe detto un secolo dopo il filosofo Francis Bacon.
Oggi, questo processo consapevole ha assunto il nome di biomimetica. Col termine biomimetica, biomimicry in inglese, si intende lo studio della natura, dei suoi modelli, sistemi, processi ed elementi, al fine di emularli o trarne ispirazione per la tecnologia. Una sorta di trasferimento di “soluzioni” sostenibili dalla biologia alla tecnologia.
Qualche principio base della biologia da cui l’Uomo ha tutto da imparare? La natura funziona secondo cicli chiusi: non esistono “rifiuti”; la natura utilizza solo l’energia di cui ha bisogno; tutti i sistemi viventi si fondano su interdipendenza, interconnessione e cooperazione; i sistemi naturali funzionano a energia solare (basti pensare, ad esempio, alla fotosintesi); la natura rispetta e
moltiplica la diversità; essa adatta la forma alla funzione; e così si potrebbe andare avanti…

Ma ancora più interessante è analizzare sistemi particolari. Pensiamo all’uovo: ha una perfetta tenuta, utilizzazione ottimale dello spazio, buon isolamento chimico e fisico, resistenza sotto uniforme pressione idrostatica. Un sistema che trova le sue applicazioni nel campo dell’aeronautica.
Oppure le foglie di loto: la loro superficie idrofobica, rivestita di cristalli di cera, fa sì che le goccioline d’acqua che vi cadono sopra si raccolgono per l’alta tensione superficiale della foglia; di conseguenza, anche una leggera pendenza della foglia dovuta al peso dell’acqua, la fa scivolare via. Il rotolamento delle goccioline su piccole particelle di sporco ne favorisce l’asportazione, le foglie del loto sono dunque autopulenti.

foglia_di_loto

Così la biomimetica può ispirare forme, strutture e l’invenzione di nuovi materiali sintetici.
Uno degli esempi solitamente citati a proposito di biomimetica è l’invenzione del velcro, nata dall’osservazione di come i fiori di bardana si attaccavano alla giacca di Georges de Mestral (l’inventore del velcro), di ritorno da una passeggiata: analizzandoli al microscopio, notò che questi fiori sul calice avevano degli uncini che gli permettevano di “incastrarsi” ovunque, anche nelle anse formate dai fili del tessuto della giacca. Il velcro riproduce questo sistema.

fiore_di_bardana_velcro

Anche in architettura la biomimetica comincia ad essere applicata: serre solari ispirate alla pelle dell’orso polare, coperture strutturali ispirate alla foglia di ninfea, padiglioni che ricalcano la resistenza del guscio delle conchiglie, eccetera.
La biomimetica non è una scienza, ma un metodo, che la scienza può (e forse deve) utilizzare per un costruire sostenibile.

Per approfondire:

http://www.biomimicry.net/

http://www.biomimicryinstitute.org/

http://biomimit.blogspot.com/