L’ambizione di capire Palermo

piazza di tutti

Fonte

Palermo. Forse non è davvero la più grave delle piaghe siciliane, così come avevano fatto credere a Johnny Stecchino nell’indimenticabile film di e con Roberto Benigni, ma senz’altro il traffico è la prima immagine forte della città che un visitatore come me, proveniente dal rigoroso Piemonte, ne ricava arrivando, un po’ spaesato dal viaggio, direttamente in corso Tukory, a pochi passi dal rione Ballarò.
Certo, non si può dire che a Torino il traffico non sia un grosso problema, e le analisi sulla qualità dell’aria che classificano il capoluogo sabaudo tra città italiane più insalubri sono difficili da smentire. Corso Tukory, oltre ad essere una importante zona commerciale per via dei suoi negozi e per la vicinanza al mercato, è un crocevia di studenti che si muovono tra una facoltà e l’altra e di viaggiatori in arrivo ed in partenza dalla vicina stazione ferroviaria.
Da una delle sue traverse parte il mercato di Ballarò, che i viaggiatori di Trip Advisor descrivono come “una festa per gli occhi e per la mente”, per i suoi colori, odori e rumori che certamente rimangono impressi. Perché quello che stupisce di Ballarò è la sua autenticità, il suo essere ancora “il mercato dei palermitani”. Insomma: Ballarò non ha fatto la fine del mercato della Vucciria, trasformato nella brutta copia di se stesso per aver tentano di rispondere alle attese che aveva promesso ai suoi turisti.

Le righe che seguono vogliono essere un tentativo di approfondire alcuni aspetti di una città che ho cercato di vedere con gli occhi di Don Chisciotte piuttosto che con quelli di Don Giovanni (il primo cerca qualcosa e sogna, il secondo divora senza assaporare). Pertanto ritengo necessaria un’avvertenza, perché aver l’ambizione di capire una città e i suoi abitanti per averci vissuto solo pochi giorni è sempre una presunzione. Tutte le mie riflessioni andrebbero quindi pesate per quello che sono.

Il tema del rapporto tra la cittadinanza di Palermo e lo spazio pubblico (ben descritto da Robero Alajmo nel suo simpatico libro “Palermo è una cipolla”) è una questione delicata, che varrebbe la pena approfondire. Dopo qualche giorno di permanenza in città mi sono convinto del fatto che ormai i palermitani abbiano una grande sfiducia nella gestione pubblica e siano in molti a non sopportare l’idea di vedere marciapiedi, strade e angoli di città vuoti. Il vuoto viene quindi riempito spesso in due modalità opposte.

La prima modalità di riempire il vuoto, è la più appariscente. Quella che colpisce il turista piemontese che sta entrando in città.  Lo spazio vuoto è un ricettacolo per l’immondizia e la spazzatura. Ma probabilmente c’è una spiegazione dietro a tutto questo. Se lo spazio è vuoto è perché nessuno se ne cura, e quindi, probabilmente nessuno se ne avrà a male dopo che lo si riempie di spazzatura.

Per arrivare a conoscere ed apprezzare la seconda modalità usata dai palermitani per riempire gli spazi, è necessario passare più tempo in città. Si perscepisce, da parte degli abitanti della città, la straordinaria capacità di impegnarsi meticolosamente su ogni dettaglio di quel che decidono di prendersi a cuore. Ecco che allora l’occhio ci cade su uno splendido balcone fiorito che emerge da una facciata che reclama urgentemente un restauro; sulla cortesia che i gestori di bar all’apparenza poco ospitali dimostrano con i clienti non autoctoni; sulla finezza del Giardino Inglese e sul rigore di Corso Libertà.
Ecco il punto: appropriarsi dei vuoti, prenderne cura e trasformarli in pieni, perché l’inventiva dei palermitani è enorme e, anche laddove si direbbe impossibile, sanno sempre trovare un modo per ricavare valore da un vuoto.

Un conto è riempire uno spazio, un altro è cercare di cambiarlo, perché ci si scontra contro la forza di inerzia che viene spontaneamente in difesa dello status quo. Ecco perché è più facile passare dal vuoto alla cura piuttosto che dall’immondizia alla cura. La trasformazione dello spazio ha un suo peso nell’economia del paesaggio palermitano.
Me ne sono accorto guardando un’automobile semidistrutta parcheggiata su di un angolo di corso Tukory. Ogni mattina un ambulante montava la sua bancarella utilizzando quel rottame come espositore per i giocattoli e peluche che vendeva. Ecco che quello scempio (un automobile senza cofano e senza ruote abbandonata su di una via centrale) veniva in qualche modo nascosto e l’ambulante (seppur, è importante sottolinearlo, in maniera del tutto abusiva e al di fuori di ogni regola di buona condotta) riusciva a trarne un’utilità.
C’è un altro esempio significativo: sempre al di fuori della legge, ma questa volta con ricadute pubbliche senza dubbio positive. Siamo in un angolo del rione Ballarò dove il crollo di una vecchia chiesa aveva lasciato uno spazio vuoto, ormai da anni riempito con la spazzatura.
Un gruppo spontaneo di guerrilla gardeners, i “Giardinieri di Santa Rosalia” ha spontaneamente preso l’iniziativa di ripulire quello spazio, progettarne il verde e costruirne gli arredi con materiale di riuso, coinvolgendo anche gli abitanti del quartiere per la gestione. Ecco la nascita di quella che hanno voluto chiamare “Piazza Mediterraneo” e che, agli occhi del turista piemontese, è una davvero perla rara che completa alla perfezione il paesaggio che la circonda, magnifico e pieno di contraddizioni.

piazza mediterraneo

Collegamenti esterni

Palermo è una cipolla, Robero Alajmo

Blog Parliamo di città

Google street view http://g.co/maps/m48bg

Piazza Mediterraneo:
http://giardinieridisantarosalia.blogspot.com/2011/07/luglio-colori-abbiamo-rinnovato-larredo.html
http://www.terrelibere.it/terrediconfine/4296-i-giardinieri-di-santa-rosalia-a-palermo-guerrilla-gardening-contro-spazzatura-e-degrado

Extra e Commenti

Ho fatto leggere questo articolo a un palemitano, Marco Siino, che ringrazio per aver voluto aggiungere un ulteriore spunto di riflessione:

Non so se in ballo ci sia anche il dualismo tra la cura per gli spazi percepiti come privati (i balconi dei quali parli anche tu) e l’incuria verso tutto ciò che è pubblico/collettivo/comune, che diventa degno di cura solo se ne ‘privatizzo’ l’uso (come il catorcio recuperato dall’ambulante nelle sue ore di ‘apertura’). Nelle passeggiate di quartiere di questi giorni (a Romagnolo, però), abbiamo notato che il verde è quasi tutto entro recinti privati. A quanto pare, il segreto del successo di “piazza Mediterraneo” è proprio il coinvolgimento reale delle persone del luogo, e in qualche maniera il pubblico-“micro” si fa anche un po’ privato-allargato, e allora funziona e viene tutelato. Mi viene in mente una (grossa) esperienza di liberazione di un monumento, la chiesa scoperta dello Spasimo, coperta di macerie, che funzionò e durò nel tempo grazie anche al protagonismo attribuito a chi concretamente spostò le macerie, cioè una coop. di ex-detenuti“.

Little Italy, Big Society

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Riprendendo una metafora originale di Galbraith, diversi economisti tra cui Beccattini e Galimberti, ci hanno raccontato che l’Italia – così come il calabrone – vola, anche se non si riesce a capirne il perché. Infatti, le leggi alla base della scienza economica e sociale nel primo caso, e quelle che governano la meccanica del volo nel caso del calabrone, sono avare di spiegazioni: il calabrone pesa troppo, ha le ali piccole e le sbatte con bassa frequenza; l’Italia ha una scarsissima dotazione di risorse naturali, poche infrastrutture rilevanti, ed un debito pubblico in continua crescita. Eppure, la performance economica e sociale di questi ultimi anni, nonostante un recentissimo peggioramento è migliore di quanto ci si aspetterebbe. Che in Italia si viva bene lo confermano i demografi: l’aspettativa di vita alla nascita italiana è tra le più alte al mondo.
Una delle ormai consolidate abitudini degli italiani è quella di idealizzare i paesi esteri, dove le forze che governano il volo e le prestazioni economiche sono chiare. Talmente chiare che la tentazione è quella di importarne le ricette.
Ecco perché, al suo arrivo in Italia, il giovane parlamentare inglese Nat Wei, responsabile del progetto di Big Society (uno dei cavalli di battaglia del presidente Cameron) è stato accolto come un profeta di un nuovo modello di welfare.
L’idea alla base della Big Society è quella di lavorare su di “una partnership che coinvolge il settore pubblico, il settore  privato e quello sociale centrata sui bisogni dei cittadini e delle comunità e non su quelli del governo”. Il punto è “costruire una società in cui sia assicurata una migliore qualità della vita, a partire dalla convinzione che spesso le persone sono capaci di risolvere i problemi che hanno a cuore, se gli si fornisce il giusto supporto” (vedi Big Society in costruzione. Da Londra a Roma, istruzioni per l’uso, di Chiara Buongiovanni).
Allargare dunque il peso che la società civile gioca nel fornire benessere ai cittadini, per rendere “più dolce” la ritirata del welfare statale,  dettata da obblighi ormai imprescindibili di bilancio e di finanza pubblica.
Nel progetto di Cameron e Wei, attraverso la creazione di una Big Society Bank (che utilizzerà 400 milioni di sterline provenienti da conti correnti dormienti) si finanzieranno i progetti di impresa sociale e civica, che sapranno coinvolgere i cittadini ed impegnarli nel miglioramento della qualità della vita delle comunità locali. Condizioni per il finanziamento saranno l’innovatività dei progetti, la loro capacità di coinvolgere la cittadinanza e di portare a misurabili risultati in termini di welfare e, sopratutto, l’efficienza e l’economicità in rapporto al finanziamento che lo Stato avrebbe dovuto stanziare per ottenere gli stessi risultati.
Fino ad ora, il volo italiano, lento e disordinato come quello dei calabroni, ha trovato qualche spiegazione nella struttura sociale italiana e nel sistema diffuso di welfare, anche attraverso il ruolo di istituzioni tradizionali come la famiglia o la Chiesa. L’Italia è inoltre uno dei paesi dove più si sono diffuse le imprese cooperative (sia “rosse” che “bianche”) ed il paese delle Fondazioni Bancarie, il cui status di ente a finalità non profit e legato al territorio è unico al mondo. Inoltre, è in Italia universalmente riconosciuto il ruolo decisivo del volontariato nella fornitura di servizi: si pensi a tutti i volontari della Croce Rossa, dei Vigili del Fuoco, della Protezione Civile e dell’assistenza agli anziani, solo per fare alcuni esempi. Ci sono poi il Servizio Civile Nazionale e l’articolo 72 della Finanziaria 2009, che prevedeva la possibilità di pensionamento anticipato dal pubblico impiego per coloro che intendono dedicarsi ad attività di volontariato.
C’è da chiedersi se la struttura che fino ad oggi ha tenuto in volo il nostro paese reggerà e se il calabrone Italia continuerà a volare ora che si trova di fronte alla riduzione dei fondi per il welfare statale.
Dall’altra parte, permangono dei dubbi sull’opportunità del progetto di Nat Wei e del suo premier Cameron di condurre il processo di allargamento della società attraverso una logica top-down. Dubbi che sono senz’altro calmierati dalla contagiosità dell’entusiasmo inglese per quanto riguarda l’innovazione e la civic entrepeneuership.
In attesa di governanti illuminati, occorre tenere a mente che molto può essere fatto già da ora a partire da ciascun cittadino. Ecco perché per cercare finanziamenti per un progetto di innovazione sociale e civica, in assenza di una Big Society Bank, si può pensare di affidarsi a modelli di finanziamento peer-to-peer come il prestito sociale (social lending) oppure a strumenti di crowdfunding quale è, ad esempio, Kickstarter.

altri link utili (in aggiornamento)
http://eu.techcrunch.com/2011/03/06/how-technology-is-crucial-to-the-creation-of-the-big-society/)
http://www.sussidiarieta.net/it/node/727
http://saperi.forumpa.it/story/51384/i-civic-entrepreneur-e-lopen-government-formato-local
http://www.ilfoglio.it/soloqui/7894

Missioni urbane

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Izmo utilizza questo strumento principalmente in relazione alle attività di Esplorazione e analisi urbana e ha avuto modo di applicarlo concretamente nel corso del progetto Open up Urban Space. Izmo use this tool mainly in relation to the activities of  Urban exploration and analysis and Social events, Izmo was able to apply it in practice during the projects Open up Urban Space.

La città è sempre stata, per lo più, sfondo e teatro delle attività umane legate al lavoro e agli interessi economici e politici. Nulla di buono insomma. Per il relax e il divertimento c’erano la campagna e le romantiche gite fuori porta.
In verità, anche nello spazio urbano era possibile divertirsi, ma solo in spazi chiusi e dedicati a tali attività (vedi: teatri e stadi).
Recentemente, l’aumento della polazione urbana, della ricchezza e dei servizi al cittadino, ha portato alla nascita di utilizzi alternativi dello spazio pubblico (vedi: giochi di stada, installazioni, arte, sport e teatro di strada).
Oggi la fantasia non ha più limiti e, anche in risposta alla crisi dello spazio pubblico, numerosi collettivi, studi (vedi: esterni.org) e gruppi inventano nuovi modi per utilizzare la città. Il caso più emblematico è Critical City (ora Upload) che per definizione è:

un pervasive game che attraverso una piattaforma web porta i giocatori ad uscire di casa e chiede loro di realizzare “missioni” nella città. Le missioni sono azioni ideate per far interagire i giocatori con lo spazio urbano in modo nuovo, divertente, spesso provocatorio, sempre inaspettato.

Una missione o un’esecuzione è un’attività che porta i cittadini a interagire con spazi e persone in modo alternativo e ludico [oserei dire folle]. Per quanto concerne i luoghi, gli organizzatori portano i cittadini/giocatori ad attraversare, osservare e utilizzare, fino a riqualificare, spazi mai visti prima o, in  alternativa, quelli in cui si è soliti vivere, al fine di sensibilizzare, stimolare e responsabilizzare gli stessi partecipanti.
Per quanto riguarda le persone, i  cittadini/giocatori interagiscono, parlano, dialogano con sconosciuti o con i propri vicini di casa, generando scambio, solidarietà, relazioni inaspettate, sorpresa [quindi comunità].

Per comprendere meglio cosa sono le missioni urbane riportiamo di seguito alcuni esempi di “missioni urbane”:

  • compra un etto di torcetti. se non sai cosa sono chiedi (buy 1hectogram of “torcetti”. if you don’t know torcetti ask to somebody)
  • segui per 10 min la prima persona che vedi e poi cambia persona (follow for 10 min the first people that you find. than change the person)
  • voltati e cammina all’indietro (da ripetere ogni 2 min) (turn back and walk back in the same direction, make it 2 times)
  • tocca e fai strisciare la mano sul muro che ti è a fianco (touch the wall next to you and slide the hand on it for 10 mt)
  • cammina per 1km guardando in alto (watch the sky and walk for 15 min)
  • fatti 3 foto con un 3 indigeni (take three picture with 3 different inhabitans)
  • farsi tradurre un proprio proverbio (ask somebody to translate “è inutile piangere sul latte versato”)
  • segui il rosso! (follow the red color)
  • vai nella direzione del vento per 10 min e poi verso il sole (walk an follow the wind direction than to the sun)
  • trova il primo odore che senti e seguilo (follow the firs smell that you feel)
  • orientati con la mappa della tua città (orienting as you were in your city)

Altre? vai su http://criticalcity.org/posts?section=hall_of_fame

Deriva urbana “Le Conseguenze Della PASSIONE”

locandina

Sabato 13 maggio, ore 17.00, ritrovo all’Igloo di Merz in corso Mediterraneo, deriva urbana in bicicletta alla ricerca delle conseguenze della passione olimpica. Arrivo previsto per le 19.00 al cafè Liber, corso Vercelli 2, per l’aperitivo e per rivedere e commentare i dati raccolti in deriva.


Commenti, storie, risultati della deriva

Esorto i partecipanti dell’evento “Le conseguenze della PASSIONe” a inserire un breve commento alla propria esperienza bagnata di deriva urbana.

gruppo_deriva


Alessandro
deriva_aleHo rispettato le regole. Mi sono perso, ho perso il gruppo, ho quasi perso la vita. Pedala schivando piccoli e grandi situazioni di percorso. Ho visto parti di silenziosa città ammutolita da un intervento protetico proteso a colmare una faglia chiamata quasi ironicamente spina. Tranci urbani riposano sapienti del loro ruolo, della loro storia; guardano una nuova linea disegnata 25 anni fa. Vedono gente passare e più in la altra gente vivere. I quartieri non dialogano, gli interventi architettonici non si integrano. Ci vorrà forse tempo o no, a parer mio non basterà. Non è possibile render viva una infrastruttura. Corrono le macchine, i ciclisti, il cane è pisciato, per il resto la linea era ed è tracciata, indelebile. Ciò che è mio non è tuo. Il confine è sensibilmente presente. Durante la deriva pioveva: sotto il cornicione era asciutto, c’era vita, più in là bagnati si correva alla ricerca di un nuovo riparo.


Gabriella

gabriella_giungato


Gianluca

gianluca_sabena


Stefano

stefano_milanesio


Viviana Rubbo

viviana_rubbo


Alessandro Guida

alessandro_guida


Daniele Domeniconi

daniele_domeniconi


Raffi

raffi


Olimpia

olimpia


Loredana

loredana


Ho scaricato il mio (Alessandro) percorso memorizzato attravaro il gps ecco l’immagine elaborata attraverso Google Earth

gps_deriva_ale

oppure, se preferisci ripercorrere la mia deriva, scarica il file kmz da aprire attraverso il software gratuito Google Earth

deriva_alessandro.kmz

Festa 01 02 03 04 05 06

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Manca poco alla fatidica data…

alle ore 1:02:03 del 04/05/06… ecco un secondo che si ripete solo una volta ogni millennio! A Torino è da alcuni giorni che circola una mail pubblicizzando una festa che si terrà in piazza Madama Cristina per festeggiare quel momento!!!

Idea nuova e originale? Sembra di si, ma in realtà in Spagna è scoppiata una nuova moda: tramontati i rave parties oggi ci si da appuntamento in un luogo pubblico, si porta da bere, strumenti e chitarre, tutto legale, si beve, si balla e ci si conosce. Il motivo: sicuramente nobile, RECLAMARE lo spazio pubblico che sta scomparendo e criticare i biglietti che si devono pagare per entrare nei locali.

Allora ci si vede TUTTI domani sera in piazza Madama Cristina???

articolo

fonte articolo… probabilmente La Repubblica – Cronaca di Torino –


di Alessandro Grella il 5 maggio 2006

Piccolo report

La festa più inutile del secolo ha avuto luogo. Ecco a voi alcune foto. Mi aspettavo più gente. É stato una sorta di capodanno. Ad un certo momento un gruppo di ubriaconi ha iniziato un count down improbabile che tutti hanno seguito. Scocca il secondo X. Si stappano le bottiglie. Riesco a beccarmi gli schizzi e a sporcarmi la maglia. Tempo 30 min la piazza era pressochè vuota. MHÁ?!?!?!

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Deriva urbana

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Izmo utilizza questo strumento principalmente in relazione alle attività di Esplorazione e analisi urbana, Animazione territoriale e ha avuto modo di applicarlo concretamente nel corso dei progetti Terni 24h, Geografia relazionale nello scalo Vanchiglia, El Barrio Workshop, Einstein school workshop. Izmo use this tool mainly in relation to the activities of  Urban exploration and analysis and Social events, Izmo was able to apply it in practice during the projectsTerni 24h, Geografia relazionale nello scalo Vanchiglia, El Barrio Workshop, Einstein school workshop.
For a english treatment of Dèrive, the reader should refer to Dèrive | Urban Drift

La deriva era il principale mezzo esplorativo dei membri dell’Internazionale Situazionista, movimento rivoluzionario formato da artisti, architetti e studiosi di tutta Europa, attivo dal 1956 al 1972, anno ufficiale del suo scioglimento. L’I.S. è stato forse il più importante tentativo collettivo di costruire una critica alle nuove forme di dominio che si erano create in quegli anni, quali il consumismo e le nuove condizioni del capitalismo. Attraverso una critica radicale della società, essi auspicavano una rivoluzione culturale, con il superamento dell’arte e con l’intento di costruire situazioni. Il gruppo si fece promotore di un rinnovamento anche nel campo urbano, in aperta polemica con il funzionalismo dilagante, attraverso una nuova architettura e l’esplorazione psicogeografica dei siti: la deriva appunto. Gli studi psicogeografici si propongono di esaminare come le percezioni e le sensazioni soggettive, i desideri e le preoccupazioni individuali siano influenzati dalla geografia dell’ambiente urbano e, allo stesso tempo, come questi elementi influenzino e diano forma a quella geografia. La tecnica principale della psicogeografia consiste dunque nella deriva: un percorso libero, ma critico, sul terreno urbano. Compiere una deriva significa lasciarsi andare alle sollecitazioni dell’ambiente, scegliere in modo non razionale il percorso da seguire, smarrirsi consapevolmente fra le pieghe della città. E’ una tecnica ‘spontanea’ di esplorazione urbana che mira alla comprensione e alla conoscenza della città, percorrendola assolutamente fuori dagli itinerari turistici e irrimediabilmente seguendo direzioni accidentali, senza alcun tipo di limitazione o delimitazione. Questo per soddisfare non soltanto un interesse esplorativo, ma soprattutto per raggiungere un ‘disorientamento emozionale’ nell’osservare un nuovo contesto ambientale o i dintorni di un quartiere conosciuto, ma mai attentamente osservato. Prendendo spunto da questa pratica, l’attività del laboratorio Deriva si articola in una prima fase di esplorazione in gruppo nell’area di studio, non seguendo una mappa o un percorso prestabilito. Fissato il punto di partenza, i confini, il tempo di esplorazione ed eventualmente il punto di arrivo, si procede in modo libero, cercando di esplicitare le sollecitazioni indotte dall’ambiente circostante. Sono messi a disposizione vari mezzi, che ogni partecipante potrà scegliere di utilizzare liberamente, se non è fissato a priori un mezzo prestabilito. Nelle nostre varie esperienze sul territorio abbiamo individuato come mezzi più idonei la macchina fotografica, il blocco per schizzare e per appunti, il registratore audio, la cartina muta, ovvero una mappa del luogo senza alcuna indicazione didascalica dei luoghi, la telecamera e il binocolo. Sono mezzi che ognuno può scegliere di usare in base alla propria sensibilità o al risultato che si vuole ottenere in termini di dati raccolti. Questi permettono di focalizzare l’attenzione e di amplificare le potenzialità dei sensi. Servono da setaccio per focalizzare gli elementi che costituiscono la complessità dello spazio e permettono di raccogliere dei dati oggettivi che possono essere facilmente riorganizzati. A questa fase esplorativa possono seguire uno o più incontri di rielaborazione collettiva, col fine di focalizzare l’attenzione sull’esperienza, sulle sensazioni e sollecitazioni registrate, con l’opportunità di instaurare un dibattito critico e l’avvio di proposte progettuali. Gli obiettivi del Laboratorio deriva sono quelli di innescare una partecipazione attiva dell’utenza verso il territorio circostante, sia come consapevolezza personale dell’oggettività e delle potenzialità dei luoghi, sia come reale interesse e propositività nei tavoli di discussione. L’attività proposta si pone l’intento di riattivare lo spirito di osservazione e la curiosità per la città e per il quotidiano che ci circonda e che non sembra più sorprenderci, per cercare di aumentare la propria sensibilità nell’osservare e nel vivere.

Si veda anche:

Progettazione partecipata

progettazione_partecipata

La progettazione partecipata è un processo che per definizione tende a far interagire il professionista (progettista) con l’utente che usufruirà del prodotto, allo scopo di creare un interscambio d’idee e un momento di confronto tra esigenze del fruitore e immaginario progettuale. Un percorso di elaborazione di questo tipo è una forma di intervento nel quale assume rilievo primario il progetto, nella sua complessità e totalità. La costruzione di eventi e situazioni è basata essenzialmente su una chiara definizione dei dati di sfondo, degli obiettivi, generali e specifici, delle attività, della tipologia del target e delle modalità del suo coinvolgimento, oltre che delle risorse necessarie, finanziarie, umane, organizzative e strutturali, delle metodologie di intervento e degli eventuali contenuti e metodi di valutazione. La progettazione, come metodo, è “partecipata” se e quando viene costruita non dai soli progettisti, bensì dalla cooperazione sinergica tra tutti gli attori interessati, gli esperti e i soggetti ai quali essa è indirizzata. La partecipazione, dunque, indica una modalità attiva e socialmente visibile di contributo alla progettazione da parte di coloro che sono destinati a diventare utenti del progetto. Il ruolo dell’esperto, lungi dall’esserne sminuito, ne viene valorizzato. Il progettista viene coinvolto in modi assai più articolati: infatti, anziché lavorare in forma autonoma e isolata, è costretto a comunicare le proprie idee in modo efficace e, soprattutto, a promuovere un contributo altrettanto efficace da parte dei propri interlocutori, che esperti non sono e che, quindi, vanno sostenuti. La progettazione partecipata, insomma richiede da parte dell’esperto, capacità di promozione della comunicazione efficace e promozione della partecipazione altrui. Il suo ruolo diventa così più complesso ed insieme più interessante. La progettazione partecipata è stata finora prioritariamente utilizzata nell’area dell’ambiente per migliorare la qualità urbana e consentire ai cittadini, soprattutto quelli più deboli, bambini, anziani ed emarginati, di far sentire la propria voce nelle scelte urbanistiche. E’ però anche usata come metodo generalizzato dell’animazione, per il coinvolgimento diretto dei gruppi, specialmente adolescenziali, nella costruzione delle attività e, soprattutto, dei luoghi fisici che le dovrebbero ospitare in futuro.

Attivismo Urbano

urban

L’intenzione è quella di raggruppare in questa pagina tutti gli individui o gruppi che svolgono attività artistiche infra moenia.

Elenco diviso come segue: nome – breve descrizione delle attività, dell’azione

  • Space Invaders -invasione urbana di ceramiche rappresentati i tipici alieni del gioco space invaders
  • Fresh Guy – «articolo apparso su Specchio (Stefano dovrebbe ricordarselo)»
  • l’uomo ombradisegna le forme delle ombre provocate dalla luce dei lampioni
  • Guerrilla Gardening – azioni di giardinaggio in giardini e aiuole abbandonati
  • Park(ing) day – trasformare per una giornata un parcheggio in un parco verde
  • Picnic urbano – perchè mangiare nella propria cucina? mangiate tutti allegramente in strada!
  • Dispatchwork – i Lego diventano “protesi d’affetto” per riempire i buchi nei muri di case e monumenti