Riqualificare i relitti urbani con la creatività

Riqualificare i “relitti urbani” con la creatività: l’esempio di URBE – Rigenerazione Urbana.

urbe

 

C’era una volta lo spazio pubblico, ambito della vita quotidiana e della cittadinanza.

C’erano una volta le aree industriali dismesse, spazi abbandonati, scartati, marginali, vuoti urbani in via di trasformazione o in fase di “divenire altro”.

C’era una volta la street art, nome dato dai mass-media per definire quelle forme d’arte che nello spazio pubblico si manifestano, spesso illegalmente: graffiti, poster, stencil, proiezioni video, sculture, ecc.

Poi è arrivata URBE a mescolare le carte in tavola. La neonata associazione culturale si è affacciata al panorama complesso della città contemporanea proponendo una sfida: deviare la street art dai vagoni ferroviari e dalla strada, invitarla ad entrare in uno stabilimento industriale in disuso, coinvolgere la collettività e ritracciare così le forme del concetto di spazio pubblico.

In via Foggia 28, nel cuore del quartiere Aurora di Torino, l’ex fabbrica Aspira, in attesa di essere smantellata e riconvertita in moderni loft, cambia pelle e si trasforma. I 1500 mq di locali concessi dalla società proprietaria dell’immobile, anziché essere lasciati al proprio inevitabile destino di degrado, vedono nascere il WTC, War Trade Center, luogo di contaminazione artistica e contenitore di eventi culturali. URBE crea un evento “pop up” della durata di un mese e mette in piedi un cartellone ricco e sfaccettato: mostre d’arte e di fotografia, performances teatrali, musicali e circensi, videoproiezioni e dibattiti d’attualità, eventi sportivi e non solo, per restituire questi spazi alla comunità con nuovi significati e diversi modi di intendere e vivere la collettività.

La struttura stessa degli ambienti e la provvisorietà dell’esperimento si sono rivelati fin da subito la combinazione perfetta per attrarre la natura fugace, istintiva ed intuitiva degli street artists. Nasce così, spontaneamente, SUB URB ART – Arte urbana in subbuglio, una mostra/evento che ha avuto come protagonisti i muri della fabbrica, interpretati da oltre 40 artisti italiani e internazionali. I soggetti fantastici, grotteschi, iperrealistici o di protesta di murales, stencil e facciate hanno ridato una seconda vita all’edificio ed hanno conquistato tutti, dagli esperti d’arte urbana ai profani abitanti del quartiere. L’effetto dirompente e poliedrico della street art, a cavallo tra comunità sociale e mondo dell’arte, ha richiamato la partecipazione del pubblico ed è riuscito nell’impresa di stabilire un rapporto affettivo tra lo spazio e i visitatori, sia occasionali che habitué. La mostra è stata in costante evoluzione per tutto il mese, grazie ad un vivace passaparola che, agevolato dal naturale slancio propositivo del pubblico, ha fatto crescere l’evento giorno dopo giorno e, complice la rete, segnalazione dopo segnalazione. La scadenza irremovibile del 31 luglio ha contribuito a stimolare la curiosità e a rendere l’evento accattivante e irrinunciabile. L’atmosfera informale ed elettrizzante ha fatto il resto, propagando un clima speciale.

Ora che l’esperienza è conclusa, come al risveglio da un sogno, viene spontaneo chiedersi: che cos’è stato per davvero il WTC?

Una galleria d’arte contemporanea? Un nuovo modello di centro sociale? Un laboratorio sperimentale? Una grande manifestazione culturale cittadina? Una brevissima parentesi tra realtà e fantasia, tra passato e futuro? Sicuramente possiamo affermare che quella che un tempo era stata una fabbrica di impianti di areazione è diventata temporaneamente uno spazio di contaminazione e di sperimentazione, che ha visto incontrarsi diverse persone, esperienze e linguaggi. A mio parere, però, più di ogni altra cosa, il War Trade Center è stato, sebbene solo per trenta giorni, una piazza e un cortile di casa al tempo stesso.

Ogni singolo visitatore ha avuto la possibilità di assistere attivamente a qualcosa di corale, ma in modo totalmente personale. Ospite e padrone di casa, guida ed esploratore, protagonista e comparsa, spettatore e performer di una grande azione collettiva, ciascuno ha potuto avvicinarsi ed entrare in contatto con lo spazio in maniera assolutamente libera.

Involontariamente si è rimessa al centro dell’attenzione l’essenza stessa dello spazio pubblico, cioè la sua natura d’incontro e d’identificazione della comunità, di creatività sociale, di innovazione, di divertimento, di contemplazione e di condivisione.

Della favola di via Foggia, dopo il passaggio ignaro delle ruspe, resta l’associazione URBE Rigenerazione urbana, con l’obiettivo di riprodurre l’esperienza nei numerosi spazi torinesi in fase di transizione.

URBE reinterpreta il tema della rigenerazione in  modo nuovo, affrontando la questione del degrado e della marginalità, sia fisica che sociale, secondo nuove formule e sondando percorsi artistici inconsueti.

Facendo irruzione negli spazi dismessi in via di abbattimento, la creatività può raccontare le trasformazioni urbane e, agendo come una sorta di “cura palliativa urbana”, accompagnare i luoghi al loro futuro.

Adottare nel progetto di riqualificazione urbana un approccio artistico e partecipativo, significa per l’associazione esaltare il valore della percezione e l’atteggiamento di ascolto, necessari per riattivare il dialogo fondamentale tra il luogo e i suoi abitanti.

Contatti:

Mail: urberegeneration@gmail.com

Pagina Facebook: Urbe Rigenerazione Urbana

Link esterni:

http://www.spaziotorino.it/scatto/?p=1899

http://blog.contemporarytorinopiemonte.it/?p=4255

http://www.pagina.to.it/index.php?ln…n=zoom&id=9657

http://mattiaboero.photoshelter.com/…00BVKnk4puB38/

Video:

http://vimeo.com/26479245

http://www.youtube.com/watch?v=Ndxi5…eature=related

http://www.youtube.com/watch?v=4B8duNxCxJk

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi…2-tgr.html#p=0 (minuto 15′) – Tg3 Piemonte, 15/07/2011.

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi…861c2d6b9.html (minuto 14’40”) – Tg3 Piemonte, 30/07/2011.

La città di Chandigarh: progetto utopistico o realizzazione di un sogno?

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Il progetto per la realizzazione della città di Chandigarh in India, si colloca all’interno di un ben più vasto argomento che ha segnato nei secoli la storia dell’urbanistica: quello della realizzazione della città ideale.
Questo concetto fonda le sue radici nel Rinascimento che vede affermarsi in Italia i caratteri di una società nuova. L’antichità classica diventa un modello da far rivivere nel presente, mettendo in risalto l’importanza della bellezza ideale pensata come un equilibrio tra sentimento e razionalità. Nasce così il concetto di “città ideale”, in cui le idee di Platone, le geometrie assolute, le strutture urbanistiche radiali e a scacchiera si fondono per realizzare le città reali.

Da allora questo argomento non ha trovato risposta e i più grandi architetti e urbanisti della Storia si sono confrontati con esso. Non poteva essere di certo da meno la figura pragmatica di Le Corbusier che infatti nel 1951, dopo aver già esposto le sue idee innovative per la città di Parigi, viene contattato da Nehru detto Pandit, il primo ministro dell’Unione Indiana per costruire la capitale del Punjab.
La “Città d’argento”, come fu presto nominata, rappresenta la proiezione del sogno urbanistico rinascimentale della “città ideale” in epoca moderna. Essa venne progettata quando ancora si credeva nella funzione salvifica dell’urbanistica per risolvere i problemi della società. Le Corbusier infatti, credeva nella figura dell’architetto come risolutore dei conflitti sociali intervenendo sull’organizzazione dello spazio: ne è la dimostrazione il fatto che la città sia stata pensata come un gigantesco corpo umano metaforico e reale. La città è costituita infatti da diversi “polmoni”, ovvero parchi che forniscono ossigeno, e da vene e arterie che costituiscono l’ordinatissimo sistema dei grandi viali secondo uno schema gerarchico nel quale i percorsi automobilistici e quelli pedonali sono separati. All’interno dei diversi settori, invece, gli edifici residenziali sono “democraticamente“ tutti uguali.

La città di Chandigarh è ritenuta il capolavoro dell’architetto, in quanto rappresenta la sua opera più matura e ne riunisce la poetica, la tecnica e l’ideologia, racchiudendo le citazioni stilistiche delle opere più importanti. Le sue teorie rivoluzionarie e inizialmente anche contestate in Europa, che oggi appartengono alla storia dell’architettura, furono quindi proiettate in India in un progetto surreale che si può spiegare soltanto con il desiderio di rinascita di una nazione liberata dal colonialismo. “Come le città ideali del Rinascimento esprimevano il rifiuto dell’ordine urbano del Medioevo, che era in realtà un disordine urbanistico essendo basato su modelli di accrescimento spontanei, la città radiosa di Le Corbusier esprime il rifiuto della città. È uno schema governato da una progettazione standardizzata che può trovare luogo in ogni luogo, l’esito estremo di un processo di dissoluzione del tessuto urbano, la realizzazione di un’idea: quella del controllo totale dell’architetto e dell’architettura sulla città1.

La città rappresenta quindi una tabula rasa nella quale gli edifici monumentali del passato vengono affiancati da quelli del presente e tutto è ridotto a elementi semplici e assoluti; il sito perde quindi di importanza e prende vita una concezione nella quale il paesaggio urbanizzato è tutto, ma il terreno è nulla: gli edifici sono infatti sospesi su pilastri e non toccano terra.
Tutto assume lo stesso peso: la diversificazione delle facciate non esiste più (l’unité d’habitation è una costruzione seriale, componibile e scomponibile) e gli edifici residenziali, possono essere confusi con l’isolato urbano.

È interessante infine osservare come oggi, gli indiani siano riusciti ad appropriarsi di questa città e a “sentirla” loro. Essa rappresenta di sicuro un’eccezione rispetto alle altre città indiane di cui niente ha in comune: l’atmosfera di miseria e povertà, i colori, gli odori forti, la polvere delle strade, le folle di persone e le cultura della vita sulla strada, in cui lo spazio pubblico si fonde con la sfera privata. Poco infatti della dura storia di questo paese, dalle carestie alle guerre sembra entrare in questa città. Non si può fare a meno di notare però il coraggio che Le Corbusier ha avuto nel progettare una concezione di città così innovativa per il tempo e così distante da tutte le altre città indiane, perché se è vero che Chandigarh è estremamente non indiana nella sua struttura, oggi, dopo esattamente 60 anni, questa città è stata dipinta dall’India e dai suoi abitanti e popolata dai suoi colori ed odori: rimane quindi un luogo affascinante, dove la vita ha preso il sopravvento sull’utopia.

1 Dal Co Francesco, Bonaiti Maria, Le Corbusier, Chandigarh, Mondadori Electa, 2008.

BIBLIOGRAFIA:

A. Petrilli, L’urbanistica di Le Corbusier, 2006.

Gero Marzullo, Luca Montuori. Chandigarh. Utopia moderna e realtà contemporanea, ed. Kappa, 2005.

Casciato M., Le Corbusier e Chandigarh, ed. Kappa, 2003

sito internet ufficiale della città di Chandigarh: http://www.chandigarh.nic.in

 

Architetture presto inutili – Paesaggi digitali

credits: http://www.flickr.com/photos/10404945@N05/884242901

La storia dell’uomo può essere narrata attraverso oggetti —e funzioni— inventati in relazione alle contingenze. In ogni epoca individui o gruppi di persone si sono dotati di strumenti materiali che, grazie alla loro utilità, hanno aiutato l’uomo a sopravvivere e a vivere.
In relazione alla piramide di Maslow, è affermabile che l’uomo occidentale contemporaneo ha più o meno le possibilità e capacità di arrivare ai vertici della gerarchia dei bisogni. Tali bisogni sono spesso soddisfatti attraverso gli oggetti e le loro funzioni, ad esempio: una ciotola per abbeverarsi o raccogliere il cibo; la casa per ripararsi, cucinare, riposare, amare; un elemento simbolico (da un totem ad una chiesa) utile a identificarsi e a consolidare il senso di appartenenza. Oltre alle funzioni primarie si trovano tutti quei bisogni riconducibili a simboli e oggetti che un tempo erano accessibili a pochi individui, ma che nel mondo occidentale e contemporaneo sembrano scontati e dovuti. Automobili, gite fuori porta, computer, vestiti, trattamenti di benessere, telefoni, etc. sono figli di questo incredibile periodo di benessere che sempre più individui stanno vivendo. Parallelamente le città si dotano di servizi e infrastrutture utili a supportare lo sviluppo e la crescita della ricchezza e del benessere. Nel contesto urbano i cittadini, supportati dalle politiche del welfare state, possono godere di trasporti pubblici efficienti, parchi, scuole, erogazione di luce, ecc. Non solo i governi offrono funzioni e servizi, infatti i privati, in luoghi deputati (ristoranti, cinema, palestre, negozi in generale) vendono qualsiasi cosa.
Nella società del consumismo tutto è voluto, tutto è venduto, in qualsiasi forma, in qualsiasi luogo. Soffermandosi sulla dimensione materica degli oggetti e dei luoghi deputati ad accoglierli, mostrarli, consumarli, oggi stiamo vivendo un processo di smaterializzazione o digitalizzazione di tali oggetti e servizi. Tra tutti si può pensare alla musica che è fruita digitalmente senza bisogni di supporti materici: i vecchi dischi, musicassette, cd. Tutto corre sul filo delle Information and Communication Technologies, e a volte anche senza fili, se si pensa al Wi-Fi. Quali effetti potrà avere questo cambiamento nelle nostre città? Se gli oggetti si smaterializzano, cosa succederà ai luoghi di vendita e consumo dei prodotti? Da cosa verranno sostituiti questi spazi/servizi? La crisi dello spazio pubblico aumenterà ancor di più oltre agli effetti dati da automobili, tv e paura?
A termine di questo articolo provo a raccogliere, in modo più o meno esaustivo (in un ordine poco ragionato) tutti quei luoghi che oggi sono scomparsi o in procinto di perdere la loro funzione a causa della conversione digitale.

ciò che era/è il passato o presente -> (sostituito/a da) -> ciò che è/sarà il futuro o presente

  • sale giochi -> console e mobile game
  • cabina telefonica -> cellulare
  • agenzie di viaggio -> booking on-line
  • poste -> e-mail
  • cambia valute -> sportello bancomat
  • banca -> home banking
  • negozi di musica -> pirateria di musica digitale e itunes store
  • cinema porno -> youporn e compagni
  • librerie e edicole -> ebook, blog
  • museo -> visite virtuali
  • caselli autostradali -> navigatori satellitari e sistemi di pagamento on-line
  • stadio -> streaming on-line
  • copisterie e laboratori di sviluppo e stampa -> schermi digitali
  • qualsiasi luogo deputato all’incontro e alla comunicazione -> chat e video chiamata

Buone pratiche di pianificazione a impatto zero

consumo_territorio

In the suburbs, I learned to drive (…)
Running through the yard
And all the walls that they built in the 70s finally fall
And all of the houses they built in the 70s finally fall
It meant nothing at all
It meant nothing at all
It meant nothing (…)

Under the overpass. In the parking lot we’re still waiting…

(Arcade Fire, The suburbs – 2010)

Il grande successo del film prodotto da WWF e Legambiente Parma insieme a Il Borgo, LIPU e Le città invisibili dal titolo Il Suolo Minacciato è la testimonianza di come il tema delle periferie e dello sprawl urbano sia ancora di forte attualità in Italia come all’estero. I promotori di questo film-documentario sono spinti dalla convinzione che il problema, non solo ambientale, dell’incontrollato consumo di suolo e territorio, per essere efficacemente contrastato richieda una più ampia presa di coscienza collettiva dei costi che esso comporta, delle cause che lo alimentano e soprattutto dell’esistenza di modelli alternativi nell’uso del governo del territorio.

Da qui l’idea del film documentario, che testimoniasse con imma­gini quanto stava (e sta tut­tora) acca­dendo al territorio della Food Valley, preso come caso emble­ma­tico e parados­sale del territorio nazio­nale, e che rac­con­tasse cos’è è il suolo, cosa signi­fica per­derlo e cosa si può fare per con­ser­varlo senza intac­care, anzi sem­mai raf­for­zando, le pro­spet­tive di benes­sere della società.
Il segnale della forte attenzione al tema, viene dal numero cre­scente di amministrazioni locali, che autonomamente, pur nelle dif­fi­coltà impo­ste dal qua­dro nazio­nale, si pon­gono l’obiettivo di con­te­nere e, se pos­si­bile, azze­rare il con­sumo di suolo nella con­vin­zione che que­sto sia un bene stra­te­gico da pre­ser­vare per la comu­nità.
I cosiddetti Piani “a crescita zero” ne sono un esempio.
Le prime esperienze si possono far risalire agli anni ’90 con l’obiettivo dello zero consumo di suolo per il piano di Napoli coordinato da Vezio De Lucia (approvato nel 2004), o quello di Lastra a Signa senza aree di espansione (2004). Altri noti sono quelli per Cassinetta di Lugagnano nell’area metropolitana di Milano (approvato nel 2007), quello di Solza (BG) e di Campello sul Clitunno (PG).
Situazioni diverse, dove però si cerca una risposta pratica, non ideologica e di lungo periodo al tema della sostenibilità, utilizzando il territorio come nodo per affrontare altri temi, quello energetico, o ambientale in senso lato, o di rapporto fra sviluppo e qualità della vita.
Le critiche più frequenti a questa tipologia di piani possono essere riassunte con “utopie ambientaliste”, “progetti velleitari destinati a tramontare insieme ai loro sponsor politico-culturali”, “ostacoli alle attività di trasformazione indispensabili alla nostra civiltà”. In realtà, il solo fatto di essersi tradotti in strumenti approvati di governo del territorio ne sta cominciando a dimostrare la validità.
Il ruolo dei cittadini e i processi di partecipazione messi in atto hanno assunto un ruolo fondamentale per la predisposizione di questa “famiglia” di piani.
Gli esempi riportati sono stati redatti considerando anche la valutazione delle istanze dei cittadini, raccogliendo le esigenze delle proprie comunità, attraverso un processo trasparente di confronto con la popolazione, di inquadramento in una prospettiva di area vasta e di cooperazione con gli altri comuni.
Tale processo ha permesso di elaborare un quadro preciso delle nuove esigenze dei territori in questione, favorendo un innovativo modello partecipativo che, combinato con i principi stabiliti dalle Amministrazioni comunali ha permesso di dare risposte il più possibile coerenti alle aspettative.

Dopo aver esaminato la virtuosità dei piccoli Comuni viene da chiedersi se un modello di questo genere sia davvero proponibile fuori dai piccoli borghi. O meglio se sia davvero esportabile a scala socioeconomica e territoriale vasta un’idea di vita almeno in parte alternativa a quella a cui siamo abituati.  Difficile dare una risposta, ma significativo un commento di Fabrizio Bottini Ambiente e territorio sono la cosa su cui appoggiamo i piedi. Un po’ sopra, senza soluzione di continuità, c’è la testa. “

FixMyStreet e SeeClickFix in Italia?

buca

Durante il corso del mio dottorato, mi sono interessato agli strumenti Web-based ideati e sviluppati —un po’ per interesse economico e un po’ per questioni sociali ed etiche— per la gestione e il governo del territorio, soprattutto a scala locale. Con questo articolo pongo le basi per una riflessione in merito all’introduzione in Italia di servizi come Fix My Street e See Click Fix.
In breve, i suddetti siti sono due piattaforme crossmediali pensate per consentire ai cittadini di segnalare alle Amministrazioni Pubbliche Locali: pericoli causati dal naturale deterioramento del manto stradale e in generale di evidenti problemi negli spazi pubblici.
Il servizio è molto semplice in termini di regole ed effetti desiderati. I cittadini riscontrano un disagio (ad esempio una buca a terra), lo segnalano sulla piattaforma, l’amministrazione e/o l’ente gestore prende in carico il problema e segnala l’avvenuta soluzione. La semplicità è lampante, tanto da farci esclamare: «tanto ci voleva?!?».
In Gran Bretagna e negli Stati Uniti d’America, rispettivamente Fix My Street e See Click Fix, “funzionano”, ovvero sono utilizzati da molti cittadini-utenti e le Amministrazioni “hanno imparato” a leggere le segnalazioni e notificare la soluzione del problema. Entrambe, intrinsecamente con la dimensione Web, sono piattaforme globali: chiunque può segnalare problemi, ma il vero problema è l’attesa, e la speranza, che qualcuno si occupi della questione.
Dato per assodato il gap tra tecnologia e politica, gli amministratori italiani sono, chi più, chi meno disinteressati e impreparati a interagire digitalmente con i cittadini. In realtà, ad esempio, posta certificata e firma digitale sono state introdotte obbligatoriamente nella prassi amministrativa. Questi, insieme ad altri servizi di e-democracy rivolti ai cittadini e interni alle PA, facilitano e snelliscono la burocrazia e aumentano l’efficienza del governo. Pertanto, cosa stiamo aspettando a “forzare” l’utilizzo di piattaforme di segnalazione come Fix My Street o See Click Fix? La risposta più azzeccata è «ci vuole al tempo», mentre quella probabilmente più appropiata e interessante da analizzare è «comandano le lobby».
Il fenomeno lobbistico si verifica quando un gruppo o un singolo fa pressione perché le proprie idee e interessi vengano supportati o adottati dalle Istituzioni. In altre parole, non avremo servizi di questo tipo, fino quando le organizzazioni di FixMyStreet o SeeClickFix, non prenderanno contatti con l’amministrazione italiana (probabilmente con il Ministero dei Trasporti).
La seconda possibilità, per cui questo tipo di servizi possano essere introdotti in Italia, è data dallo sviluppo di piattaforme Web da parte di programmatori nostrani, chiamati da amministrazioni lungimiranti. Infatti alcuni Comuni stanno provando ad introdurre/offrire ai propri cittadini servizi di e-participation. Si segnalano in questo senso le esperienze di Milano con PartecipaMi e di Venezia con Iris Venezia 2.0. Analizzando quest’ultime piattaforme si evince il carattere locale in termini di numero di utenti, di efficacia ed efficenza. Per sostenere progetti di questo tipo ci vuole il supporto delle Istituzioni, il budget necessario e l’entusiasmo dei cittadini rimasti soddisfatti del servizio in quanto i feedback dell’Amministrazione informa puntualmente degli effetti degli interventi.
Inoltre, per progetti a scala nazionale – (trans) regionale – provinciale – comunale (da leggersi tutta la gerarchia territoriale) occorrerebbe interfacciarsi con un’Agenzia di servizi super partes che si ponga come intermermediario tra i cittadini e le Provincie (entità governativa più aproriata in quanto si occupano tra l’altro delle infrastrutture viarie).
Raggiunti questi requisiti imprescindibili è possibile rivolgere l’attenzione alla questione dimensionale, ponendosi il seguente dilemma: «servizi locali o servizi globali in spazi locali?». Rispettivamente da una parte avremo il sapore nostrano di un progetto, dall’altra avremo la certezza di un efficenza del servizio.
Se il servizio è locale anche l’ambiente Web dovrebbe seguire logiche locali (linguaggi, leggi, politiche, target). L’Internet generalista risulta vincente per servizi e dimensioni di tipo globale. A livello locale cosa succederà? Le esperienze di Foursquare, Gowalla e SCVNGR fanno riflettere. Da una parte si intravede la forza di penetrazione spaziale di tali servizi, dall’altra si riscontra che i temi e discussioni trattati risultano scollati dalla dimensione locale. Sui social network basati sulla posizione geografica di contenuti e utenti, fino ad ora, i cittadini si approcciano con dinamiche generaliste e globali. In altre parole, raramente discutono di problemi riconducibili alle questioni della gestione/manutenzione dello spazio pubblico.
Lentamente anche in Italia si supererà il digital divide e presto avremmo servizi di questo tipo promossi dall’alto, dal basso (social hackerism, vedi CriticalMap) o da società competenti (vedi Anas), ma ciò che rimane imprescindibile è il feedback e la sicurezza che la mia segnalazione venga presa in carico, che essa abbia un riscontro tangibile nel mondo reale e che il mio grido non echeggi nell’infinito mondo digitale.

Little Italy, Big Society

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Riprendendo una metafora originale di Galbraith, diversi economisti tra cui Beccattini e Galimberti, ci hanno raccontato che l’Italia – così come il calabrone – vola, anche se non si riesce a capirne il perché. Infatti, le leggi alla base della scienza economica e sociale nel primo caso, e quelle che governano la meccanica del volo nel caso del calabrone, sono avare di spiegazioni: il calabrone pesa troppo, ha le ali piccole e le sbatte con bassa frequenza; l’Italia ha una scarsissima dotazione di risorse naturali, poche infrastrutture rilevanti, ed un debito pubblico in continua crescita. Eppure, la performance economica e sociale di questi ultimi anni, nonostante un recentissimo peggioramento è migliore di quanto ci si aspetterebbe. Che in Italia si viva bene lo confermano i demografi: l’aspettativa di vita alla nascita italiana è tra le più alte al mondo.
Una delle ormai consolidate abitudini degli italiani è quella di idealizzare i paesi esteri, dove le forze che governano il volo e le prestazioni economiche sono chiare. Talmente chiare che la tentazione è quella di importarne le ricette.
Ecco perché, al suo arrivo in Italia, il giovane parlamentare inglese Nat Wei, responsabile del progetto di Big Society (uno dei cavalli di battaglia del presidente Cameron) è stato accolto come un profeta di un nuovo modello di welfare.
L’idea alla base della Big Society è quella di lavorare su di “una partnership che coinvolge il settore pubblico, il settore  privato e quello sociale centrata sui bisogni dei cittadini e delle comunità e non su quelli del governo”. Il punto è “costruire una società in cui sia assicurata una migliore qualità della vita, a partire dalla convinzione che spesso le persone sono capaci di risolvere i problemi che hanno a cuore, se gli si fornisce il giusto supporto” (vedi Big Society in costruzione. Da Londra a Roma, istruzioni per l’uso, di Chiara Buongiovanni).
Allargare dunque il peso che la società civile gioca nel fornire benessere ai cittadini, per rendere “più dolce” la ritirata del welfare statale,  dettata da obblighi ormai imprescindibili di bilancio e di finanza pubblica.
Nel progetto di Cameron e Wei, attraverso la creazione di una Big Society Bank (che utilizzerà 400 milioni di sterline provenienti da conti correnti dormienti) si finanzieranno i progetti di impresa sociale e civica, che sapranno coinvolgere i cittadini ed impegnarli nel miglioramento della qualità della vita delle comunità locali. Condizioni per il finanziamento saranno l’innovatività dei progetti, la loro capacità di coinvolgere la cittadinanza e di portare a misurabili risultati in termini di welfare e, sopratutto, l’efficienza e l’economicità in rapporto al finanziamento che lo Stato avrebbe dovuto stanziare per ottenere gli stessi risultati.
Fino ad ora, il volo italiano, lento e disordinato come quello dei calabroni, ha trovato qualche spiegazione nella struttura sociale italiana e nel sistema diffuso di welfare, anche attraverso il ruolo di istituzioni tradizionali come la famiglia o la Chiesa. L’Italia è inoltre uno dei paesi dove più si sono diffuse le imprese cooperative (sia “rosse” che “bianche”) ed il paese delle Fondazioni Bancarie, il cui status di ente a finalità non profit e legato al territorio è unico al mondo. Inoltre, è in Italia universalmente riconosciuto il ruolo decisivo del volontariato nella fornitura di servizi: si pensi a tutti i volontari della Croce Rossa, dei Vigili del Fuoco, della Protezione Civile e dell’assistenza agli anziani, solo per fare alcuni esempi. Ci sono poi il Servizio Civile Nazionale e l’articolo 72 della Finanziaria 2009, che prevedeva la possibilità di pensionamento anticipato dal pubblico impiego per coloro che intendono dedicarsi ad attività di volontariato.
C’è da chiedersi se la struttura che fino ad oggi ha tenuto in volo il nostro paese reggerà e se il calabrone Italia continuerà a volare ora che si trova di fronte alla riduzione dei fondi per il welfare statale.
Dall’altra parte, permangono dei dubbi sull’opportunità del progetto di Nat Wei e del suo premier Cameron di condurre il processo di allargamento della società attraverso una logica top-down. Dubbi che sono senz’altro calmierati dalla contagiosità dell’entusiasmo inglese per quanto riguarda l’innovazione e la civic entrepeneuership.
In attesa di governanti illuminati, occorre tenere a mente che molto può essere fatto già da ora a partire da ciascun cittadino. Ecco perché per cercare finanziamenti per un progetto di innovazione sociale e civica, in assenza di una Big Society Bank, si può pensare di affidarsi a modelli di finanziamento peer-to-peer come il prestito sociale (social lending) oppure a strumenti di crowdfunding quale è, ad esempio, Kickstarter.

altri link utili (in aggiornamento)
http://eu.techcrunch.com/2011/03/06/how-technology-is-crucial-to-the-creation-of-the-big-society/)
http://www.sussidiarieta.net/it/node/727
http://saperi.forumpa.it/story/51384/i-civic-entrepreneur-e-lopen-government-formato-local
http://www.ilfoglio.it/soloqui/7894

Mercato e mercati: economia e scambio in ambito urbano

Paola Dadone

Ma ciò che spinge a risalire fiumi e attraversare deserti per venire fin
qui non è solo lo scambio di mercanzie che ritrovi sempre le stesse in tutti
i bazar dentro e fuori l’impero del Gran Kan, sparpagliate ai tuoi piedi
sulle stesse stuoie gialle, all’ombra delle stesse tende scacciamosche,
offerte con gli stessi ribassi di prezzo menzogneri. Non solo a vendere e a
comprare si viene a Eufemia, ma anche perché la notte accanto ai fuochi
tutt’intorno al mercato, seduti sui sacchi o sui barili o sdraiati su mucchi
di tappeti, a ogni parola che uno dice – come “lupo”, “sorella”, “tesoro
nascosto”, “battaglia”, “scabbia”, “amanti” – gli altri raccontano ognuno
la sua storia di lupi, di sorelle, di tesori, di scabbia, di amanti, di battaglie.
E tu sai che nel lungo viaggio che ti attende, quando per restare sveglio al
dondolio del cammello o della giunca ci si mette a ripensare tutti i propri
ricordi a uno a uno, il tuo lupo sarà diventato un altro lupo, tua sorella una
sorella diversa, la tua battaglia altre battaglie, al ritorno da Eufemia, la
città in cui ci si scambia la memoria a ogni solstizio e a ogni equinozio.

I. Calvino, Le Città Invisibili, p.43

In italiano, come del resto in molte altre lingue, la parola mercato può assumere due significati apparentemente simili, ma potenzialmente molto diversi. Sempre più spesso, immersi come siamo in un’economia che va via via smaterializzandosi, la parola Mercato identifica un meccanismo astratto, un luogo ideale dove avvengono gli scambi tra domanda e offerta; al tempo stesso, però, la parola mercato richiama ancora alla mente di molti un luogo fisico, inscritto nello spazio urbano, composto di bancarelle e persone e destinato allo scambio di merci. Quale relazione intercorre tra queste due accezioni del termine? Sicuramente il significato originario del termine è quello di mercato con la “m” minuscola, mercato come luogo di scambio fisico e localizzato, la cui origine e la cui evoluzione storica è stata strettamente legata alla nascita e allo sviluppo delle città. Ritroviamo le prime tracce di questo tipo di mercato già nell’agorà greca e nel forum romano, così come nei bazar tradizionali del mondo arabo. Il termine è stato poi impiegato, molto più recentemente, per indicare il solo meccanismo economico di scambio insito nel mercato stesso, astraendo dalla dimensione fisica, territoriale, sociale e culturale che il mercato ha sempre presentato sin dalle sue origini. Il luogo di incontro tra venditori e acquirenti è così divenuto un luogo geometrico, astratto. In un’epoca in cui la smaterializzazione dell’economia si è affermata con forza, pare quindi che il Mercato con la “m” maiuscola abbia preso il sopravvento e che non vi sia più posto per i mercati cittadini. Come dice Michèle de la Pradelle “più si generalizza la dominazione del Mercato, meno i mercati sembrano dotati di una propria consistenza, capace di renderli oggetto di studio” (De la Pradelle, 1996, p.11).

Ciononostante i mercati resistono, anche se spesso in condizioni precarie e con gravi difficoltà. Perché? Si tratta solo di avamposti nostalgici del passato? Oppure i mercati sono, come direbbe Starobinski, un “basso continuo”, un indicatore del tempo che passa, ma che sopravvive? È pur vero che, anche in ambito accademico, non tutti gli studiosi rilevano una tendenza univoca all’astrazione e alla de-territorializzazione dell’economia. A partire dagli anni ’70 le teorie della scuola istituzionalista e la diffusione del pensiero di Karl Polanyi hanno permesso di rivalutare la dimensione sociale, geografica e culturale del meccanismo economico, la sua natura embedded, ossia radicata nel territorio. Paradossalmente proprio la riscoperta del radicamento sociale e territoriale del meccanismo economico ha permesso di valorizzare il ruolo giocato da elementi immateriali fondamentali nell’economia contemporanea, quali la cultura, le relazioni interpersonali e le conoscenze implicite trasmesse attraverso di esse. Che i mercati siano allora una testimonianza di questo radicamento, di questo legame tra meccanismo economico e territorio, società e cultura che, pur mutando nel tempo la sua forma, non può essere reciso? Nei mercati ritroviamo l’espressione di molte delle dinamiche evidenziate dai teorici dello sviluppo locale: la presenza di un’istituzione, intesa come insieme di norme, regole, leggi e abitudini più o meno formalizzate, createsi e riprodottesi nel lungo periodo all’interno di un gruppo umano localizzato; la reiterazione di relazioni sociali e parzialmente comunitarie (si veda in proposito l’analisi di Bagnasco, 1999); la costruzione di reti di conoscenza tacita, difficilmente codificabile attraverso il linguaggio scritto, e di fiducia attraverso il dispiegarsi di relazioni personali; il ruolo dell’auto-rappresentazione collettiva.

mercato

 

Foto di fred_v

Al di là di questa rispondenza alle dinamiche individuate dalle teorie dello sviluppo locale, il mercato sembra possedere le qualità necessarie per raccogliere le sfide proposte dalle tendenze dell’economia contemporanea, sempre più smaterializzata e influenzata dall’aumentata mobilità degli individui e dalla loro multi-appartenenza sociale. L’economia post-moderna, infatti, spingendo alla smaterializzazione dei consumi, si trasforma sempre più in un’“economia delle esperienze” (Pine J.B. e Gilmore J.H., 2000), ossia in un’economia nella quale il consumo non è più prevalentemente diretto verso beni tangibili, ma piuttosto verso esperienze totalizzanti e spettacolarizzate, che sappiano coinvolgere tutti i sensi dell’individuo. Se alcuni luoghi del commercio si trovano quindi obbligati a ricreare queste condizioni in modo artificioso (si pensi alla “spettacolarizzazione” dei centri commerciali – Bottini, 2005), il mercato dispone invece di una dimensione sensoriale originaria, naturale. Questa stessa dimensione ha fatto da leva nello sviluppo della strategia dei Centri Commerciali Naturali, organizzazioni che riuniscono le piccole attività commerciali collocate nel centro cittadino al fine di coniugare i vantaggi proposti dai centri commerciali (comodità, ampiezza dell’offerta etc.) con una funzione di animazione sociale.
Il mercato si presta poi, sempre in un’ottica di economia delle esperienze, allo sviluppo di un turismo gastronomico e di folclore, che faccia sentire il turista a contatto con il volto “autentico” della città. È qui importante notare, però, che tensioni e distorsioni si possono generare nell’interazione tra l’immaginario del turista e la vita reale di coloro per i quali il mercato rappresenta un luogo di vita quotidiano.
Alcuni altri aspetti permettono di associare il mercato alle dinamiche dell’economia contemporanea. Un aspetto certamente importante è l’assoluta preponderanza nelle città europee della popolazione anziana, che ha vissuto per molto tempo il rito del mercato e che continua a trovare in esso un luogo di socialità in ambito urbano. Inoltre, nei mercati si evidenzia una forte presenza di popolazione immigrata, che trova in essi un’opportunità di mobilità sociale grazie all’investimento ridotto necessario per l’avvio di un’attività imprenditoriale in questo settore. La presenza di immigrati, inoltre, richiama al mercato i propri connazionali in veste di acquirenti e la loro presenza stimola spesso innovazioni di prodotto e contribuisce allo sviluppo di dinamiche sociali di integrazione (anche se non sempre prive di tensioni).
Tutte queste sfide, comunque, potranno essere colte dai mercati solo se questi saranno pronti a rinnovarsi e ad adattarsi alle nuove esigenze dei consumatori e soprattutto a costruire una strategia intelligente per il proprio futuro. Per questo motivo è fondamentale che nei mercati si sviluppi una governance efficace, che sappia integrare in una visione condivisa gli interessi e le esigenze dei tantissimi stakeholders coinvolti. Un buon esempio a questo proposito potrebbe essere quello della rete dei mercati della città di Barcellona, che attraverso una gestione centralizzata ma condivisa ha tentato di valorizzare i mercati tradizionali dal punto di vista economico, architettonico, culturale, turistico e sociale.

BIBLIOGRAFIA:

  • BAGNASCO Arnaldo, 1999 – Tracce di comunità. Temi derivati da un concetto ingombrante – Il Mulino, Bologna, 179 p.
  • BOTTINI Fabrizio, 2005 – I nuovi territori del commercio. Società locale, grande distribuzione, urbanistica – Alinea Editrice, Firenze, 171 p.
  • DE LA PRADELLE Michèle, 1996 – Les vendredis de Carpentras: faire son marché en Provence ou ailleurs – Fayard, Paris, 374 p.
  • PINE J.B. e GILMORE J.H., 2000 – L’economia delle esperienze. Oltre il servizio – Etas Libri, Milano, 279 p.

Missioni urbane

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Izmo utilizza questo strumento principalmente in relazione alle attività di Esplorazione e analisi urbana e ha avuto modo di applicarlo concretamente nel corso del progetto Open up Urban Space. Izmo use this tool mainly in relation to the activities of  Urban exploration and analysis and Social events, Izmo was able to apply it in practice during the projects Open up Urban Space.

La città è sempre stata, per lo più, sfondo e teatro delle attività umane legate al lavoro e agli interessi economici e politici. Nulla di buono insomma. Per il relax e il divertimento c’erano la campagna e le romantiche gite fuori porta.
In verità, anche nello spazio urbano era possibile divertirsi, ma solo in spazi chiusi e dedicati a tali attività (vedi: teatri e stadi).
Recentemente, l’aumento della polazione urbana, della ricchezza e dei servizi al cittadino, ha portato alla nascita di utilizzi alternativi dello spazio pubblico (vedi: giochi di stada, installazioni, arte, sport e teatro di strada).
Oggi la fantasia non ha più limiti e, anche in risposta alla crisi dello spazio pubblico, numerosi collettivi, studi (vedi: esterni.org) e gruppi inventano nuovi modi per utilizzare la città. Il caso più emblematico è Critical City (ora Upload) che per definizione è:

un pervasive game che attraverso una piattaforma web porta i giocatori ad uscire di casa e chiede loro di realizzare “missioni” nella città. Le missioni sono azioni ideate per far interagire i giocatori con lo spazio urbano in modo nuovo, divertente, spesso provocatorio, sempre inaspettato.

Una missione o un’esecuzione è un’attività che porta i cittadini a interagire con spazi e persone in modo alternativo e ludico [oserei dire folle]. Per quanto concerne i luoghi, gli organizzatori portano i cittadini/giocatori ad attraversare, osservare e utilizzare, fino a riqualificare, spazi mai visti prima o, in  alternativa, quelli in cui si è soliti vivere, al fine di sensibilizzare, stimolare e responsabilizzare gli stessi partecipanti.
Per quanto riguarda le persone, i  cittadini/giocatori interagiscono, parlano, dialogano con sconosciuti o con i propri vicini di casa, generando scambio, solidarietà, relazioni inaspettate, sorpresa [quindi comunità].

Per comprendere meglio cosa sono le missioni urbane riportiamo di seguito alcuni esempi di “missioni urbane”:

  • compra un etto di torcetti. se non sai cosa sono chiedi (buy 1hectogram of “torcetti”. if you don’t know torcetti ask to somebody)
  • segui per 10 min la prima persona che vedi e poi cambia persona (follow for 10 min the first people that you find. than change the person)
  • voltati e cammina all’indietro (da ripetere ogni 2 min) (turn back and walk back in the same direction, make it 2 times)
  • tocca e fai strisciare la mano sul muro che ti è a fianco (touch the wall next to you and slide the hand on it for 10 mt)
  • cammina per 1km guardando in alto (watch the sky and walk for 15 min)
  • fatti 3 foto con un 3 indigeni (take three picture with 3 different inhabitans)
  • farsi tradurre un proprio proverbio (ask somebody to translate “è inutile piangere sul latte versato”)
  • segui il rosso! (follow the red color)
  • vai nella direzione del vento per 10 min e poi verso il sole (walk an follow the wind direction than to the sun)
  • trova il primo odore che senti e seguilo (follow the firs smell that you feel)
  • orientati con la mappa della tua città (orienting as you were in your city)

Altre? vai su http://criticalcity.org/posts?section=hall_of_fame

Regole di deriva urbana

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Da tempo voglio scrivere un articolo sulla nostra Wikizmo riguardo le “regole” di deriva. Partendo dal presupposto che regole in deriva non dovrebbero esistere, al contrario, potrebbe essere interessante introdurle. Questi esperimenti risalgono da esperienze condotte anche dagli stessi situazionisti; prima dai flaneur o dopo con le visite dadaiste, fino alle deambulazioni surrealiste.
La deriva urbana non ha regole o meglio ne ha solo una: non averne. L’imperativo è perdersi per scendere tra le pieghe del territorio.
Tuttavia alcune regole di esplorazione si sono diffuse anche tra i viaggiatori comuni, tant’è che la Loney Planet ha pubblicato un libro a riguardo: “Lonely Planet Guide to Experimental Travel“.

Provo qui di seguito a elencare qualche regoletta (in ordine casuale):

  • percorsi a linea retta (fino ad arrampicarsi sui palazzi)
  • seguire le persone (vedi le esperienze di Vito Acconci)
  • salire su i bus e scendere dopo due o tre fermate e saltare nuovamente sul primo che passa (vedi anche il progetto AWOL)
  • descrivere i luoghi attraversati via telefono ad un amico, il quale deve darti indicazioni (fatto a Vienna:, Marco mi raccontava cosa stava vedendo-attraversando e io da Torino gli dicevo dove andare, girare)
  • lasciarsi trasportare da un cane (percezione olfattiva e vagabondaggio)
  • tracciare per mezzo di un gps disegni assegnati (vedi Gps Drawing)
  • seguire il cibo o altra sensazione-oggetto (noi abbiamo organizzato una deriva dal nome “deriva gastropixellare“)
  • seguire un dato colore, rumore, stimolo
  • seguire la direzione del vento, poi del nord, verso il sole…
  • utilizzare la mappa di un’altra città (es. fare una deriva a Piacenza con la mappa di Torino)
  • ubriacarsi o drogarsi
  • bendarsi o usare la sedia a rotelle (per vivere la città come un disabile)

Ogni anno si inventano nuovi esperimenti, i quali vengono presentati a New York, a settembre in occasione del festival di “tecniche geografiche di esplorazione”: Conflux (vedi l’archivio tutte le esperienze).

L’esplorazione è una passione, un passatempo, un sentimento forte verso lo spazio urbano, è una “figata” fare deriva. Un divertente esperimento sarebbe quello di selezionare un’area e a partire sempre da un unico punto provare le differenti “regole” per poi annalizzarle. Ovviamente ognuna avrà i suoi tempi, percorsi, incontri, distanze e sensazioni diverse. Propongo qui di seguito una possibile tabellina da compilare:

Titolo deriva | Data | Periodo temporale | Luoghi attraversati | Tempo metereologico | Mappa del percorso | Tipo di deriva | Sensazioni deriva | Sensazioni ambiente urbano | Risultati ottenuti | Strumenti di raccolta utilizzati | Colori, Rumori, Odori | Limiti, emergenze, landmarks | Idee e proposte progettuali scaturite | …….

Fatte le derive e compilata la tabella sarebbe interessante leggere i risultati in modo trasversale.

Altrimenti bando alle regole e divertiti e raminghi sul territorio, camminate. Fa bene allo spirito e alla mente.

Ripensare le guide turistiche

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La permanenza di un turista in un luogo può durare pochi giorni. Egli può tipicamente visitare le principali attrazioni turistiche, pernottare nei migliori hotel e provare alcuni piatti tradizionali nei ristoranti più blasonati. Molto spesso, al contrario, il turismo non è cosa di una toccata e fuga. La permanenza si può allungare nel caso di stage, Erasmus, master; comunque per motivi di lavoro o di studio.

Nei primi giorni si inizia col visitare le “cose tipiche”, successivamente, in base al grado di curiosità, tempo e voglia si desidera provare cose nuove. Tali inconsuete attrazioni sono difficilmente reperibili nelle guide turistiche. Le indicazioni di viaggio non sono più sufficienti.

Questo fenomeno accade nel caso in cui il turista ritorna nei luoghi già visitati: la prima volta si esauriscono i doverosi tour, le volte successive egli desidera provare qualcosa di più atipico e locale.

Le città sono un organo vivo e dinamico: mode, tendenze, locali cambiano giornalmente. Molti ristoranti aprono per una stagione, tante sono le serate itineranti, in crescita i temporary store e i flash mob. I residenti fagocitano inaugurazioni, feste esclusive, eventi culturali in luoghi che si possono conoscere solo se si è ben introdotti, iscritti alle giuste mailing list e abbastanza mondani. Il turista al contrario è solo, forse timido, non conosce le dinamiche locali e i luoghi maggiormente in voga.

Leggendo le guide turistiche della mia città a volte mi immagino tipiche situazioni di un turista che si reca in un ristorante, per poi mangiar male a causa di un cambio cuoco, oppure che si avventura in un locale per poi scoprirlo chiuso, vuoto, con un party privato.

Questi possono essere alcuni aspetti negativi, ma molte di più sono le cose belle che inevitabilmente sfuggono. Il turista non può conoscere l’evento, l’organizzatore, il cuoco, l’inaugurazione, la cosa giusta e unica da fare.

La città è vissuta con i passaparola e i consigli, tra le amicizie e i gruppi, veri o falsi che siano. Il turista è sprovveduto ma vuol vivere la città come tutti, come un indigeno e vuol provare cose uniche nel suo breve periodo di permanenza. Ne vuole approfittare.

Le guide turistiche non sono aggiornabili e se lo fanno on-line i giornalisti non possono sapere tutto. Per tale ragione intendo ripensare le guide turistiche composte non da punti fissi su una mappa, ma da persone, da stakeholders, da esperti e inguaribili presenzialismi. Una comunità di esperti utilizzatori della città. Il turista non consulta una mappa, ma contatta delle persone che sono in grado di informare, consigliare e indicare il luogo giusto nel momento più appropriato. La comunità è formata da individui che, come su Couchsurfing ti ospitano non nel proprio divano, ma nella propria dimensione urbana. Mediante forum, telefono, mail, “fax” (la tecnologia non manca, va solo pensata) il turista può domandare e ricevere i giusti consigli.

Le risposte sono ordinate geograficamente e temporalmente in base agli argomenti. Un archivio spazio-temporale che si forma mediante consulti semi privati e consigli mirati e personali, che condivisi sul web, formano una nuova e innovativa guida turistica.

Ogni luogo. Processi di democrazia urbana on-line

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In occasione della Biennale Democrazia la Fondazione Ordine Architetti Torino ha bandito un call for papers dal titolo: I luoghi urbani della democrazia. Izmo ha partecipato alla call con il seguente abstract, scritto da Giulia Carlone durante l’elaborazione del progetto Insito.

La tesi proposta pone le sue fondamenta sui caratteri di libertà e uguaglianza insiti e fondativi del concetto di democrazia. Un luogo materico è la conclusione di un processo. In questa visione punto imprescindibile del carattere democratico di un luogo è anche la sua fase progettuale e non solo la sua risultante materica. Come si possono porre i caratteri di libertà e uguaglianza alla base della progettazione di un luogo urbano —quindi pubblico e, di conseguenza, di tutti— così da asserire in modo condivisibile alla maggioranza che tale luogo è democratico? Le qualità intrinseche della rete in quanto zona interattiva che offre spazi oramai più che conosciuti di scambi (es: blog), dove le barriere tradizionali (distanza e compresenza fisica) sono superate e barriere potenziali quali ad esempio l’età, la razza, la religione, sono mediate dai caratteri propri della rete, quest’ultima può offrire dei luoghi di creazione di consapevolezza urbana e di scambio, tra i cittadini stessi e tra quest’ultimi e le amministrazioni. Se i cittadini, tramite delle piattaforme web, potessero esprimere e comunicare annotazioni, quadri di vita e uso del suolo pubblico, mal funzionamenti, bisogni e aspettative su parti dalla città o singoli spazi e se queste espressioni fossero acquisite dai progettisti, dagli attori e dai mediatori dei processi e ne fossero posti alla base, il luogo creato potrebbe definirsi democratico in quanto espressione di democrazia.

Oggetti metropolitani

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la prima foto ritrae una bottiglia piena d’acqua con teste d’aglio galleggianti

Gli oggetti metropolitani assomigliano alle leggende metropolitane: entrambi nascono dalla mente diabolica di qualcuno che in modo consapevole o in buona fede, inizia a diffondereli con il passa parola. Il verbo attecchisce rapidamente fino ad allargarsi a macchia d’olio.

Gli oggetti metropolitani, a differenza delle leggende, non sono composti di sole e innocue parole bensì modificano visibilmente il territorio. Le leggende restano racconti a cui credere o no, da trasmettere o bandire. Gli oggetti sono difficilmente eliminabili: anche se non ci credi sarai costretto a vederli. Gli oggetti metropolitani per fortuna seguono le mode, ma necessitano di anni per scomparire: fino al momento in cui la vittima del passaparola realizza di esser un anello della catena (di sant’antonio). Sentendosi fesso cancella mestamente le prove della sua stupidità.

¿Meglio l’oggetto terribile da appendere, attaccare, apporre oppure il beneficio per la maggior parte delle volte inesistente? ¿Meglio la pipì del cane sulla facciata o una sfilata di bottiglie di plastica appoggiate a tutti gli angoli di un edificio?

Segue una breve lista di alcuni fantastici oggetti metropolitani:

  • i fogli di stagnola per allontanare i piccioni dai vasi sui balconi
  • l’ovetto kinder che addobbava le antenne delle auto con il fine di captare meglio il segnale radio
  • le bottiglie di plastica anti pipì del cane
  • i lucchetti degli innamorati (in verità hanno la loro funzione: rappresentano l’unione indissolubile di 2 deficienti)

vi ricordare qualcos’altro???

La percezione dell’architettura di Stefano

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In quanto architetto, i manufatti con cui ho più spesso a che fare sono proprio architetture (o comunque oggetti edilizi) e riscontro sempre di più come le stesse siano in realtà la riproduzione di un organismo approssimativamente umano.

  • la struttura? ossa.
  • i tamponamenti? pelle.
  • i sistemi di controllo? cervello.
  • i sistemi di rilevamento? udito, olfatto, vista, tatto.
  • l’impianto elettrico? terminazioni nervose.
  • gli impianti idrici ed idraulici? vene, arterie.
  • l’energia elettrica, i carburanti impiegati? cibo.
  • gli scarichi e le fognature? apparato digerente.
  • il sistema di raccolta e rimozione dei rifiuti? ancora apparato digerente.
  • gli impianti di condizionamento e riscaldamento? polmoni.
  • le guaine, i manti di copertura, gli isolamenti? capelli, pelo, grasso epidermico.

non riesco a finire, ne ho sicuramente dimenticati.

quando guardo un edificio (nel mio lavoro capita spesso) la sensazione che mi dà è di essere, prima che un involucro, un nodo della grande maglia energetica che copre il territorio.

mi sembra un punto in una rete, punto che richiede, che “mangia” una grande quantità di cibo.

quando si costruisce si porta l’energia elettrica, ci si allaccia all’acquedotto, alla fognatura, alle reti telefoniche e di qualunque altra natura, estendendole, “urbanizzando” nel vero senso della parola altro territorio.

per garantire i numerosi requisiti che un corpo edilizio deve soddisfare (cito a mero titolo di esempio e senza pretese di esaustività sicurezza, benessere, fruibilità, compatibilità ambientale, estetica – e si tratta solo di macro-categorie, ciascuna di queste racchiude discorsi molto ampi, articolati ed oggetto di legislazione) lo si deve pensare in modo il più possibile olistico, integrato.

ciò non vuol dire che l’architetto debba anche dimensionare i condotti di portata dell’impianto di condizionamento, ovvio, ma come può pensare un’architettura senza tenerne conto? come può un progettista concepire delle soluzioni realmente efficaci approcciando il tema con l’arroganza di porsi al centro, per primo, come se il resto delle problematiche venissero dopo il suo “colpo di genio” in cemento?

qualcuno potrebbe dire “stai parlando di edilizia”.

sono consapevole delle differenze tra “architettura” ed “edilizia”.

però la prima non dovrebbe forse soddisfare tutte le esigenze della seconda, e ancora di più?

se un opera non è in grado di essere funzionale, economica, compatibile a livello ambientale, allora la bellezza, le implicazioni sociali e politiche gli sono inutili (maslow vale anche per gli edifici: non puoi pensare di soddisfare un livello di esigenze se non hai soddisfatto i livelli inferiori). si tratta, dal mio punto di vista, di un progetto sbagliato.

tornando alla metafora del corpo umano sì, lo so, e trita e ritrita. già sentita mille volte per tantissimi altri discorsi (così al volo mi viene in mente il traffico nelle città).

possiamo sbadigliare e non pensarci.

però forse possiamo arrivare ad intuire che l’uomo è in grado di concepire limitatamente a ciò che egli stesso è.

potrebbero esserci altri modi di costruire, totalmente diversi, esagerando potremmo definirli “alieni”.se fossimo dei blob probabilmente vivremmo dentro ad un budino caldo.però non scopriremo mai queste alternative, perché la nostra “forma mentis” è sorella gemella dal nostro essere biologico. jung, tra l’altro, conferma.

Terrace houses

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Terrace houses in Newcastle upon Tyne

Durante il mio periodo di corsi all’estero (Postgraduate Certificate in European Spatial Planning – 2008 – Newcastle upon Tyne – UK) ho seguito un interessante contributo del professor Michael Edwards riguardo Urban and Land Economics. Successivamente si è svolta una lunga discussione libera, durante la quale sono riuscito a soddisfare una mia curiosità: le terrace houses. Un vero incubo personale.

La semplice domanda rivolta al professore, preceduta da una congrua premessa, è stata: “Why do they all look the same?“. Perchè sono tutte uguali?

Facciamo un gioco: prendete una persona bendata e gettatela in una qualsiasi periferia inglese, come potrebbe riconoscere dove si trova? Leed, Manchester, Londra, Cardiff, etc. impossibile, sono tutte uguali.

In Italia è ben diverso, ogni città ha le sue peculiarità, belle o brutte che siano le architetture sono differenti; posseggono materiali e stili diversi derivanti dalla sensibilità personale dell’architetto progettista che gioca con materiali e tradizioni locali. In Italia si possono leggere le città, la cultura, la stratificazione storica e le fasi di espansione urbana.

Le città inglesi invece sono oramai compromesse da un’antropizzazione selvaggia basata su dettami stilistici nazionali e fattori contingenti dell’epoca. Un vero peccato. I sobborghi sono davvero tutti uguali, non hanno un carattere proprio, provocano nausea da ripetizione edilizia. Passando tra le vie sui mega doubledeck la ripetizione a mitraglietta del modello abitativo è imbarazzante, disorientante.

Finalmente ho trovato le motivazioni, l’origine del fenomeno che accomuna tutte le città inglesi:

  • 1860 buiding regulation, per prevenire i frequenti incendi. Un regolamento edilizio restrittivo
  • dalla seconda metà del IXX secolo inizia un’inarrestabile crescita demografica e il fenomeno immigratorio dalle colonie
  • crisi dell’agricoltura: si produceva di più; si sfruttavano i campi meno fertili; diminuzione dei prezzi dei prodotti agricoli. Conseguenza:gli impresari compravano i terreni a basso costo dagli agricoltori in crisi
  • new form of credit (bulding society) nascita del sistema dei mutui
  • burocrazia snella e veloce priva di procedure finalizzate al rilascio dei permessi
  • viene venduto tutto: edificio e terreno. Le vie, il sistema viario è ceduto alla municipalità. Gli impresari costruiscono, vendono e si spostano per un nuovo intervento
  • il sistema legislativo inglese non prevede l’obbligo di firma da parte di figure professionali quali l’architetto o l’ingegnere per certe tipologie di costruzione, tra cui le terrace houses. In altre parole non c’è bisogno di un architetto; le imprese comprano i progetti che replicano in serie
  • non vi sono regolamenti comunali ma nazionali (non esiste un piano del colore…)
  • le compagnie sono tradizionaliste e gli inglesi pure quindi il sistema regge. non ci sono rischi
  • cheap labour. Manodopera a basso costo. Tutto l’edificio è costruito in opera attraverso una squadra di semplici lavoratori dequalificati
  • non esiste il concetto di architettura, bensì solo quello della costruzione finalizzata all’abitazione

Il risultato sono città piatte, uguali. Tutte incredibilmente simili. Attualmente però si sta avviando un lento processo di modifica. Un cambiamento che interessa per lo più le grandi città, ricche e multietniche. Qui di seguito si enunciano le motivazioni di tale trasformazione:

  • stranieri, ricchi stranieri acquistano case in città e le riqualificano. Un ammodernamento radicale dell’impianto abitativo. Si vedano alcuni esempi nelle riviste di architettura
  • CABE – The Commission for Architecture and the Built Environment promuove un’edilizia più consapevole, ecosostenibile e legata alle tradizioni locali
  • il poco spazio costruibile fornisce lo spunto per l’appropriazione di vecchi edifici, fabbriche e casette con la loro radicale trasformazione
  • le piccole imprese edili, quelle che hanno “spalmato” l’Inghilterra di casette sono state acquistate da grandi costruttori edili

Ribadisco concludendo: è un peccato. Il turista che visita l’Inghilterra sarà circondato dalle terrace houses, ovunque vada ritroverà un modello edilizio indiscriminatamente diffuso.

Il territorio inglese è formato dal famoso countryside, poi vengono gli identici sobborghi, infine i centri storici, anch’essi con una tendenza ad assomigliarsi. Tutte le città sono state accomunate dal boom industriale, la crisi del modello fordista e una lenta rinascita suggellata dalle grandiose riqualificazioni urbane. Con il passaggio al nuovo millennio le aree centrali lungo i fiumi sono state trasformate, attraverso la demolizione di vecchie industrie e la costruzioni di nuovi ponti, centri culturali, auditori… appunto, a ripetizione! La mega macchina edile inglese con la mano di sir Norman Foster ha nuovamente ripreso a funzionare con le stesse tipologie e stile architettonico.

Una condanna o forse una incapacità di valorizzare il contesto locale e ascoltare il territorio.


Un commento molto interessante di un mio compagno di corso Sakkarin SAPU: le terrace houses sostanzialmente hanno uno stile democratico, accomunano tutti, dai più poveri al primo ministro inglese. La residenza al 10 di Downing Street è molto simile a tutte le casette dei sobborghi cittadini inglesi.

terrace houses where people live


Bibliografia consigliata

Ball M. (1983), Housing policy and economic power, Routledge

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Pusher e tossici come indicatori urbani

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L’altra sera portavo il cane giù, a fare la pipì. Giunti al parchetto sguinzaglio la bestiolina e iniziamo a passeggiare. Nel buio scorgo dei loschi personaggi e in un angolo ancor più buio due tossici si facevano, i loro affari. Allora richiama il cagnetto e via su un’altra strada.

Oggi ricollego l’episodio con un fatto di cronaca che marginalmente ho vissuto: un poliziotto inseguiva un pusher che per sfuggire la cattura ha attraversato i binari. Nel frattempo sopraggiungeva un treno; il puscher è scappato, il poliziotto è finito sotto.

Cosa unisce i due episodi? La spina, il soprannome del passante ferroviario di Torino. Da anni oramai sull’asse nord-sud persiste il cantire per l’interramento della ferrovia. Traggo una conclusione: lo spaccio e il consumo della droga si è spostato lungo la spina. Bene, periodicamente i luoghi della droga si spostano, ipotizzo ogni sei mesi. Dove? Parchi, rive dei fiumi, fabbriche dismesse. Ora lungo un cantire. Cosa uniscono questi luoghi? Lo stato di abbangono, la fatiscenza, l’inettitudine di uno spazio urbano ad assumere una precisa funzione e una propria vitalità. Luoghi abbandonati, nascosti; dediti ad accogliere la disperazione di qualcuno che nell’ombra può farsi, i propri interessi. Tali spazi rimangono così fino ad arrivare agli onori della cronaca per qualche fatto o fattaccio (vedi il poliziotto sotto il treno). Da quel momento inizia la bagarre mediatica, politica e i progetti di trasformazione o le politiche di salvaguardia.

Ribaltando il tutto e riprendendo il titolo dell’articolo “Pusher e tossici come indicatori urbani” si potrebbe sostenere che i luoghi che necessitano l’attenzione di politici e pianificatorio sono dove si concentra lo spaccio e il consumo di droga.

Questa tesi può essere sostenuta dall’esperienza di toxicpark: il parco sulla riva Strura a nord di Torino che si è resa famosa anche a livello nazionale per lo stato di degrado, le grandi retate e i volti consumati dei tossici. Da quella grave incresciosa situazione sono nati dibattiti, interrogazioni e progetti. Si sono pianificati investimenti per un campo da golf e aree destinate a concerti ed eventi.

Il cantiere della tra due anni finirà e la comunità della droga si sposterà altrove. Destinazione presumibile: luoghi urbani abbandonati e degradati. Partendo dal presupposto che le città perfette non esistono, troveranno qualche altra piega buia della città ad accoglierli.

Concludo affermando che paradossalmente non occorrono osservatori per comprendere dove e come pianificare, non occorre discutere riguardo indicatori efficaci e dinamici, puscher e tossicci ci aiutano a comprendere l’evoluzione e lo stato di salute delle nostre città.

Mercati rionali come quello di Borgo Vittoria

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foto di ALESSANDRO notte vigilia di Natale 2000

Sono secoli che mi prometto di scrivere un articolo con tema il mercato. I mercati rionali sono un argomento a me molto caro, fanno parte del corredo familiare, da mio bisnonno poi a cascata su tutta la famiglia Grella. Vendiamo verdura nel mercato di Borgo Vittoria, piazza della Vittoria, Torino.

Ho colto l’occasione di scrivere qualcosa perché coinvolto-assoldato dalla “compagnia teatrale” Senza Confini Di Pelle http://www.senzaconfinidipelle.com

Sarò il narratore nello spettacolo “Momenti di Vittoria”. Dario La Stella e Valentina Solinas, responsabili del progetto mi hanno chiesto di scrivere un prologo-monologo con tema il mercato rionale di Borgo Vittoria: un aneddoto, storia personale e inquadramento storico-urbano-sociale.

Ecco il risultato:

Uno scambio continuo. Un intreccio costante di attività volte alla vendita. Questo è il mercato; dal verbo latino MERCÀRI trafficare. Il giornaliero traffico delle merci ha inizio dal profondo buio della notte, riceve i primi bagliori del mattino e si chiude passato il mezzo dì. Tutti i giorni così: stessi gesti, stessi ritmi, stesse improvvise e sorprendenti piccole variazioni dovute alle più strane contingenze. A volte però gli ingranaggi della macchina mercatale rallentano bruscamente fino quasi a fermarsi.

I ricordi sono vaghi ma con l’aiuto di mio papà ho ricostruito una settimana molto particolare avvenuta nell’oramai lontano 1987.

Inverno, una domenica notte iniziò a nevicare, e non per scherzo. Mio papà stoico e incurante il lunedì ore tre e mezza usci di casa. Bardato di tutto punto inizio a sfidare l’avverso clima e ogni singolo cristallo di neve. Si avvicinò alla piazza, o meglio ad una distesa candida di neve fresca. Stimata la posizione tradizionale del banco, scorse arrivare mio zio Roberto e Fiorenzo. Tre. Tre venditori ambulanti. Solo loro decisero di vendere. Tre banchi su cento. L’avventura era appena iniziata: gli stessi gesti di sempre si tramutarono in sfida. Fiorenzo spezzò le catene degli pneumatici per uscire dal magazzino. Mio zio sfruttò la forza motrice del fuoristrada e improvvisò una stufa con camino per scaldarsi. Piazza Chiesa della Salute -> Via Giordano Bruno – mercati generali -> piazza Chiesa della Salute -> vendita -> magazzino -> casa. Con nevicata pesantemente incassante. Così per cinque giorni. Le conseguenze dell’eccezionale evento furono un incontrollato allarmismo degli abitanti del quartiere che si fiondarono in piazza a far razzia. Non scherzo. Incetta di qualsiasi genere commestibile.

Lunedì neve, martedì neve, mercoledì, provate indovinare? Neve. Così fino a venerdì. Giorno per giorno timidi ma vigorosi altri ambulanti come Alfio si affacciarono nella piazza e esposero entità commestibili che presto andarono a ruba tra acquirenti ben determinati ad accaparrarsi una valevole scorta alimentare. L’invendibile venne comprato. Sino al sabato, quando un’improvviso splendido sole comparve nel cielo terso a donare una mai così bramata monotonia.

Questo accadde quella settimana. Ero piccolo e i ricordi sono vaghi ma infiniti episodi di minor gravità accadono necessariamente tutti i giorni. I gesti di mio papà sono memorizzati nella mia memoria e probabilmente il mercato ha intaccato anche i miei geni. Perché, dovete sapere, già mio bisnonno ad inizio secolo vendeva la verdura qui. Un carro trainato dal cavallo ogni domenica prendeva posto in piazza e bisnonno Carlo iniziava con le prime vendite. Da lui, tramandato di generazione, mio nonno Vittorio e nonna Angela e i loro figli: mio zio Roberto e mio papà Giancarlo con mia mamma Sandra. Da allora tutto è mutato: l’azione di compra-vendita attualmente è meno faticosa e complessa. Al mercato generale i prodotti sono ben confezionati e riposti fiammanti nelle cassette pronte da essere esposte sul banco. Un tempo non era esattamente così. I prodotti provenivano realmente dalla terra, erano sporchi e imperfetti ed era normale passare il pomeriggio a rendere visivamente attraenti gli ortaggi. Ricordo ad esempio le cipolle passate su un setaccio gigante per togliere la pelle in eccesso, la catalogna mondata ad arte e gli spinaci lavati nell’acqua gelida contenuta in un vascone di fibrocemento. Ed in estate entrava in gioco il fattore orto. La nostra famiglia possiede un modesto appezzamento di terra nelle vicinanze di Borgaro che diventava teatro di estenuanti pomeriggi con la schiena ricurva al sole. I risultati c’erano: la produzione era notevole e l’intento di tanto lavoro raggiunto. Si lavorava per trarne il maggior profitto. Attualmente il fine è lo stesso ma i bisogni, le condizioni socio-economiche sono mutate e con esse la motivazione.

In cent’anni molto è cambiato compreso il quartiere e chi lo vive. La storia del borgo ci accomuna un po’ tutti ed è molto simile per ogni quartiere. I mercati rionali sono situati in piazze comunemente in corrispondenza di chiese di culto cattolico o delle vecchie porte daziarie. Centri del quartiere o piccoli porti urbani posseggono ancora la forza attrattiva di sempre. Con il passare del tempo insieme alla merci giungono nuovi lavoratori e acquirenti di ogni tipo: nostrane e poi esotiche le merci, indigene e poi immigrate le genti.

Qualunque cosa si pensi, qualunque legame si abbia con il mercato, ogni giorno si ripete la stessa grande meraviglia: al mattino la piazza è vuota, deserta, non c’è nessuno e poi, come per magia, cominciano ad arrivare uno alla volta, uno dopo l’altro i suoi personaggi, tutte le mattine, che piova o che nevichi, il grande circo del mercato si mette in moto ed è una festa di suoni, colori, odori, risate, dove ognuno partecipa senza riserve per dare vita alla città.

Picnic urbano

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Venerdì 9 giungo 2006 in Piazza delle Repubblica, meglio conosciuta come Porta Palazzo si è svolto un Picnic Urbano organizzato da The Gate: Comitato “Progetto Porta Palazzo” http://www.comune.torino.it/portapalazzo.

L’intento del comitato organizzatore era molto semplice, naturale: portare la gente in strada, farla mangiare con altri generando scambio e conoscenza in un territorio comune a tutti: il cibo.

Il concetto è molto semplice: non mangiare soli nella propria cucina in famiglia ma in piazza con sconosciuti. La situazione e il contesto viene ribaltato. Ambiente piccolo e famigliare contro un ambiente pubblico e sconosciuto.

L’esperimento è molto affascinante e organizzarlo materialmente sembra semplice. Cavalletti e assi, il resto lo portano i commensali da casa: tovaglia, stoviglie, cibo e da bere.

I risultati auspicabili sono la conoscenza di chi ti sta a fianco non solo a tavola ma nella vita dei tutti i giorni: sul pianerottolo, dal panettiere, alla fermata del pullman.

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In questa pagina trovate informazioni sul grande mondo del picnic

http://en.wikipedia.org/wiki/Picnic

Ginevra

logo_ginevra

Raccolgo in questa pagina tutte le preziose informazioni di viaggio fornite dalle mia amica di Skype Enrica

e le altre info arrivate troppo tardi da parte di Alma.


DORMIRE

tutti cavoli vostri abbiamo avuto l’impressione che trovare da dormire sia molto difficile se non attraverso un’adeguata prenotazione.

http://www.geneve-tourisme.ch

altrimenti, se la stagione lo permette, si va di campeggio in riva al lago.


QUARTIERI COOL

Plainpalais (rue de l’école-de-médecine, rue des Vieux-Grenadiers)

Centro storico

Carouge piccolo paesino un pò fuori… verso sud, al di là del fiume


LOCALI / RISTORANTI COOL

Café Gallay, 42 bd saint-georges, 1205 Genève

Qu’Importe, Rue Ancienne 1, 1227 Carouge

alhambar, rue de la Rôtisserie, 10 1204 Genève, http://www.alhambar.com

Café du Lys, 7 rue de l’Ecole de Médecine 1205 Genève, http://www.cafedulys.ch

Ferblanterie, Rue de l’Ecole de Médecine 8 Genève

LA SIP, Rue Des Vieux Grenadiers, Geneve, http://www.lasip.ch

Le Carnivore, rue Neuve-du-Molard, 11 1204 Genève


CENTRI CULTURALI / MUSEI

(dove siamo stati.. per altre info http://www.geneve-tourisme.ch)

Centre pour l’Image Contemporaine http://www.centreimage.ch

MAMCO Musée d’art moderne et contemporain http://www.mamco.ch

Musees d’art et d’histoire de Geneve http://www.ville-ge.ch/musinfo/mahg


DISCOTECHE

WEETAMIX vicino all’areoporto, bellissimo club.. controllare le date e gli eventi http://www.weetamix.com

CHAT NOIR * nel paesino di Carouge http://www.chatnoir.ch (musica regge, world music… con piscinaaa)


TERME

therme of Cressy http://www.cressysante.ch


out_weetamix

come dice Enrica: “trois cadavres!” alle 5.30 del mattino dopo 22 ore in piedi e 5 di danze sfrenate al “ritmo” di Luciano http://www.cadenzarecords.com e Steve Bug http://www.pokerflat-recordings.com

places

Café du Lys, Ferblanterie in rue de l’Ecole de Médecine e LA SIP dove si mormora non si possa entrare con le scarpe da ginnastica

Deriva urbana “Le Conseguenze Della PASSIONE”

locandina

Sabato 13 maggio, ore 17.00, ritrovo all’Igloo di Merz in corso Mediterraneo, deriva urbana in bicicletta alla ricerca delle conseguenze della passione olimpica. Arrivo previsto per le 19.00 al cafè Liber, corso Vercelli 2, per l’aperitivo e per rivedere e commentare i dati raccolti in deriva.


Commenti, storie, risultati della deriva

Esorto i partecipanti dell’evento “Le conseguenze della PASSIONe” a inserire un breve commento alla propria esperienza bagnata di deriva urbana.

gruppo_deriva


Alessandro
deriva_aleHo rispettato le regole. Mi sono perso, ho perso il gruppo, ho quasi perso la vita. Pedala schivando piccoli e grandi situazioni di percorso. Ho visto parti di silenziosa città ammutolita da un intervento protetico proteso a colmare una faglia chiamata quasi ironicamente spina. Tranci urbani riposano sapienti del loro ruolo, della loro storia; guardano una nuova linea disegnata 25 anni fa. Vedono gente passare e più in la altra gente vivere. I quartieri non dialogano, gli interventi architettonici non si integrano. Ci vorrà forse tempo o no, a parer mio non basterà. Non è possibile render viva una infrastruttura. Corrono le macchine, i ciclisti, il cane è pisciato, per il resto la linea era ed è tracciata, indelebile. Ciò che è mio non è tuo. Il confine è sensibilmente presente. Durante la deriva pioveva: sotto il cornicione era asciutto, c’era vita, più in là bagnati si correva alla ricerca di un nuovo riparo.


Gabriella

gabriella_giungato


Gianluca

gianluca_sabena


Stefano

stefano_milanesio


Viviana Rubbo

viviana_rubbo


Alessandro Guida

alessandro_guida


Daniele Domeniconi

daniele_domeniconi


Raffi

raffi


Olimpia

olimpia


Loredana

loredana


Ho scaricato il mio (Alessandro) percorso memorizzato attravaro il gps ecco l’immagine elaborata attraverso Google Earth

gps_deriva_ale

oppure, se preferisci ripercorrere la mia deriva, scarica il file kmz da aprire attraverso il software gratuito Google Earth

deriva_alessandro.kmz

Arte nello spazio pubblico

tappeto_volante_torino

Musei? ancora altri musei? Perché sempre e solo scatole per contenere oggetti?

Il discorso non è affatto radicale, credo che i contenitori servano per preservare, trasmettre alle generazioni future (e al tempo futuro) qullo che riteniamo importante e significativo. La mia osservazione nasce per una necessità di disambiguità sul concetto di trasmissione. Questo termine può avere due significati distinti: da un lato si può riferire ad un concetto di conservazione in un secondo caso all’azione di comunicare un contenuto. La seconda definizione presuppone e richiede a mio avviso un comportamento fortmeneto attivo, richiede che venga innescato un circolo vizioso di azioni e reazioni in modo che il soggetto si diffonda in modo frattale o caotico come succede nei sistemi complessi. Questi pressuposti sono difficili da ottenere se ci poniamo in un ambiente spazialmente delimitato come quello di un museo.

Ecco la mia posizione: se arte vuol dire comunicare, dire, suggerirre, guardare, riflettere pensare, capire, … non possiamo immaginarla solo dentro uno spazio finito (questo la rende principalmente statica) ma occorre metterla al centro di un sistema dinamico come può essere la città ed ecco quindi la mia passione per l’arte fuori dalle scatole o arte nello spazio pubblico. E allora artisti unitevi e non mollate, lanciate le vostre provocazioni direttamente al centro del sistema nevralgico, dritto al cuore…

http://www.woostercollective.com The Wooster Collective was founded in 2001. This site is dedicated to showcasing and celebrating ephemeral art placed on streets in cities around the world.

Un blog sull`arte pubblica in giro per il mondo.