Risorsa seconda: materia prima in architettura

 Merzbau

L’uomo secondo Jean Baudrillard è qualcosa di residuale, qualcosa che echeggia nel suo fantasma anche dopo la morte. Anche quando l’iperealtà ci distrae dai nostri istinti, il fare che circonda l’uomo assume le stesse connotazioni di quest’ultimo. Creare qualcosa che ha una durata è l’assunto di quegli oggetti che una volta amati o usati vengono abbandonati e nascosti in contenitori lontani da noi stessi, ma pur sempre presenti nell’ambiente che ci nutre. Produrre rifiuti è uno di quegli istinti primari a cui l’uomo non può sottrarsi, ha la stessa importanza nella nostra vita quanto lo ha il cibarsi. Quindi, se evitare di produrli non è possibile e nasconderli non è una soluzione, come si può risolvere quel fenomeno sociale che diventa emergenza rifiuti nelle città? Una risposta a tale domanda potrebbe essere data da ciò che con la presente vi propongo: il metodo del riuso di oggetti di scarto nel concepire gli spazi dell’abitare.

Cosa significa però fare architettura con il riuso di rifiuti? Forse vuol dire porsi davanti al progetto compiendo ripetutamente quell’azione che per primo Duchamp ideo esclamando: “pronto-fatto”. Non credo che il ready-made sia la soluzione, poiché tale concezione definirebbe l’architettura un gesto spontaneo come può esserlo quello dell’arte, o per intenderci, quello della scrittura. L’equivalente di Duchamp nel mondo dell’architettura, come scrive Jean Nuvel in un dialogo con Jean Baudrillard(1), non può esistere. Ci sono stati degli architetti che si sono spinti a visitare questi limiti dell’architettura, e sono quelli della corrente post-moderna, in particolare Robert Venturi che prendendo come esempio un edificio qualunque della periferia di Filadelfia, costruito in un luogo insignificante, ha dichiarato che quella era l’architettura che bisognava fare. Un gesto il suo che si fondava su una precisa teoria che remava contro l’atto eroico dell’architettura. Insomma un architetto non può compiere un gesto tanto scandaloso, come potrebbe essere quello di Piero Manzoni e la su più celebre opera Merda d’artista, sperando che venga accettato. La ragione di ciò, spiega l’architetto Nouvel, risiede nel rapporto che esiste con gli oggetti che si differenziano tra quelli d’arte e di architettura:

Non so che cosa consenta di individuare la fontana di Duchamp, se non è collocata all’interno di uno spazio museale. Sarebbero necessarie condizioni di lettura e di distacco che non si danno in architettura. Al limite, questo gesto di banalizzazione completa potrebbe avvenire a prescindere dalla volontà del committente, ma il problema è che se lo compi e lo ripeti, diventa insignificante; non ci sono più realtà e letture possibili del gesto e si ottiene solo la sparizione totale dell’atto architettonico. (2)

Ciò che però Nouvel non considera con queste parole è l’intento dell’artista, intento che prescinde dalla ripetizione compiuta da altri e che ha come valore assoluto quello di mandare un messaggio che oggi è stato percepito ed integrato in molte discussioni che altrimenti nemmeno sarebbero nate. Ecco, similmente, cosa gli risponde Baudrillard:

Ma anche il gesto di Duchamp, alla fine, diventa insignificante, vuole essere insignificante e, suo malgrado, diventa insignificante anche perché ripetuto, come accade a tutti i sotto-prodotti di Duchamp. L’evento, invece, è unico e singolare; è tutto; è effimero. Dopo Duchamp ce ne sono tanti altri, anche nell’arte, perché, da quel momento in poi, è stata aperta la strada alla ricomparsa di tutte le forme compiute – una sorta di post-moderno, volendo. Questo momento, molto semplicemente, è estinto. (3)

Detto questo, sappiamo che in architettura i detriti, in qualità di materiale inerte, fanno parte integrante della storia delle costruzioni, ma anche le rovine del passato sfruttate come sostegno per nuovi edifici rientrano in un discorso affine. Il riuso di parti prelevate da architetture non più in uso è un fenomeno al quale storicamente si è attribuito il termine “spoglio”, per indicare quei pezzi di costruzioni antiche presi e rimessi in opera per costruzioni nuove. Questa pratica ha maggiormente contribuito alla realizzazione di costruzioni dell’epoca Medievale. In queste costruzioni i capitelli, le colonne, gli ornamenti di portali apparentemente integrati, non venivano realizzati come elementi, parte di una concezione progettuale formalmente unitaria, al contrario erano elementi nati per altri edifici con una propria funzione statica che assumevano un carattere di autonomia figurativa ed estetica. Esempio eclatante di tale consuetudine del passato è la Basilica di San Marco a Venezia, dove l’impiego di elementi di antica formazione, provenienti dai territori del Vicino Oriente, crea un’opera con un linguaggio fortemente diversificato. Una Basilica che diventa testimonianza di rapporti sociali dell’epoca e manifestazione dell’arricchimento facendola divenire così simbolo di potere. Oggi il fenomeno dello spoglio esiste ancora, ma è qualcosa che si compie discretamente e senza farne troppa pubblicità. Ciò che viene spontaneo pensare è se in questa nuova società in cui l’abbondanza di merci ci identifica storicamente, gli oggetti scartati possano venire integrati nel progetto di architettura e dare l’avvio, magari, a uno specifico fare architettura.

A queste considerazioni si possono brevemente accostare alcuni casi concreti di realizzazioni con il metodo del riuso, ciò per coinvolgere anche i più scettici nel considerare il riuso un metodo costruttivo da affiancare alla consuetudine del progettista.


Wat Lan KuadDiversi sono gli esempi di realizzazioni con oggetti di scarto, di cui gli artefici spesso sono  privati non architetti, che assemblano materia prima come lattine, bottigli
e vuote di plastica, pneumatici o altro, oggetti usati come mattoni o coppi di copertura. Di questi esempi di auto produzione e riuso ve ne sono parecchi, basta dare un’occhiata sulla rete internet per rendersene conto. Tra i migliori esempi, uno che credo meriti un pò di attenzione, è il tempio buddista di Wat Pa Maha Chedi Kaew in Thailandia costruito con più di un milione di bottiglie di vetro dagli stessi monaci che dentro vi abitano. Costruzione iniziata nel 1984 con un fabbricato destinato alle monache, utilizzando la materia prima delle bottiglie, donate dalla gente dei dintorni, si sono spinti a creare anche i crematori, gabinetti, una pagoda e un edificio cerimoniale. Una costruzione che in questo caso affida i compiti strutturali ad altri materiali più adatti a tale scopo, ma che propone soluzioni espressive della materia seconda che la rende unica nel suo genere. 


EarthshipSimile al precedente, nel comporre spazi attraverso oggetti manovrabili senza l’impiego di macchine, un altro progetto può essere citato ed è la scuola in Medio Oriente realizzata da un architetto italiano, Valerio Marazzi. Progetto promosso da “Vento di Terra Onlus”, è realizzato in un villaggio, Jahalin, situato a sud di Gerusalemme nei Territori Occupati Palestinesi con l’uso di pneumatici scartati. Circa duemila le gomme usate per la costruzione dei muri, riempite di terriccio e legate con aggiunta di acqua, sono state poi ricoperte da un intonaco di argilla, ottenendo così muri larghi circa 80 cm che oltre alle funzioni strutturali hanno raggiunto competenze termoisolanti. Il tetto, un pannello sandwich di lamiera e polistirolo, ne completa l’isolamento in un clima caldo come è quello del Medio Oriente. Il posizionamento di finestre in luoghi strategici dell’edificio garantiscono una continua ventilazione, la manodopera gratuita, dovuta all’impegno della comunità Jahalin, ha reso l’opera estremamente economica. 

Altro buon esempio di approccio ai rifiuti è quello della carriera di due architetti napoletani, con studio a New York, che proprio con l’uso di oggetti che risorgono,
airplanebuilding2questa volta non manovrabili dall’uomo come i precedenti ma di dimensioni maggiori, hanno creato la loro immagine di architetti a livello internazionale. Parlo di Lot-Ek studio, formato da Giuseppe Lignano e Ada Tolla, che hanno ideato per gli studenti dell’Università di Wahsington, a Seattle, uno spazio realizzato da una parte di un boeing 747. La fusoliera di questo boeing è stata posizionata sul fianco di una collina, cablata (ormai internet arriva ovunque), dotata di illuminazione, maxischermi, sedili rotanti e reclinabili. Lot-Ek studio aveva già proposto nel 2005 soluzioni per spazi ottenuti con i boeing: parlo del famoso progetto con cui vinsero il concorso  per la biblioteca municipale a Guadalajara, nello stato di Jalisco, Messico. In quell’occasione, proposero l’uso di circa 200 fusoliere, prese da modelli di boeing 727 e 737, che assemblate diventano aerei da lettura, con spazi per uffici, sale riunioni, depositi per i libri e una facciata esterna rivestita di led che trasmette spettacoli. Altri progetti dello stesso studio, con ad esempio il riuso di container, che consiglio di vedere, sono presenti sul sito http://www.lot-ek.com.


conhouse_container_comboIl container è un oggetto variamente impiegato nell’architettura, tanto che è già quasi divenuto un trend. A conferma di ciò c’è chi, dopo aver ottenuto il miglior titolo che conferisce l’Università della Lubiana, vinto il premio Trimo di ricerca nel 2006, ha scritto un libro sul sistema di costruzione con i container e ora collabora con diversi architetti in tutto il mondo. Parlo di Jure Kotnik, giovane architetto che ha proposto e realizzato una casa, economica e mobile, per passare le proprie vacanze in giro per il mondo, composta con soli due container. Un progetto che non poteva che chiamare 2+ Weekend House e che contiene una cucina abitabile al piano inferiore con possibilità di aggiungervi un piccolo salottino, una zona notte con bagno al piano superiore nella quale è presente anche una piccola terrazza.

Il container è il custode di oggetti che nella nostra società abbiamo imparato a trasportare da una parte all’altra del nostro pianeta, spendendo soldi ed inquinando ancora di più, senza fornirci alcuna utilità, ad esempio quando ritorna vuoto da un lungo viaggio. Funzione di trasportare, quella del container, che è stata ben compresa anche da una grande firma in architettura quale Shigeru Ban e portata ad una scala maggiore che quella della 2+ Weekend House. Ban, architetto tra i più stimabili, è colui che meglio sa comunicarci
shigeru-ban-structurela differenza che corre tra la nostra cultura occidentale fatta di abbondanza e forme strutturali in acciaio, e quella antica giapponese dedita alla fragilità e leggerezza, che egli sa far echeggiare con l’uso di materiali meno perentori e definitivi. Tra i più ambiziosi paperarchitect, lo ricordiamo  perché si è spinto, con l’aiuto dello strutturista Gengo Matsui, a far si che il Ministero delle Costruzioni Giapponese annoverasse tra i materiali strutturali per la costruzione di edifici i suoi famosi tubi di cartone PTS (Paper Tube Structure). Il progetto che rese famosi i container è quello del Nomadic museum a New York, una struttura temporanea di 4000 metri quadrati che ospitò nel 2005 una mostra itinerante di opere fotografiche dell’artista Gregory Colbert dal titolo Ashes and snow. I container, larghi 2,5 metri e poco più alti, sono collocati secondo uno schema a scacchiera fino a formare le pareti del museo alte 10 metri. Tra gli spazi vuoti dei container, sono collocate delle membrane oblique simili a tessuto. La struttura del tetto è costituita dai tubi di carta PTS, dal diametro variabile e appositamente disegnati per questo progetto con carta riciclata e rivestita di una membrana impermeabile. I tubi vennero di volta in volta spediti dentro ai container utilizzati per la struttura, ed è qui che risiede l’abile mossa del progettista. All’interno lo spazio è diviso da un lungo corridoio centrale in cui una passerella di legno larga 3,6 metri, ottenuta con tavole riciclate, lascia spazio a campate, con pavimentazione di pietre di fiume, per mostrare le opere dell’artista appese con cavi sottili alle colonne di carta. Il resto dello spazio e diviso con tende semitrasparenti realizzate con bustine di tè provenienti dallo Sri Lanka. Un’opera leggera ed evocativa che soddisfa i migliori intenti di progettazione sostenibile.


welpeloo_enschede_1L’ultima architettura che propongo, saltando le ottime soluzioni date da il famoso studio di progettazione/costruzione Rural Studio di cui vi suggerisco la lettura del libro Rural Studio: Samuel Mockbee and an architecture of decency, è la Villa Welpeloo. Quest’ultima, progettata dal giovane studio olandese 2012Architecten, fondato nel 1997, è stata realizzata nel 2009 ed è certamente uno degli ultimi progetti, rivolti al metodo del riuso, meglio riusciti.  La villa, sita nella città di Enschede, ha una struttura portante realizzata in acciaio di cui il 70% è stato sottratto da un macchinario tessile di una vecchia fabbrica di tessuti. La maggior parte dell’isolamento necessario al legname che ricopre l’edificio e alle pavimentazioni, proviene da un edificio dismesso a non meno di un chilometro di distanza. Il legname usato è quello di vecchie bobine di una fabbrica di cavi. Anche l’ascensore è stato riusato: infatti, con l’impresa costruttrice, lo studio ha deciso di riutilizzare il montacarichi servito per montare la struttura.

L’inaspettata considerazione che va evidenziata in quest’opera è la sua non menzionabile economicità, paradosso che lascio spiegare dalle parole di Jan Jongert architetto dello studio:

Normalmente l’aspettativa dei clienti è che usando materiali di riuso si possa risparmiare sul costo dell’opera. In realtà, il costo dei materiali incide in media per un 30% sulla costruzione: il resto è rappresentato dalla manodopera. 

Il riuso dei materiali può portare ad una lavorazione più intensa in fase di cantiere e quindi ad un incremento del costo della manodopera. Nelle varie esperienze fatte ci siamo resi conto che il risparmio rispetto ai materiali torna in genere come costo di manodopera, con un bilancio finale assimilabile a quello dell’architettura tradizionale. (4)

Pur se logicamente ci si aspetta che nel riuso si persegua il valore del rendere un’architettura economica, ciò non vuol dire che sia ovvia come possibilità e questo progetto dimostra il limite di questa aspettativa. Prendendo atto da questo esempio, bisogna ugualmente apprezzarene l’ottimo risultato, consapevoli del fatto che, per la costruzione di questa villa, le maggiori energie spese sono quelle umane e non energie al contorno, come quelle per ottenere materia prima, che possono risultare inquinanti. Questo lavoro dimostra che progettare con il metodo del riuso è una possibilità concreta e creativamente stimolante per un progettista.

(1) J.Baudrillard-J.Nouvel, tr.It. C.Volpi, Architettura e nulla. Oggetti singolari, Mondadori Electa, Milano, 2003.

(2) Ibidem, J.Nouvel, p. 26.

(3) Ibidem, J.Boudrillard, p. 26.

(4) M.C.Inchignolo, Quando il riciclo sposa il design, in “Materia”, n°63,  settembre 2009, p.60.

Archinpallet – Architettura organizzata in pallet

In questo articolo di Wikizmo si raccolgono le architetture realizzate in pallet.

I pallet sono delle piattaforme costituite da assi di legno, usate per facilitare la movimentazione delle merci. Non tutti i pallet vengono utilizzati per più cicli di trasporto: spesso, infatti, organizzare un viaggio di ritorno per i pallet vuoti risulta più costoso per l’impresa che comprarne di nuovi. I pallet sono leggeri, trasportabili, resistenti ai carichi e facilmente reperibili. Per tutti questi motivi costruire con i pallet è un approccio sostenibile all’architettura. Si tratta di un metodo già consolidato, anche se in via sperimentale. Molti studi si sono infatti lanciati nella progettazione e realizzazione di architetture in pallet.

Si presentano qui di seguito le installazioni e le architetture in ordine casuale.

Unit Load_Redux / HDR Architecture   via treehugger
Installazione temporanea è realizzata allo scopo di sensibilizzare il pubblico alle tematiche ambientali. La bici è collegata alla struttura in pallet e ad una dinamo, la quale produce energia generata dalle pedalate dei visitatori. L’elettricità accumulata viene rilasciata la notte permettendo di illuminare l’opera donandole una seconda vita. HDR_Architecture-Unit_Load_Redux_01.jpg HDR_Architecture-Unit_Load_Redux_02
Door House / Cubo Arquitectos  via inhabitat
Prototipo di un rifugio d’emergenza; un kit contentente: 36 pannelli, 24 pallet, 8 fogli di compensato OSB, vari tubi in acciaio, teli di plastica ed elementi di fissaggio. Con un tempo di costruzione di solo 8 ore è un’ideale soluzione per realizzare un rifugio. Door-House_Cubo-Arquitectos_01 Door-House_Cubo-Arquitectos_02
Manifesto House / James & Mau + Infiniski  via archdaily
L’edificio progettato da James & Mau vuol rappresentare un manifesto per Infiniski: società che progetta e realizza abitazioni eco-friendly: realizzate con materiali riciclati, non inquinanti e riutilizzabili. Inoltre Infiniski propone altre soluzioni abitative pensate in termini di sostenibilità energetica, modularità, velocità di costruzione e smontaggio rapido. Manifesto-House_James-&-Mau_01  Manifesto-House_James-&-Mau_02
Palettenhaus / Schnetzer & Pils  via palettenhaus
Palettenhaus è il progetto vincitore del concorso GAU:DI Sustainable Architecture Competition. E’ un edificio di 60 mq fatto di  800 pallet riciclati, usati come pannelli di facciata, per la pavimentazione e la copertura; la cellulosa riempie l’intercapedine tra un pallet e l’altro, assolvendo la funzione di isolamento termico.La palettenhaus necessita di pochissima energia: 24 kWh/mq annui. palettenhaus_pils-schnetzer.jpg palettenhaus_pils-schnetzer 2.jpg
Pallet House / I-BEAM  via i-beamdesign
Pensato inizialmente come modulo abitativo d’emergenza per i rifugiati del Kosovo, è stato adattato per l’emergenza provocata dallo tzunami nel 2004. La pallet House è interamente formata da pallet di legno, facilmente reperibili nelle zone dove arrivano cargo con gli aiuti umanitari. Se combinata con altri materiali per migliorare l’isolamento e impedire le infiltrazioni d’acqua, può anche diventare una struttura abitativa per periodi più lunghi.  pallet-hause_i-beam.jpg pallet-hause_i-beam-2.jpg
ECObox partecipato / AAA  via domusweb
AAA (Atelier d’Architecture Autogérée) ha guidatogli abitanti nella riappropriazione di uno spazio pubblico abbandonato e degradato attraverso la realizzazione di un giardino temporaneo. I pallet formano il modulo base e offrono una superficie da seminare o da utilizzare per i camminamenti. eco-box_aaa-3.jpg eco-box_aaa-2.jpg
B&B store / Studio Collage   via atcasa
In occasione di Milano-design-in-the-city (22-25 ottobre 2009), nei migliori negozi di arredamento; designer e creativi hanno realizzato allestimenti onirici, come voleva il titolo della manifestazione: “La forma dei sogni”. Il tema consentiva di certo una grande libertà di interpretazione e così è stato per lo showroom B&B Italia. Allestimento del flagship store B&B, realizzato da Studio Collage, ha previsto l’utilizzo di pallet come quinta scenografica. B&B-store_Studio-Collage_01.jpg B&B-store_Studio-Collage_02.jpg
I love green / 2A+P/A  via 2ap
I love green è un’installazione temporanea realizzata a Roma. Tutti materiali utilizzati sono stati scelti per le loro caratteristiche si riutilizzabilità  e riciclabilità. I pallet formano la base d’appoggio su cui sono state posate le cassette in cui è stato seminato il prato. i-love-green_2a+.jpg i-love-green_2a+-2.jpg
Hotel Aire de Bardenas / Emiliano Lopez Monica Rivera Arquitectos  via lopez-rivera
Vincitore di numerosi premi internazionali, questo progetto utilizza i pallet per marcare il perimetro dell’hotel, proteggendolo dal vento senza impedire all’aria di passare. Ciò permette di allestire degli spazi all’aperto. Inoltre la cortina di pallet costituisce una quinta su cui si affacciano alcune camere. hotel_lopez-rivera.jpg hotel_lopez-rivera-2.jpg
Pallet Pavilion / Matthias Loebermann via blog.bellostes
Il Pallet Pavilion è stato realizzato in occasione della World Cup Ski a Oberstdorf (Germania), con la funzione di punto d’incontro per i partecipanti. Il padiglione è stato costruito con 1300 pallet tenuti insieme da 20 tiranti, è alto 6 metri e copre uno spazio di 8 x 18 metri. pallet pavilion_loebermann.jpg pallet pavilion_loebermann 2.jpg
Pallet Theater  / Oudendijk + Korbes via wrongdistance
Oudendijk e Korbes sono due designer che utilizzano come materiali per loro creazioni oggetti di scarto come pneumatici, taniche, vecchi container, eccetra. In questo caso hanno progettato un’installazione per un piccolo teatro interno ad Amsterdam utilizzando sia per il palco che per la platea dei pallet riciclati. theater_korbes-oudendijk.jpg
Pallet Design via greenpallet
Pallet Design è una cooperativa onlus che si propone di valorizzare gli imballaggi in legno proponendoli non solo come piattaforme per la movimentazione delle merci ma anche rielaborandoi come elementi di design.Progetto realizzato da: arch. Manolo Benvenuti pallet-design.jpg pallet-design-2.jpg
Babel Tower / Ramirez, Leung, Roat via superuse
E’ un’ un’architettura temporanea realizzata a San Francisco nel 2009 in occasione del Burning Man Festival. E’ composta da sette esagoni sovrapposti per un’altezza totale di 9 metri. I lati degli esagoni, composti dai pallet, possono essere fissi o apribili. La struttura è tenuta da cavi metallici messi in tesione e ancorati a terra. Di notte la torre viene illuminata da led rossi, che la rendono una sorta di faro. Babel-Tower_Ramirez-Leung_Roat_01.jpg Babel-Tower_Ramirez-Leung_Roat_02.jpg
Pallet Housing System PHS via treehugger
E’ un sistema brevettato per un’abitazione in pallet. Le pareti e i solai del modulo abitativo sono realizzate con pannelli formati da due pallet rivestiti con un pannello di OSB  o di compensato a cui è sovrapposto un film impermeabile. L’intercapedine che si viene a creare all’interno dei pallet è riempita di materiale isolante. Questo modulo è stato studiato per tre diverse localizzazioni: Svezia, Spagna e Cile. PHS_01.jpg PHS_02.jpg
Pallet Barn / Paul Stankey via hivemodular
L’interno di questo capanno costruito nel 2007 dopo aver recuperato 24 grandi pallet, è retto da una struttura in legno a telaio. Le pareti sono composte da pannelli in pallet realizzati a terra, poi sollevati e temporaneamente puntellati a terra. Pallet-barn_Stankey_01.jpg Pallet-barn_Stankey_02.jpg
Pallet house / Onix via onix
Onix ha realizzato un’installazione per studiare il prototipo di un’abitazione in pallet. Per realizzare i muri i pallet vengono sovrapposti in orizzontale: in questo modo si utilizzano in tutta la loro capacità strutturale, ma le pareti risultano essere spesse almeno 80 centimetri (la larghezza di un pallet). Per realizzare le aperture è stata realizzata un’architrave su cui appoggia un tavolato. Pallet-house_Onix_01.jpg Pallet-house_Onix_02.jpg
Urban Farm Buildings / University of Colorado Denver via Inhabitat
Gli studenti dell’Università di Denver hanno costruito, sul terreno su cui sorgeva l’Aeroporto di Stapleton, un esempio di architettura sostenibile utilizzando pallet e altri materiali recuperati. Urban-farm_University-Denver_02.jpg Urban-farm_University-Denver_01.jpg
Jellyfish Theatre  via Inhabitat
Questa installazione è stata realizzata interamente a partire da materiali recuperati o regalati: pallet riusati, chiodi di recupero, vecchi mobil, ritagli di pannelli e bottiglie di plastica. Il risultato è  un auditoriumtemporaneo da 120 posti, situato a 10 minuti dal Globe Theatre a Londra. Jellyfish_01.jpg Jellyfish_02.jpg

Carte da parati

carta_parati_gianlu

nell’immagine la carta da parati a casa di Gianluca comprata su cartadaparatideglianni70.com

Ricordo un giorno, rientrando da scuola, di aver visto un pantano d’acqua e carta nel corridoio di casa. Respiravo uno strano odore mai sentito prima, un tanfo, un casino: era bandita da casa la carta da parati. Mio padre andava giù di pennello imbibito d’acqua per ammorbidire la colla e poi infliggeva la lama del raschietto sul muro. Stava simpaticamente spellando la casa, lasciando intravvedere il bluette che c’era sotto risalente a chissà quando.

Moquette e carte da parati hanno accomunato tutti gli appartamenti degli anni 70-80, era una condanna inevitabile distendere i rotoli sui muri per caratterizzare gli ambienti. La mia carta era besgiulina con fitti fili dorati di stoffa applicati verticalmente.

Una volta rimossa, per tutti arrivò il bianco, l’inesorabile bianco che donava freschezza e pulizia agli ambienti, fino ad ora: è tornata di moda la tappezzeria.

Questa pagina è dedicata a raccogliere le aziende che hanno sempre prodotto carta da parati ed altre, che sull’onda di una nuova moda hanno aperto i battenti.

La cosa interessante delle carte odierne è la possibilità di personalizzazione, per il resto è storia del passato, quindi preparatevi tra qualche anno, munitevi di tanta acqua e raschietto.

(in ordine totalmente casuale)

http://www.timorousbeasties.com

http://www.whatisblik.com

http://www.surrealien.de

http://www.svenskttenn.se

http://www.osborneandlittle.com

http://www.cole-and-son.com

http://www.trestintas.com

http://www.eijffinger.nl

http://www.magscapes.com

http://www.usawallpaper.com

http://www.cartadaparatideglianni70.com

http://namarococo.com

Prodotti di design da riciclaggio

dis_carica

foto di uno sconosciuto

Raccolgo in questo articolo una serie di aziende che producono oggetti di design e moda attraverso l’utilizzo di rifiuti, non materia prima seconda, bensì scarti e rifiuti trasformati in nuovi oggetti a seguito di una semplice lavorazione. La maggior parte degli oggetti sono prodotti artigianalmente, utilizzando scarti industriali o rifiuti solidi urbani.
Ingegno e capacità manageriali hanno trasformato un hobby in un’attività commerciale. I prodotti sono intriganti, “alla moda”, chiaramente ecosostenibili… a volte anche molto costosi.

nome – sito – principale prodotti – materiali riciclati
Seccohttp://www.seccoshop.com – accessori moda – parti di componenti elettronici
Freitaghttp://www.freitag.ch – borse – teloni dei camion
Demanohttp://www.demano.net – borse – cartelloni per la promozione di eventi culturali
Ecoisthttp://www.ecoist.com – borse – carta delle caramelle
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Per rimanere aggiornati

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Flickr http://flickr.com/groups/sustainablestyle/pool – gruppo sustainable style

Biomimetica una nuova via verso la sostenibilità

di Elena Candelari

Da sempre l’uomo ha cercato di imitare la natura osservandone i meccanismi e tentando di riprodurli in tecnologie più o meno complesse. Ci provava Leonardo, quando disegnava la sua macchina per volare: i disegni di questo progetto arrivano dopo innumerevoli illustrazioni sugli uccelli, schizzi sulla conformazione delle ossa che compongono le loro ali e studi accuratissimi
sull’aria e sui venti. Il grande Leonardo aveva intuito che anche volare sarebbe stato possibile per l’Uomo se fosse riuscito a riprodurre il movimento e l’equilibrio di coloro che in natura già volavano.
Del resto “l’uomo comanda la natura obbedendole”, come avrebbe detto un secolo dopo il filosofo Francis Bacon.
Oggi, questo processo consapevole ha assunto il nome di biomimetica. Col termine biomimetica, biomimicry in inglese, si intende lo studio della natura, dei suoi modelli, sistemi, processi ed elementi, al fine di emularli o trarne ispirazione per la tecnologia. Una sorta di trasferimento di “soluzioni” sostenibili dalla biologia alla tecnologia.
Qualche principio base della biologia da cui l’Uomo ha tutto da imparare? La natura funziona secondo cicli chiusi: non esistono “rifiuti”; la natura utilizza solo l’energia di cui ha bisogno; tutti i sistemi viventi si fondano su interdipendenza, interconnessione e cooperazione; i sistemi naturali funzionano a energia solare (basti pensare, ad esempio, alla fotosintesi); la natura rispetta e
moltiplica la diversità; essa adatta la forma alla funzione; e così si potrebbe andare avanti…

Ma ancora più interessante è analizzare sistemi particolari. Pensiamo all’uovo: ha una perfetta tenuta, utilizzazione ottimale dello spazio, buon isolamento chimico e fisico, resistenza sotto uniforme pressione idrostatica. Un sistema che trova le sue applicazioni nel campo dell’aeronautica.
Oppure le foglie di loto: la loro superficie idrofobica, rivestita di cristalli di cera, fa sì che le goccioline d’acqua che vi cadono sopra si raccolgono per l’alta tensione superficiale della foglia; di conseguenza, anche una leggera pendenza della foglia dovuta al peso dell’acqua, la fa scivolare via. Il rotolamento delle goccioline su piccole particelle di sporco ne favorisce l’asportazione, le foglie del loto sono dunque autopulenti.

foglia_di_loto

Così la biomimetica può ispirare forme, strutture e l’invenzione di nuovi materiali sintetici.
Uno degli esempi solitamente citati a proposito di biomimetica è l’invenzione del velcro, nata dall’osservazione di come i fiori di bardana si attaccavano alla giacca di Georges de Mestral (l’inventore del velcro), di ritorno da una passeggiata: analizzandoli al microscopio, notò che questi fiori sul calice avevano degli uncini che gli permettevano di “incastrarsi” ovunque, anche nelle anse formate dai fili del tessuto della giacca. Il velcro riproduce questo sistema.

fiore_di_bardana_velcro

Anche in architettura la biomimetica comincia ad essere applicata: serre solari ispirate alla pelle dell’orso polare, coperture strutturali ispirate alla foglia di ninfea, padiglioni che ricalcano la resistenza del guscio delle conchiglie, eccetera.
La biomimetica non è una scienza, ma un metodo, che la scienza può (e forse deve) utilizzare per un costruire sostenibile.

Per approfondire:

http://www.biomimicry.net/

http://www.biomimicryinstitute.org/

http://biomimit.blogspot.com/