Teorie e politiche della Sostenibilità

La conoscenza e la coscienza del degrado della biosfera e del ruolo giocato dall’uomo in questo processo hanno portato molti scienziati e pensatori internazionali a sviluppare teorie volte ad invertire questa tendenza. Oltre ad azioni tattiche e contingenti, la loro reale sfida è quella di individuare strategie di lungo periodo che siano in grado di sostenere uno sviluppo sinergico con la capacità della terra ed i suoi limiti. Proprio in questo senso, pur con distinguo sulle priorità da seguire, tutti gli esponenti del nuovo paradigma mondiale basano le loro teorie su azioni sociali e politiche volte al cambiamento dei nostri modelli di consumo e produzione.

Teorie generali sulla sostenibilità

Il Club di Roma

Il club di Roma fu fondato nell’omonima città nel 1968 dall’imprenditore Aurelio Peccei e dallo scienziato Alexander King insieme a politici, intellettuali e numerosi premi Nobel. Proprio in coincidenza con la prima crisi petrolifera internazionale, il club commissionò una ricerca al MIT al fine di analizzare la disponibilità di risorse, lo stato ambientale e la possibilità di sviluppo in questo contesto.

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Aurelio Peccei, fondatore del Club di Roma ed ispiratore del primo rapporto sullo stato del pianeta, fonte Fondazione Aurelio Peccei  

Nel 1972 venne pubblicato quello che è globalmente considerato come il primo manifesto della sostenibilità moderna; la commissione del MIT coordinata dallo scienziato Donatella Meadows, da cui prese il nome la relazione finale del gruppo di ricerca, mise in luce la stretta relazione tra impatti ambientali ed una serie di variabili. Le grandezze in crescita erano rappresentate da popolazione mondiale, produzione alimentare ed industriale, consumo di risorse ed inquinamento. L’impatto ambientale veniva per la prima volta misurato e se ne forniva addirittura una formula:

Impatto Ambientale = popolazione umana x quantità di beni consumati x necessità di materie prime per unità di bene prodotto

Il merito della relazione è quello di mettere in evidenza i limiti dello sviluppo; il concetto di flussi di materia ed energia e di immissione ed emissione ambientale erano noti e palesati già ai tempi e chiaramente si individuava soprattutto nella capacità di assorbimento il vero fattore limitante dello sviluppo. Le risposte ai quesiti di sviluppo ambientale, coerentemente con la formulazione precedente del problema, venivano rintracciate nella riformulazione dei metodi di produzione e consumo dei paesi sviluppati. La commissione proponeva azioni a breve termine sull’efficienza dei processi per ridurre la necessità di materie prime per unità di bene prodotto. Il filone dell’ecoefficienza ha da allora fatto passi da gigante ed è ampiamente condivisa quale meccanismo di riduzione dell’impatto antropico sull’ambiente.

Il rapporto Bruntland

La commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo (World Commission on Environment and Development, WCED), presieduta da Gro Harlem Bruntland, pubblicò nel 1987 una relazione dal titolo Our Common Future formulando la prima definizione di sviluppo sostenibile. Essa pone perlomeno due punti di riferimento nella questione della sostenibilità ambientale. In primo luogo, dato il riferimento culturale antropocentrico, il carattere etico della sostenibilità; in secondo luogo il superamento della teoria lineare causa-effetto delle precedenti formulazioni della sostenibilità introducendo il concetto di processo anche in quest ambito rifacendosi alle teorie della complessità e vedendo in esso un equilibrio dinamico piuttosto che una successione temporale statica. Secondo la commissione Bruntland la sostenibilità doveva realizzarsi secondo un processo non slegato dall’ambito civile, sociale ed economico, avendo nello “sviluppo”, inteso come equo soddisfacimento di bisogni ed aspirazioni dell’uomo a livello globale, il suo presupposto. Da queste premesse nascono i filoni della sostenibilità economica e sociale. La rivoluzione industriale veniva individuata come punto di svolta della disuguaglianza sociale nel mondo e la povertà dei paesi in via di sviluppo come elemento scatenante della distruzione ambientale in quei paesi: la catena di povertà e depauperamento delle risorse ambientali sono in effetti destinati ad alimentarsi reciprocamente perpetrando uno stato di disequilibrio mondiale.

Il punto di vista della commissione ONU secondo cui la sostenibilità è un fenomeno globale che coinvolge discipline diverse, da quelle economiche a quelle delle politiche sociali ed ambientali, è ormai condivisa ed è entrata a far parte dei luoghi comuni più diffusi ed all’ordine del giorno delle agende internazionali, il problema si pone di fronte alle strategie per attuarla.

Sostenibilità forte e debole

La riduzione degli impatti ambientali passa da un equilibrio di flussi di input ed output di risorse. Herman Daly formula al proposito la teoria dell’economia dello stato stazionario, la steady-state economics, in cui vale il principio fondante del rendimento sostenibile, secondo il quale, nella gestione delle risorse, la velocità di prelievo e di emissione deve essere pari al potere rigenerativo e di assorbimento del sistema relativo. Considerando le capacità di rigenerazione ed assorbimento come capitale ambientale, il peggioramento delle prestazioni ambientali è assumibile al consumo del capitale economico, dunque non sostenibile. Il principio qui formulato è quello di capacità di carico, tuttavia Daly individua due vie per mantenere il capitale intatto, a seconda del sistema di riferimento che si sceglie. I concetti di sostenibilità forte e debole distinguono tra capitale sociale, capitale tecnico, capitale naturale e capitale conoscitivo. L’approccio debole alla sostenibilità considera il regime stazionario della somma dei capitali, in base alla quale i valori in gioco possono essere considerati intercambiabili ai fini del risultato di regime stazionario. La sostenibilità forte considera invece ogni sistema di beni come separato ed interdipendente dagli altri il cui valore deve mantenersi costante nel tempo. Le scelte che derivano dall’uno o dall’altro approccio possono essere diametralmente opposte.

Principio di precauzione

Il principio precauzionale condensa alcuni dei saperi più tradizionali dell’umanità; nonostante sia contenuta in linea di principio già nel documento finale della Conferenza di Rio, 1992, esso è stato formulato da un gruppo internazionale di scienziati e politici riuniti nel 1998 a Wingspread. In particolare esso prescrive una cautela nell’attuare decisioni che possono avere conseguenze negative sull’ambiente, ancorché non siano totalmente noti i fenomeni di causa-effetto alla loro base. Come diceva il noto astrofisico Carl Sagan: “L’assenza di prove non è prova di assenza”, in questo senso, sebbene molti impatti ambientali antropici non abbiano ancora trovato evidenza scientifica totalmente condivisa, data la validità degli elementi a favore di tali tesi è precauzionalmente opportuno prendere dei provvedimenti al fine di limitarli. Un caso emblematico in questo senso è quello della produzione di CO2.

Il paradosso attuale consiste nel non considerare le ricadute anche su lungo periodo delle politiche economiche intraprese dagli stati nazionali. Spesso a fronte di un benessere attuale e contingente vengono perpetrati danni alle generazioni future con un generale abbassamento della qualità della vita, sarebbe dunque opportuno valutare molto attentamente attraverso questo principio le sue specifiche conseguenze. Attualmente il principio precauzionale è inserito nel Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, ed è stato recepito anche dalla nuova Costituzione Europea nella quale si descrivono le basi della politica dell’Unione in materia ambientale.

Sostenibilità economico-produttiva

Economia ecologica

L’economia neoclassica ha affrontato in maniera rigorosa le regole ed i meccanismi dei processi produttivi ed economici, dimenticando tuttavia di introdurre i problemi relativi all’esaurimento delle risorse e quelli dei danni ambientali. Economisti come Herman Daly si sono preoccupati invece di cercare di introdurre le logiche della sostenibilità ambientale nei sistemi economici internazionali. Aria, acqua e materie prime non devono secondo queste teorie essere più considerati come beni liberi in quanto si stanno esaurendo ed i costi ambientali dovuti al loro utilizzo sono diventati economicamente insostenibili. Le esternalità negative determinate dai processi di sfruttamento delle risorse devono essere quantificate ed il mercato deve attribuire un valore ad esse in maniera che il mercato sappia regolarne l’utilizzo. Essendo beni pubblici, quando questo non è effettuato autonomamente dal mercato devono essere gli stati nazionali a cercare di governarne i meccanismi attraverso meccanismi di compensazione ambientale. I problemi tuttavia nascono dall’attribuzione di un valore reale a tali esternalità anche per la distorsione dei mercati dovuta ai pesanti finanziamenti a settori economici che inquinano e degradano l’ambiente.

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Sintesi grafica dell’economia ambientale, fonte http://eltriangular.info

Si deve considerare l’ambiente come una fonte di reddito e di capitali in chiave di uno sviluppo sostenibile dell’economia. Se il mercato fosse in grado di quantificare in maniera condivisa i costi che la società deve sopportare per pratiche ambientali inefficienti, uso di risorse non rinnovabili ed inquinamento del pianeta, molto probabilmente vi sarebbe una convergenza verso un processo ambientale virtuoso.

Questo meccanismo è applicato ad oggi al settore dell’energia da fonti rinnovabili attraverso i certificati verdi e bianchi; nonostante i risultati siano limitati e per certi versi contraddittori, il processo virtuoso che si innesca in assenza di intervento diretto dello stato è sicuramente interessante e replicabile anche in altri ambiti.

Capitalismo naturale ed eco-efficienza

Il capitalismo ambientale si occupa di stimare il valore dei beni ambientali. Il capitale ambientale è costituito da mari, laghi, foreste, flora e fauna presenti sul pianeta; lo scopo di questa valutazione è quella di quantificare la ricchezza ambientale per poter rendere possibili nuove strategie d’affari ambientali.

Attualmente i sistemi economici assistono ad una crisi dovuta in gran parte alle prospettive di produttività delle risorse. Lo spostamento dalla produttività umana a quella ambientale ci deve far riflettere sul valore che queste hanno realmente e su quello che assumeranno in futuro. Sebbene la percezione dello scostamento tra il valore reale delle risorse e quello di mercato sia diffusa, attualmente il valore delle materie prime è determinato quasi esclusivamente dal costo dell’azione umana per renderle disponibili, estrazione, trasformazione e trasporto, e dalla domanda-offerta del bene; a fronte dell’esaurimento dei beni ambientali ed al depauperamento degli ecosistemi l’esigenza è quella di mettere in atto meccanismi di economici per la salvaguardia del pianeta.

Secondo la definizione di Amory ed Hunter Lovins e Paul Hawken: “Il capitalismo naturale è alquanto differente dal capitalismo tradizionale che ha sempre trascurato il valore monetario delle risorse naturali e dei servizi forniti dagli ecosistemi, senza i quali non sarebbe possibile alcuna attività economica oltre che la vita stessa. Il capitalismo naturale, al contrario, contabilizza le risorse e punta all’efficienza per riuscire a produrre di più con meno.”

Già il rapporto Meadows commissionato dal MIT proponeva come strategia di breve periodo per la riduzione degli impatti ambientali quella del miglioramento dell’efficienza energetica dei processi produttivi, l’aumento cioè della quantità di output per unità di input. La teorizzazione del concetto di eco-efficienza è stato fatta dal World Business Council for Soustainable Developement (WBC SD) allo scopo di includere le esternalità negative all’interno del calcolo del rendimento economico. I principi proposti dal concilio per lo sviluppo sostenibile prevedono la dematerializzazione dei processi, l’estensione e la chiusura dei cicli e la multifunzionalità come sinonimo di eco-efficienza. Tali principi si traducono nell’ottimizzazione dei processi, il riciclaggio e l’innovazione eco-tecnologica; nel perseverare questi obbiettivi le imprese devono ridurre gli input di risorse nei processi produttivi, aumentando le capacità dei beni di essere sostenibili, a lunga durata, riciclabili ed innovativi. Il criterio di eco-efficienza è stato misurato ed analizzato da scienziati come i coniugi Lovins che arrivarono a sostenere quello che in seguito è stato definito “fattore 4”. Per Lovins infatti rispetto agli standard produttivi attuali solo una riduzione ad ¼ delle risorse necessarie sarebbe sufficiente ad ottenere uno sviluppo sostenibile. Ultimamente si è riproposto anche il fattore 10, tuttavia l’importanza rimane come sempre una questione più qualitativa e dunque filosofica che quantitativa.

La decrescita sostenibile

La corrente socio economica della decrescita muove i suoi primi passi attraverso le opere di Nicholas Georgescu-Roegen. A partire dagli anni ’70 infatti inizia a prefigurarsi una nuova via allo sviluppo, in contrapposizione alla logica capitalista, vincolata alla crescita economica, ed a quella comunista, fiduciosa nel progresso e nella autodeterminazione delle masse. La decrescita propone infatti un’applicazione sostanziale dei nuovi paradigmi sistemici attraverso un radicale ripensamento dei sistemi socioeconomici che ci circondano. Si sostanziano al suo interno due fondamentali correnti di pensiero: la prima, radicale, è fautrice di una decrescita assoluta, la seconda propone invece una decrescita mediata con le esigenze del contesto, la decrescita sostenibile. L’assunto principale della decrescita è che in un sistema a risorse finite, quale è la terra, sia impossibile tendere ad una crescita infinita dell’economia, in quanto a lungo termine questa risulterà dannosa alla vita stessa, senza apportare nessun reale sviluppo sociale e materiale dei suoi cittadini. A questo si associa una critica al sistema di misurazione dello sviluppo attraverso logiche capitaliste e lineari, come il Prodotto Interno Lordo – PIL. L’esponente più illustre di questa corrente è sicuramente Serge Latouche. La decrescita integra al suo interno svariate teorie scientifiche: dall’impronta ecologica al capitalismo ambientale fino alle correnti filosofiche anti-moderniste.

Considerando il capitale naturale eroso nei paesi civilizzati per sostenere la crescita i dati relativi al PIL subirebbero marcati ribassi e porterebbero ad una reale decrescita sul lungo periodo. L’attuale crisi economica è secondo i fautori di questa teoria del tutto auspicabile in una logica di riforma sistemica del pensiero occidentale: essi obbiettano però al concetto assodato di pura crisi economica favorendo invece una più ampia considerazione del processo in atto. In particolare secondo i teorizzatori della decrescita sostenibile, la crisi determinata da squilibri del sistema derivanti dalle distorsioni dell’economia capitalistica, sono la manifestazione di un fenomeno profondo di crisi sistemica dell’intera civiltà occidentale. Di fronte ai quesiti del nuovo millennio, le società capitaliste devono decidere se perpetuare un sistema lineare di sviluppo che non è in armonia con la biosfera e le sue risorse o riuscire a fermarsi in tempo prima del loro inevitabile collasso.

Progettazione sistemica, biomimesi e progetto ZERI

Negli ultimi anni si sono sviluppate numerose ricerche in particolar modo nei settori produttivi volte ad indagare le potenzialità dei sistemi naturali nell’ottica di riuscire a riproporre queste conoscenze a servizio dello sviluppo innovativo di prodotti derivanti dalla biosfera. Il desiderio di imitare la natura attraverso una biomimesi dei suoi sistemi compositivi a portato alcuni ricercatori alla creazione di una rete di scambio su scala globale per lo sviluppo di innovazioni ambientali e tecnosistemi industriali. Tra questi si vuole qui analizzare il contributo alla causa dato dall’Associazione ZERI, Zero Emission Research and Initiatives, e dal suo fondatore, l’imprenditore e ricercatore belga Gunther Pauli.

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Pensiero sistemico di ZERI , fonte ZERI

 

ZERI è una rete di ricercatori nei campi dell’innovazione tecnologica e dell’economia che ha lo scopo di ridurre fino ad azzerare sprechi, scarti ed emissioni in genere di un sistema produttivo; a differenza dei fautori della decrescita che vedono comunque nello sviluppo un fattore negativo da estirpare, il tentativo di questa associazione è quello di integrare le logiche capitaliste in quelle ambientali favorendo una visione olistica dell’impresa produttrice come meccanismo di rigenerazione ambientale attraverso l’imitazione degli ecosistemi naturali. ZERI è stata fondata nel 1994 da Pauli insieme all’allora rettore dell’Università delle Nazioni Unite Prof. Heitor Gurgulino de Souza e da subito, pur rimanendo autonoma rispetto all’ONU, ha proficuamente collaborato con le sue emanazioni in particolare sui temi dello sviluppo sostenibile, dell’agricoltura e della salute. Zeri persegue gli obbiettivi di cambiamento paradigmatico, favorendo la conoscenza delle reti della vita presenti ad ogni livello in natura e proponendo nuove forme multidisciplinari di collaborazione tra le varie branche del sapere. Scopo dei progetti sviluppati da ZERI è quello di agire con gli strumenti accessibili localmente per offrire ricadute a scala globale attraverso reti di coazioni tra natura e tecnologia; in effetti bisogna considerare la natura non tanto quanto una fonte di risorse materiali, quanto una miniera quasi inesauribile di ispirazione all’innovazione e conoscenza. Alcuni dei progetti più strabilianti di ZERI riguardano la rigenerazione di una enorme estensione di savana Colombiana attraverso la piantumazione di specie arboree locali; questa azione ha generato ricadute sull’ambiente, favorendo la biodiversità e la disponibilità di risorse idriche, dando lavoro a molte persone nel settore dei legnami e dei loro sotto prodotti e decuplicando il valore dei terreni. Altri progetti di ZERI riguardano l’integrazione dei sistemi produttivi di molluschi e suini ad altri settori ad alto reddito come la produzione di cibi di qualità o farmaceutico, il tutto nell’ottica di abbattere gli scarti e le emissioni nocive dei flussi produttivi favorendo al contempo la rigenerazione dell’ambiente.

Sostenibilità sociale

Il caso Slow Food

L’associazione Slow Food fu fondata da Carlo Petrini nel 1986 ed ha sede in Bra, cittadina del Piemonte meridionale. Attualmente l’associazione conta più di centomila iscritti in tutto il mondo e rappresenta sicuramente l’organizzazione italiana più attiva a livello internazionale punto di riferimento per milioni di persone soprattutto nei paesi in via di sviluppo per la tutela e la salvaguardia dei produttori di beni alimentari tradizionali. Slow Food articola la sua attività attraverso presidi, cioè progetti locali di sviluppo legati a particolari e meritevoli produzioni agricole, di allevamento o pesca che ogni due anni si incontrano a Torino per l’evento internazionale Terra Madre. L’associazione propone un ritorno ai valori della tradizione attraverso la riscoperta del senso del piacere legato al cibo. La sicurezza alimentare rappresenta in molte parti del pianeta l’unico vero tema di dibattito della società, mentre le logiche di aiuto internazionale alla fame non garantiscono adeguati standard alimentari, al contempo distruggono saperi tradizionali millenari favorendo una massificazione dei consumi a privilegio di poche multinazionali occidentali.

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Slow Food e la sua chiocciolina sono ormai l’organismo italiano più importante e riconosciuto all’estero, fonte Slow Food

 

L’educazione al gusto è il primo passo per la salvaguardia del territorio e la tutela dei patrimoni agricoli tradizionali favorendo al contempo un alimentazione sana e giusta. Il motto di Slow Food è “Buono, Pulito, Giusto”, volendo con questo affermare il diritto di ciascuno di noi al piacere del cibo, senza che questo causi ricadute negative sull’ambiente o disuguaglianze sociali. L’associazione sostiene l’estremo valore delle scelte che ognuno di noi fa nella nutrizione quotidiana, le quali determinano in maniera irrevocabile anche decisioni di carattere sociale, economico, politico ed ambientale. Quasi sempre la via del piacere, che deve essere “dotto e responsabile”, consiste nella salvaguardia di quei prodotti tradizionali che si sono evoluti in piena sintonia con gli ecosistemi di cui fanno parte senza danneggiare la loro sopravvivenza o lo sviluppo delle comunità che ne fruiscono.

Attualmente Slow Food ha fondato anche un’Università di Scienze Gastronomiche a Pollenzo, frazione di Bra (CN) per favorire al massimo la nobilitazione della conoscenza gastronomica in tutte le sue forme. L’atto politico del nutrirsi deve essere sottolineato da azioni materiali di riscoperta e valorizzazione dei prodotti tradizionali. Slow da anni persegue questi obbiettivi attraverso specifiche azioni locali. Uno dei primi progetti di questo tipo affrontato dall’associazione, e forse uno dei più emblematici, è quello del cappone di Morozzo. Attraverso il sostegno diretto ai pochi ultimi allevatori di questo volatile indigeno, Slow Food è riuscita ad invertire la tendenza economica del paese, il quale non avendo più sbocchi economici stava per perdere anche le sue tradizioni. Attualmente la produzione di capponi a Morozzo non riesce a soddisfare la domanda, il villaggio lentamente si ripopola e l’intera economia della zona si è rimessa in moto grazie al turismo eno-gastronomico dovuto alle sue eccellenze territoriali.

Politiche della sostenibilità e criteri di scelta

Come ampiamente riportato precedentemente, il tema della sostenibilità richiede un approccio globale, con azioni concordate tra gli stati a livello internazionale e responsabilità diffuse secondo il principio di sussidiarietà. Ciascun paese è infatti vincolato ad agire sapendo che ogni sua decisione ha un impatto sulle risorse mondiali e che politiche ambientali scorrette si ripercuotono sulle nazioni limitrofe ed in generale sul pianeta intero. E’ solo a livello locale tuttavia che si incontrano gli interlocutori corretti e conoscendo il territorio si possono dare le risposte più efficaci, in un quadro generale di vincoli di indirizzo comune. Questi principi sono estremamente comprensibili a chiunque e tuttavia la difficoltà nell’adozione di strategie comuni è palese di fronte agli insuccessi delle conferenze deputate delle Nazioni Unite. Di seguito si cerca di fare un breve riepilogo dei percorsi politici sulla sostenibilità e dei criteri scientifici alla base delle scelte effettuate.

Protocolli di intesa internazionali

La prima importante conferenza indetta dall’ONU sul tema della sostenibilità si è tenuta a Stoccolma nel 1972 col nome di “Conferenza sull’Ambiente Umano” e segnò l’inizio della cooperazione internazionale in politiche e strategie per lo sviluppo ambientale. Da questa assemblea nascerà l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) e verrà sancito il primo documento a livello globale in cui sia esplicitata la necessità di introdurre la tutela dell’ambiente nei programmi di sviluppo. A seguito di questo incontro vennero successivamente adottati strumenti più concreti e dettagliati che posero azioni vincolanti ai paesi partecipanti. Un esempio efficace di questa storia è la Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change, UNFCCC); redatta durante i lavori della conferenza delle Nazioni Unite a New York nel 1992 fu ratificata da 154 paesi con l’impegno di formalizzare gli strumenti attuativi nel corso delle conferenze delle parti che saranno seguiti. La politica di riduzione dei gas serra, ritenuti responsabili del cambiamento climatico del pianeta, venne definita nel terzo incontro tra le parti tenutosi a Kyoto, Giappone, nel 1997. Il protocollo di Kyoto impone l’obbligo per i paesi industrializzati di ridurre le emissioni di gas serra (biossido di carbonio, CO2 ed altri cinque gas: metano, CH4, ossido di diazoto, N2O, idrofluorocarburi, HFC, perfluorocarburi, PFC, ed esafluoruro di zolfo, SF6) in misura non inferiore al 5% rispetto alle emissioni del 1990 — considerato come anno di riferimento – per il periodo 2008-2012. A tale scopo il manifesto di Kyoto prevede meccanismi di mercato che producano effetti positivi secondo il principio di flessibilità dell’azione. In particolare sono stati individuati tre meccanismi flessibili:

  • Clean Development Mechanism (CDM): consente di realizzare interventi a beneficio ambientale in paesi in via di sviluppo, fornendo ai paesi sviluppati promotori un credito ambientale;
  • Joint Implementation (JI): permette di utilizzare congiuntamente i crediti derivanti da interventi di collaborazione ambientale tra paesi sviluppati e paesi in transizione;
  • International Emission Trading (IET): tale meccanismo consente lo scambio internazionale dei crediti derivanti dalla riduzione di emissione di gas serra, favorendo un mercato di incentivazione ambientale.

La flessibilità del protocollo basata sui principi di sostenibilità debole, ecoefficienza e sviluppo sociale avrebbe dovuto favorire la collaborazione tra paesi ricchi ed in via di sviluppo, evitando il fenomeno del dumping a danno di questi ultimi paesi e garantendo vantaggi materiali rispetto ad interventi di riduzione degli impatti a livello nazionale. Nonostante gli Stati Uniti non abbiano ancora ratificato il protocollo, ed il fatto che nazioni responsabili del 40% delle emissioni di anidride carbonica non siano inserite nel programma di riduzione (India e Cina), il documento di Kyoto è un ottimo strumento per lo sviluppo di azioni concrete a livello internazionale e funge da volano per Governi ed enti sopranazionali nella promulgazione di leggi di indirizzo specifico.

Azioni specifiche e meno impegnative per gli stati nazionali hanno tuttavia avuto migliori successi: è l’esempio della messa al bando dei clorofluorocarburi nell’Unione Europa realizzata nel periodo 1995-2000 a seguito del Protocollo di Montreal del 1987. In generale l’Europa sembra da questo punto di vista all’avanguardia nel mondo; a partire dal V e VI Piano di Azione Ambientale l’Unione Europea ha adottato meccanismi di incentivazione delle pratiche di eco-efficienza e sostenuto la produzione da fonti rinnovabili. Le politiche europee del settore si basano sul principio di condivisione delle responsabilità in cui attori pubblici e privati siano coinvolti nella divulgazione e nello sviluppo di modelli virtuosi di sostenibilità ambientale.

In generale molte conferenze internazionali sono state svolte a partire dagli anni ’70; esse hanno permesso di introdurre azioni volte alla riduzione degli impatti umani sull’ambiente, dalle emissioni di inquinanti nell’atmosfera, allo sviluppo di modelli sociali ed economici sostenibili, tuttavia il limite vero è quello di sostenere la difficile transizione di paradigma anche in periodi di crisi economica.

Strategie di Azione

I percorsi politici della sostenibilità sono stati un primo tempo perseguiti attraverso indirizzi di carattere prescrittivo. Le azioni normative cogenti (di comando e controllo) venivano spesso intraprese a seguito di specifici impatti ambientali verificatisi sul proprio territorio: l’approccio era quello di curare, a posteriori, i danni precedentemente causati con un azione end-of-pipe. Oggi la strategia che pare dare i risultati più incoraggianti è quella dell’attivazione di meccanismi di adesione volontaria, attraverso l’incentivazione dell’eco-efficienza e della concorrenza ambientale. Si è dunque passati dal “chi inquina paga” alla prevenzione degli impatti ambientali, passando attraverso l’incentivo piuttosto che l’imposizione normativa. Spostare sugli attori privati, imprese e consumatori, si è rivelata una strategia vincente che si basa sul principio di responsabilità e sullo spostamento dalla leva legislativa a quella economica, secondo un atteggiamento tipicamente anglosassone.

Oltre a ciò si è formulato un corollario di costi ambientali da introdurre sul mercato garantendo una concorrenzialità ambientale corretta. Maggiori costi sullo sfruttamento delle risorse e sull’emissione in ambiente, e sussidi per l’uso di fonti rinnovabili producono un duplice binario di azione: uno imprenditoriale, l’altro del consumatore. In effetti si può andare verso l’internalizzazione dei costi nella produzione, che favorisce lo sviluppo di pratiche industriali sostenibili, o rivolgersi verso l’utente finale esternalizzando i costi e informando anche attraverso meccanismi economici verso prodotti meno inquinanti.

Entrambe gli approcci strategici alla sostenibilità presentano delle lacune e degli aspetti critici. I meccanismi di comando e controllo non favoriscono l’autoincentivazione dei processi virtuosi, mentre gli approcci flessibili e volontari non bastano a frenare l’inquinamento, ma danno solo un valore economico ad esso, producendo attraverso i sussidi una distorsione del mercato. L’unico vero punto dirimente è quello della bontà dei sistemi di valutazione della sostenibilità, della diffusione della loro conoscenza e soprattutto di un efficace sistema di controllo e verifica che possegga gli strumenti adeguati al suo ruolo.

Gli strumenti di valutazione ambientale

Molto spesso oggi si sente parlare di sostenibilità nei più svariati ambiti e contesti. Non è chiaro cosa vi sia di sostenibile in un nuovo modello automobilistico o nei prodotti edilizi di sintesi eppure le imprese hanno sviluppato una fiorente industria pubblicitaria facente leva sui desideri dei consumatori a vivere una vita più ecologica. L’aleatorietà del tema ha favorito lo sviluppo di elaborati sistemi di controllo e verifica dell’oggettiva qualità ambientale e sostenibilità dei prodotti e dei loro processi manifatturieri. Questa proliferazione di strumenti di controllo e di aiuto alle decisioni paga però il prezzo della frammentazione e specializzazione dell’informazione e dunque risulta sovente difficile misurare realmente la “sostenibilità”.

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Schema distintivo ecotool, fonte C.Allione, C.Lanzavecchia

 

In effetti la misurazione degli impatti dovuti a determinate azioni antropiche è complesso, richiede tempi di osservazione lunghi e porta spesso ad indicazioni contrastanti se non correttamente interpretate. Lo sviluppo di indicatori sintetici serve a semplificare la conoscenza di questi fenomeni solo se essi hanno un approccio olistico che tenga conto dei processi evolutivi e dunque del fattore tempo e soprattutto della rete di relazioni che intercorre tra le singole variabili del sistema.

Attualmente si distinguono due principali modelli di analisi della sostenibilità:

  • metodi analitici: essi prendono in considerazione solo alcuni parametri e variabili, sviluppando per ciascuna di esse un’analisi di tipo quantitativo;
  • Metodi multicriterio: sono modelli di analisi capaci di valutare qualitativamente elevati insiemi di variabili.

Sebbene i metodi analitici di valutazione della sostenibilità necessitino generalmente di ulteriore interpretazione rispetto ai metodi qualitativi, essi fanno riferimento ad un concetto di sostenibilità forte che mira ad una riduzione di ciascun impatto ambientale, in maniera slegata dagli altri e senza distorsioni in favore di un

parametro piuttosto che un altro.

Entrambi i criteri proposti prendono in considerazione un nuovo modello di sviluppo basato sul ciclo di vita dei prodotti e la sua gestione sia in fase di realizzazione che in quella di fine vita. In un’ottica sostenibile è possibile dunque pensare ad una progettazione ambientale ed un’ecologia industriale che tengano conto dell’eco-efficienza dei processi e che favoriscano tecnologie meno inquinanti e la dematerializzazione dei flussi di risorse.

Democrazia Partecipativa: finalità consultiva o decisionale?

democrazia_partecipativa

La democrazia partecipativa è un processo, sviluppatosi in Sudamerica fra il 1960 e il 1980, che prevede il coinvolgimento diretto delle persone nelle decisioni che devono essere prese e che li riguardano. Nasce come risposta alla crisi della democrazia rappresentativa e mira ad allargare la base del corpo politico, ampliando l’ambito in cui sono prese le decisioni e concedendo a tutti coloro che sono interessati da una decisione pubblica di essere consultati ed esprimere una propria posizione.

Esempi di forme di democrazia partecipativa sono: i bilanci partecipativi, che nascono dall’esperienza della città brasiliana di Porto Alegre; i metodi di progettazione partecipata, attraverso i quali i cittadini prendono direttamente parte ai processi di riqualificazione che interessano il loro territorio; gli interventi di urbanistica partecipata, una modalità di redazione di piani e progetti allargata alle istanze locali, che mira a coinvolgere stakeholder e cittadini nel governo del territorio.

Nella sua formulazione originaria, la democrazia partecipativa può essere vista come uno “strumento di pressione”: la partecipazione diviene infatti uno strumento attraverso cui spingere le amministrazioni pubbliche a rispondere ai bisogni dei soggetti sociali più deboli e marginalizzati. È associata dunque ad una concezione della democrazia legata ai valori di uguaglianza e giustizia sociale, e può essere vista quasi come un ideale politico, nel senso più genuino del termine.

L’interesse è rivolto soprattutto alle forme di coinvolgimento dei cittadini nei circuiti del potere decisionale e alle forme di empowerment connesse alla partecipazione; l’obiettivo è la formulazione partecipata di progetti e proposte, che dovranno essere trasmessi al soggetto pubblico per essere formalizzati.

La democrazia partecipativa si colloca infatti all’interno dei processi di policy-making, ma si muove su un piano puramente consultivo, poiché la decisione finale spetta comunque alle istituzioni della democrazia rappresentativa: la sua forza consiste, di fatto, nell’influenza che riesce a esercitare grazie alla natura inclusiva del processo.

D’altro canto, secondo alcuni studiosi, proprio tale mancanza di potere vincolante costituisce uno dei punti di forza della democrazia partecipativa, perché permette interazioni più informali tra i partecipanti e consente loro di confrontarsi in modo aperto, argomentando le loro posizioni e confrontandole con quelle degli altri, con evidenti ricadute positive anche in termini di accrescimento del capitale sociale. Inoltre, ampliando l’ambito in cui sono prese le decisioni, rende più trasparenti le alternative e le modalità di scelta, consentendo di giungere a soluzioni innovative.

È però fondamentale che, nel corso del processo, ci sia un’estrema chiarezza sugli ambiti del potere delegato ai partecipanti e sulla reale considerazione in cui saranno tenute le loro proposte, per evitare che la partecipazione divenga un mero esercizio virtuale.

Dal punto di vista normativo, è possibile rintracciare nella nostra Carta Costituzionale riferimenti alla democrazia partecipativa e, più in generale, alla partecipazione: nell’art. 2, che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo anche all’interno delle formazioni sociali, e nel secondo comma dell’art. 3, che individua nella partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale uno dei principi fondamentali del nostro ordinamento.

Bibliografia:
  • Allegretti, U., Basi giuridiche della democrazia partecipativa: alcuni orientamenti, Relazione al seminario “Democrazia partecipata e governo locale”, 2006.
  • Bifulco, R., Democrazia deliberativa e Democrazia partecipativa, Relazione al convegno “La democrazia partecipativa in Italia e in Europa: esperienze e prospettive”, 2009.
  • Bobbio, L., Dilemmi della democrazia partecipativa, in Democrazia e diritto, vol. 44, 2007.
  • Bobbio, L. e Pomatto, G., Modelli di coinvolgimento dei cittadini nelle scelte pubbliche, Rapporto presentato alla Provincia Autonoma di Trento, 2007.
  • Mazzucca, L., Democrazia Partecipativa e Democrazia Deliberativa:  un confronto, tesi di laurea, AA 2008/2009.

Buone pratiche di pianificazione a impatto zero

consumo_territorio

In the suburbs, I learned to drive (…)
Running through the yard
And all the walls that they built in the 70s finally fall
And all of the houses they built in the 70s finally fall
It meant nothing at all
It meant nothing at all
It meant nothing (…)

Under the overpass. In the parking lot we’re still waiting…

(Arcade Fire, The suburbs – 2010)

Il grande successo del film prodotto da WWF e Legambiente Parma insieme a Il Borgo, LIPU e Le città invisibili dal titolo Il Suolo Minacciato è la testimonianza di come il tema delle periferie e dello sprawl urbano sia ancora di forte attualità in Italia come all’estero. I promotori di questo film-documentario sono spinti dalla convinzione che il problema, non solo ambientale, dell’incontrollato consumo di suolo e territorio, per essere efficacemente contrastato richieda una più ampia presa di coscienza collettiva dei costi che esso comporta, delle cause che lo alimentano e soprattutto dell’esistenza di modelli alternativi nell’uso del governo del territorio.

Da qui l’idea del film documentario, che testimoniasse con imma­gini quanto stava (e sta tut­tora) acca­dendo al territorio della Food Valley, preso come caso emble­ma­tico e parados­sale del territorio nazio­nale, e che rac­con­tasse cos’è è il suolo, cosa signi­fica per­derlo e cosa si può fare per con­ser­varlo senza intac­care, anzi sem­mai raf­for­zando, le pro­spet­tive di benes­sere della società.
Il segnale della forte attenzione al tema, viene dal numero cre­scente di amministrazioni locali, che autonomamente, pur nelle dif­fi­coltà impo­ste dal qua­dro nazio­nale, si pon­gono l’obiettivo di con­te­nere e, se pos­si­bile, azze­rare il con­sumo di suolo nella con­vin­zione che que­sto sia un bene stra­te­gico da pre­ser­vare per la comu­nità.
I cosiddetti Piani “a crescita zero” ne sono un esempio.
Le prime esperienze si possono far risalire agli anni ’90 con l’obiettivo dello zero consumo di suolo per il piano di Napoli coordinato da Vezio De Lucia (approvato nel 2004), o quello di Lastra a Signa senza aree di espansione (2004). Altri noti sono quelli per Cassinetta di Lugagnano nell’area metropolitana di Milano (approvato nel 2007), quello di Solza (BG) e di Campello sul Clitunno (PG).
Situazioni diverse, dove però si cerca una risposta pratica, non ideologica e di lungo periodo al tema della sostenibilità, utilizzando il territorio come nodo per affrontare altri temi, quello energetico, o ambientale in senso lato, o di rapporto fra sviluppo e qualità della vita.
Le critiche più frequenti a questa tipologia di piani possono essere riassunte con “utopie ambientaliste”, “progetti velleitari destinati a tramontare insieme ai loro sponsor politico-culturali”, “ostacoli alle attività di trasformazione indispensabili alla nostra civiltà”. In realtà, il solo fatto di essersi tradotti in strumenti approvati di governo del territorio ne sta cominciando a dimostrare la validità.
Il ruolo dei cittadini e i processi di partecipazione messi in atto hanno assunto un ruolo fondamentale per la predisposizione di questa “famiglia” di piani.
Gli esempi riportati sono stati redatti considerando anche la valutazione delle istanze dei cittadini, raccogliendo le esigenze delle proprie comunità, attraverso un processo trasparente di confronto con la popolazione, di inquadramento in una prospettiva di area vasta e di cooperazione con gli altri comuni.
Tale processo ha permesso di elaborare un quadro preciso delle nuove esigenze dei territori in questione, favorendo un innovativo modello partecipativo che, combinato con i principi stabiliti dalle Amministrazioni comunali ha permesso di dare risposte il più possibile coerenti alle aspettative.

Dopo aver esaminato la virtuosità dei piccoli Comuni viene da chiedersi se un modello di questo genere sia davvero proponibile fuori dai piccoli borghi. O meglio se sia davvero esportabile a scala socioeconomica e territoriale vasta un’idea di vita almeno in parte alternativa a quella a cui siamo abituati.  Difficile dare una risposta, ma significativo un commento di Fabrizio Bottini Ambiente e territorio sono la cosa su cui appoggiamo i piedi. Un po’ sopra, senza soluzione di continuità, c’è la testa. “

Little Italy, Big Society

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Riprendendo una metafora originale di Galbraith, diversi economisti tra cui Beccattini e Galimberti, ci hanno raccontato che l’Italia – così come il calabrone – vola, anche se non si riesce a capirne il perché. Infatti, le leggi alla base della scienza economica e sociale nel primo caso, e quelle che governano la meccanica del volo nel caso del calabrone, sono avare di spiegazioni: il calabrone pesa troppo, ha le ali piccole e le sbatte con bassa frequenza; l’Italia ha una scarsissima dotazione di risorse naturali, poche infrastrutture rilevanti, ed un debito pubblico in continua crescita. Eppure, la performance economica e sociale di questi ultimi anni, nonostante un recentissimo peggioramento è migliore di quanto ci si aspetterebbe. Che in Italia si viva bene lo confermano i demografi: l’aspettativa di vita alla nascita italiana è tra le più alte al mondo.
Una delle ormai consolidate abitudini degli italiani è quella di idealizzare i paesi esteri, dove le forze che governano il volo e le prestazioni economiche sono chiare. Talmente chiare che la tentazione è quella di importarne le ricette.
Ecco perché, al suo arrivo in Italia, il giovane parlamentare inglese Nat Wei, responsabile del progetto di Big Society (uno dei cavalli di battaglia del presidente Cameron) è stato accolto come un profeta di un nuovo modello di welfare.
L’idea alla base della Big Society è quella di lavorare su di “una partnership che coinvolge il settore pubblico, il settore  privato e quello sociale centrata sui bisogni dei cittadini e delle comunità e non su quelli del governo”. Il punto è “costruire una società in cui sia assicurata una migliore qualità della vita, a partire dalla convinzione che spesso le persone sono capaci di risolvere i problemi che hanno a cuore, se gli si fornisce il giusto supporto” (vedi Big Society in costruzione. Da Londra a Roma, istruzioni per l’uso, di Chiara Buongiovanni).
Allargare dunque il peso che la società civile gioca nel fornire benessere ai cittadini, per rendere “più dolce” la ritirata del welfare statale,  dettata da obblighi ormai imprescindibili di bilancio e di finanza pubblica.
Nel progetto di Cameron e Wei, attraverso la creazione di una Big Society Bank (che utilizzerà 400 milioni di sterline provenienti da conti correnti dormienti) si finanzieranno i progetti di impresa sociale e civica, che sapranno coinvolgere i cittadini ed impegnarli nel miglioramento della qualità della vita delle comunità locali. Condizioni per il finanziamento saranno l’innovatività dei progetti, la loro capacità di coinvolgere la cittadinanza e di portare a misurabili risultati in termini di welfare e, sopratutto, l’efficienza e l’economicità in rapporto al finanziamento che lo Stato avrebbe dovuto stanziare per ottenere gli stessi risultati.
Fino ad ora, il volo italiano, lento e disordinato come quello dei calabroni, ha trovato qualche spiegazione nella struttura sociale italiana e nel sistema diffuso di welfare, anche attraverso il ruolo di istituzioni tradizionali come la famiglia o la Chiesa. L’Italia è inoltre uno dei paesi dove più si sono diffuse le imprese cooperative (sia “rosse” che “bianche”) ed il paese delle Fondazioni Bancarie, il cui status di ente a finalità non profit e legato al territorio è unico al mondo. Inoltre, è in Italia universalmente riconosciuto il ruolo decisivo del volontariato nella fornitura di servizi: si pensi a tutti i volontari della Croce Rossa, dei Vigili del Fuoco, della Protezione Civile e dell’assistenza agli anziani, solo per fare alcuni esempi. Ci sono poi il Servizio Civile Nazionale e l’articolo 72 della Finanziaria 2009, che prevedeva la possibilità di pensionamento anticipato dal pubblico impiego per coloro che intendono dedicarsi ad attività di volontariato.
C’è da chiedersi se la struttura che fino ad oggi ha tenuto in volo il nostro paese reggerà e se il calabrone Italia continuerà a volare ora che si trova di fronte alla riduzione dei fondi per il welfare statale.
Dall’altra parte, permangono dei dubbi sull’opportunità del progetto di Nat Wei e del suo premier Cameron di condurre il processo di allargamento della società attraverso una logica top-down. Dubbi che sono senz’altro calmierati dalla contagiosità dell’entusiasmo inglese per quanto riguarda l’innovazione e la civic entrepeneuership.
In attesa di governanti illuminati, occorre tenere a mente che molto può essere fatto già da ora a partire da ciascun cittadino. Ecco perché per cercare finanziamenti per un progetto di innovazione sociale e civica, in assenza di una Big Society Bank, si può pensare di affidarsi a modelli di finanziamento peer-to-peer come il prestito sociale (social lending) oppure a strumenti di crowdfunding quale è, ad esempio, Kickstarter.

altri link utili (in aggiornamento)
http://eu.techcrunch.com/2011/03/06/how-technology-is-crucial-to-the-creation-of-the-big-society/)
http://www.sussidiarieta.net/it/node/727
http://saperi.forumpa.it/story/51384/i-civic-entrepreneur-e-lopen-government-formato-local
http://www.ilfoglio.it/soloqui/7894

Una nuova professione: il Mediatore

di Sabina Carucci

“Scoraggia la lite. Favorisci l’accordo ogni volta che puoi. Mostra come
l’apparente vincitore sia spesso un reale sconfitto”
Abramo Lincoln (1809 – 1865
)

mediazione

Il 20 Marzo 2011 entrerà in vigore il Decreto Legislativo 4 Marzo 2010 n. 28, il quale costituisce una vera rivoluzione nell’ambito civilistico italiano. Il testo, accompagnato dal regolamento attuativo istituito tramite Decreto Ministeriale 180, 2010, introduce la mediazione come forma di risoluzione delle controversie tra parti e ne stabilisce i limiti e le applicazioni.

Nonostante esistano già in Italia diverse forme di risoluzione dei conflitti alternative o complementari al processo ordinario, basti pensare ad arbitrati, conciliazioni ed in certo senso anche all’istituto del Giudice di Pace, per la prima volta una Legge ordinaria dello Stato impone come condizione di procedibilità per la stragrande maggioranza delle cause civili il tentativo di mediazione.

Titolare del procedimento di mediazione è il mediatore; possono svolgere il ruolo solo i professionisti iscritti ad un Albo, o i possessori di un titolo di studio universitario, i quali, dopo aver conseguito specifica abilitazione tramite corsi di formazione riconosciuti dal Ministero di Giustizia, si sono regolarmente iscritti ad un Organismo di Mediazione.

La mediazione, dalla definizione contenuta all’interno del Decreto, è: “l’attività,  comunque denominata, svolta da un terzo imparziale e finalizzata ad assistere due o più soggetti sia nella ricerca di un accordo amichevole per la composizione di una controversia, sia nella formulazione di una proposta per la risoluzione della stessa”.

I vantaggi della mediazione consistono nell’informalità, rapidità, segretezza ed economicità del procedimento, infatti: i tempi stabiliti dal Ministero per lo svolgimento della stessa sono di massimo quattro mesi, con particolari limitazioni alla diffusione dei dati sensibili emersi durante il procedimento e con costi limitati rispetto al processo ordinario, oltre ad una serie di agevolazioni fiscali specifiche. Inoltre, la mediazione spesso rappresenta uno strumento per evitare di compromettere irrimediabilmente i rapporti personali tra le parti.

L’esito della mediazione può essere positivo, nel caso in cui le parti giungano ad una conciliazione autonoma o su proposta formulata dal mediatore, o viceversa negativo. In ogni caso è facoltà del mediatore la formulazione di una proposta in qualsiasi fase della mediazione, mentre diviene un obbligo di fronte alla richiesta delle parti.

La proposta sottoscritta dalle parti, che non viola norme vigenti, costituisce titolo esecutivo e nel caso in cui trasferisca diritti reali deve essere autenticata da un pubblico ufficiale. Qualora invece non fosse accettata da una, o da entrambe le parti, essa può essere considerata ai fini processuali con particolari sanzioni nei confronti della parte che non vi abbia aderito. Le ADR (Alternative Dispute Resolution) sono uno strumento molto diffuso nei paesi anglosassoni in genere, dove hanno favorito lo sviluppo di una rapida e civile risoluzione dei conflitti; il legislatore italiano, introducendo l’obbligo della mediazione, ha dovuto valutare la mancanza di una adeguata mentalità ed educazione alla composizione delle controversie.

Probabilmente l’istituto della mediazione avrà a lungo termine favorevoli effetti sul sistema giudiziario italiano, e deve dunque essere salutato come un passo positivo verso la piena adesione ai principi dei Diritti dell’Uomo, soprattutto in termini di durata ragionevole dei processi. La mediazione costituisce in sintesi un positivo rimedio per il decongestionamento degli affollati tribunali italiani attraverso un procedimento rapido, riservato ed economico.

Per Approfondire:

http://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_2_7_5_2.wp

Le università

universita

Sappiamo tutti quanto conta l’università, o l’istituto in generale, dove si studia. I professori e le strutture ti danno molto, ti possono stimolare o deprimere.

Tramite articoli, voci di corridoio, persone note uscite da…, possiamo farci un’idea delle realtà universitarie e di ricerca attive nel mondo.

Siamo soddisfatti delle nostre? scrivete tutto! Io per iniziare metterei:

  • la “nostra” universita’ Politecnico di Torino
  • la facoltà dove ho studiato in erasmus: Kunsthochschule Berlin Weissensee KHB
  • il sogno di tutti: il mitico MIT
  • l’universita’ dove hanno studiato piu’ o meno tutti i grandi olandesi TU DELFT