La dualità della critica al progetto di Le Corbusier

Arrivato ai suoi confini, il linguaggio, che aveva posto la propria ipoteca sul reale, frantuma senza tregua la propria unità, rifiutando di pacificarsi con ciò che l’ha obbligato all’ esilio. La ‘parole’ architettonica torna così alle sue origini: strumento di autoriflessione, ondeggia sul reale, lasciandovi il segno della coscienza malata di un universo alto borghese che si chiede, sapendo di non poter rispondere, le ragioni del proprio naufragio.

M. Tafuri, Architettura Contemporanea, 1998

Con il progetto di Le Corbusier, in breve tempo, l’India si trovò protagonista della scena architettonica mondiale. Tutto a un tratto quegli edifici monolitici di cemento che la facevano da padrone in quei freddi paesi altamente tecnologizzati, giudicati da alcuni come costosi capricci estetici, divennero razionali ed economici in India. Potremmo dire uno dei primi risultati di quel fenomeno, di cui oggi si parla indistintamente, denominato Archistar.

Assemblea Chandigarh

Palazzo dell’assemblea a Chandigarh, vista generale e in dettaglio

Dagli anni ’50 ad oggi Chandigarh è stata una meta di pellegrinaggio molto ambita, tanto da diventare oggetto di critica per diverse generazioni di studiosi e architetti. In questo mezzo secolo la critica si è distinta essenzialmente tra due categorie: coloro che hanno analizzato il contributo apportato dal progetto all’ architettura indiana e coloro che, superando questo aspetto, hanno letto da più vicino i risultati delle idee dell’architetto francese.

Assemblea Chandigarh

Palazzo del segretariato a Chandigarh, vista generale e in dettaglio della copertura

Questa prima categoria di architetti e critici ha sostanzialmente elogiato il progetto, ad esempio l’architetto indiano Malay Chatterjee parlò di una nuova fiducia nella professione indiana derivante dalla allora nuova Chandigarh:

Gli esempi di ottimismo (…) permettono di spiegare la convinzione romantica condivisa da molti: la modernizzazione e l’industrializzazione dovrebbero risolvere tutti i problemi dell’ India nel corso del decennio. Chandigarh offriva una visualizzazione di tale ottimismo1.

Anche tra esperti e architetti stranieri c’è chi ha sostenuto Le Corbusier in questo progetto, uno per tutti lo storico William Curtis che affermò:

In questo progetto sono state raggruppate numerose idee e risonanze storiche, (…) questo piccolo frammento di pensiero indotto da oggetti della tradizione è un indice di tutta la filosofia che ispira le opere indiane di Le Corbusier“.2

Concludendo col parlare dell’architetto come di colui che realizzò la sintesi di una cultura “universale” e di una cultura “locale”.

Qui di seguito, a sottolineare una visione positiva sul giudizio dell’opera, può essere interessante riportare alcune domande poste recentemente sull’argomento da un meno noto autore:

Perché mai non dovremmo consentire anche all’ India di ospitare un capolavoro della cultura universale? (…) Perché fa paura questa città, che neppure deve confrontarsi con le preesistenze storiche? Perché i suoi ampi viali hanno fatto orrore perfino a Tiziano Terzani?3

Ora riferendomi ad alcuni concetti già enunciati in precedenza, vorrei rispondere brevemente a queste domande.

Un primo suggerimento volge ad una riflessione su ciò che è il concetto di “cultura universale”, questa implica un’evoluzione collettiva che obbliga culture, con diversi tempi di sviluppo, ad omologarsi a un’unica chiave di lettura nei confronti dell’ architettura. Pur sorvolando sul tema del confronto con le preesistenze storiche che, non esistendo, non vedo perché debbano essere create da altri popoli, farei notare che potrebbe esistere uno sviluppo delle arti proprio di una determinata cultura che può non necessariamente omologarsi a quello globale.

Probabilmente, Tiziano Terzani che ha vissuto da vicino i profumi, le superstizioni, i credi, la povertà e la semplicità del popolo indiano, avrà percepito uno sventramento di ciò che è il vivere comune in India che lentamente è violentato dalle ciniche conquiste globali.

Personalmente, per concludere, non riesco a comprendere come, a distanza di così tanto tempo, si possa essere legati a pensieri coloniali e visioni positiviste che pedantemente pongono ancora la ragione Occidentale come punta di diamante della civiltà.

Per ascoltare l’altra categoria di architetti e critici è utile leggere ciò che scrive sull’ argomento Charles Correa nel suo saggio Chandigarh vista da Benares4.

Secondo l’autore, grazie al lavoro di Le Corbusier nel nord e nell’ ovest del paese sorse una particolare coscienza architettonica. Il lessico di Chandigarh e l’interesse per l’architettura hanno dato slancio a un gran numero di studi di architettura, come appunto quello di Correa5.

Parlando degli aspetti negativi degli edifici dell’opera, l’autore, fa notare ad esempio come i frangisole caratteristici degli edifici siano un elemento sfavorevole per cause quali l’accumulo di grandi quantità di polvere, la dimora dei piccioni e l’immagazzinamento di calore durante il giorno che viene ceduto di notte. Paragonando questi ultimi alle soluzioni tradizionali di uso indiano, per proteggersi dal sole, da un giudizio di questo tipo:

Non sono, neanche lontanamente, paragonabili alle vecchie verande, molto meno costose, che proteggono gli edifici durante il giorno, si raffreddano rapidamente la sera e servono, inoltre, come sistemi di circolazione“.6

Maggiori aspetti negativi sorgono oggi dall’analisi urbana di Chandigarh: Correa giudica la città impostata su una struttura feudale con una “separazione fra governanti e sudditi, nella sua divisione in settori improntata al principio delle caste, e così via”.7

Un aspetto ancora più preoccupante (che va a rispondere una seconda volta alla domanda sul perché Terzani orridisca di fronte agli ampi viali della città) è dato dalla bassa densità di costruzioni. Tanto è vero che diventa difficile un sistema di trasporti pubblici, tanto che: “nel bel mezzo di un pomeriggio riarso dal sole, si vedranno poveri indiani sventurati arrancare a piedi o in bicicletta sui rettilinei spietatamente lunghi, fra muri di mattoni, verso l’infinito8.

Sulla scia di Chandigarh nuove città indiane ne seguirono l’impostazione, anch’esse senza curarsi del tenore di vita delle classi medie, portando disagi altrettanto significativi alla popolazione.

Parlando del progetto di Le Corbusier nella sua valenza di conquista culturale, si può lodare se si pensa al meccanismo che ha innescato rispetto ad una nuova coscienza architettonica in India. È possibile però leggere questa influenza come un atteggiamento inconsapevole che frantuma lo sviluppo del linguaggio unico e tradizionale di una cultura, questo è ciò che può essere definito come deculturizzazione di un popolo.

Una deculturizzazione, che tengo ancora una volta a sottolineare, avvenne attraverso l’architettura.


1M. Catterjee, Evoluzione dell’ architettura indiana contemporanea, 1985, p. 127.

2W. Curtis, L’antico nel Moderno, 1988, p. 89.

4H. Allen Brooks (a cura), Le Corbusier 1887-1965, 2001.

5K. Frampton C. Correa, Charles Correa With an Essay by Kenneth Frampton, 1996.

6H. A. Brooks, Le Corbusier 1887-1965, 2001, p.224.

7Ibidem , p. 225.

8Ibidem , p. 225.

Globalizzazione e soft power in architettura

Chandigarh 2006

Apprese le informazioni che in questo articolo Ianira Vassallo ci fornisce, vorrei proporvi alcune personali, e modeste, osservazioni al progetto di Chandigarh con un breve saggio suddiviso in tre parti per comodità di trattazione. La prima di queste parti, non vi spaventi, vi fornirà alcune nozioni socio-politiche utili per comprendere la seconda, che sfoglia le pagine  di due famose riviste italiane per saperne di più su questa città indiana, e la terza, che osserva il medesimo progetto raccontato su altre fonti per trarre delle conclusioni.

Il modo di ottenere ciò che si vuole per via indiretta è talvolta chiamato “l’altra faccia del potere ”

Joseph S. Nye jr, Soft power, 2005

Qui sotto a confronto due mappe, per mostrarvi quanto un’immagine possa strumentalizzare il sapere di interi popoli. Sulla destra la carta eurocentrica di Mercatore (1569), a cui la maggior parte di noi è abituata a pensare come rappresentazione del pianeta. Sulla sinistra invece la carta di Peters (1973), raffigurante le vere dimensioni dei continenti. La differenza tra le due carte è sostanziale, una è più corretta dell’altra, ma nelle scuole primarie  viene ugualmente insegnato che l’Europa è al centro del mondo e le sue dimensioni non sono tanto piccole rispetto agli altri continenti. Insomma, è lampante, le immagini possono educarci erroneamente.

mappa Peters

Immagini che si sono moltiplicate con l’avvento della globalizzazione, termine violentato ripetutamente dai media che indica un fenomeno che ha origine, secondo alcuni studiosi[1], nel Rinascimento europeo con le grandi scoperte geografiche, lo sviluppo dei commerci intercontinentali e, aggiungerei, con l’avvento della stampa. Avvenimento che si è sviluppato oltremisura con l’avvento del web e che il sociologo inglese Anthony Giddens bene descrive: “intensificazione di relazioni sociali mondiali che collegano tra loro località molto lontane, facendo sì che gli eventi locali vengano modellati da eventi che si verificano a migliaia di chilometri di distanza e viceversa[2].

Definizione di globalizzazione che può essere completata da ciò che scrive il sociologo italiano Luciano Gallino descrivendo il fenomeno come “l’accelerazione e l’intensificazione del processo di formazione di un’economia mondiale che si sta configurando come un sistema unico, funzionante in tempo reale[3].

Egli sostiene che “la globalizzazione è un fenomeno primariamente economico[4], non escludendone la valenza politica e culturale. Ciò significa che l’economia orienta le interazioni sociali spinta da ragioni di mercato. Ora, se porgiamo l’attenzione verso i mezzi con cui questo processo di influenza viene attuato, dobbiamo riportare le parole di Danilo Zolo:

si sostiene che gli imponenti flussi comunicativi, che partendo dai paesi più industrializzati si diramano nel mondo intero, hanno effetti di drastica riduzione della complessità linguistica e culturale, di appiattimento degli universi simbolici e di omologazione degli stili di vita[5].

Questa asserzione, traslata in un contesto specificatamente architettonico, spiega il diffondersi a macchia d’olio di quel processo che, con l’uso del software come strumento di progettazione, contribuisce a far perdere all’edificio il suo valore fisico materiale tanto da apprezzare un’opera, come già altri hanno scritto[6], per il suo aspetto di immagine. Così accade che molti progetti scivolino nel mondo della persuasione da locandina pubblicitaria, assecondando ciò che il mercato richiede loro. La valorizzazione  del progetto come immagine è coltivata anche nelle università, dove lo studente viene indotto a produrre materiale ammiccante, che sia competitivo più sotto l’aspetto della grafica che dei contenuti.

Il rischio di far prevalere l’immagine e non lo spazio costruito nella progettazione è concreto. A tal proposito diviene necessario introdurre il concetto di Soft power. Con questo termine si identifica il metodo di convincimento utilizzato nella politica nazionale e internazionale senza l’utilizzo di incentivi o minacce. Come ci suggerisce J. Nye jr. questo termine non è solo sinonimo di influenza e persuasione ma indica anche la <capacità di plasmare le preferenze altrui. Il Soft power è potere di attrazione.>[7]

È possibile allora ipotizzare che le scelte compiute da riviste o professionisti nel proporre determinati progetti, anche inconsapevolmente, producano Soft power. L’aspetto economico e di mercato nell’architettura ha un ruolo fondamentale, spesso le scelte progettuali sono dipendenti dalla produzione di determinate tecnologie. Ad eccezione di alcuni, il professionista non ha grande interesse propositivo sulla produzione tecnologica, sono le imprese e le committenze a mantenere le redini in questo settore. A questo punto diventa inevitabile chiedersi: le riviste di settore ci propongono linguaggi contemporanei dell’architettura o tendenze di mercato? Difficile rispondere con chiarezza a tale domanda perché confusi dall’attrazione di informazioni persuasive ma immateriali.

Da queste parole si può affermare che le riviste e le loro redazioni loro malgrado fanno parte di un processo globale di informazione che riduce la libera espressione e l’importanza del “piccolo progetto”. Con “piccolo progetto” si intende quel fenomeno di sviluppo di un linguaggio architettonico che, ponendosi contro corrente rispetto alle tendenze di mercato o al gusto globale, non può svilupparsi in maniera più concreta e propriamente culturale.

Ecco perché trovo importante trattare nella parte seguente un’analisi sulle riviste nel loro aspetto di deculturizzazione o, contrariamente, di conquista culturale. Per introdurvi ai contenuti seguenti, vi lascio con ciò che Serge Latouche scrive sulla globalizzazione indotta dall’Occidente, definendola come qualcosa che produce deculturizzazione e sradicamento dei popoli che non sono in grado di resisterle“.[8]


[1] Cfr. A. Sen, Globalizzazione e libertà, 2002, p.4.

[2] Cfr. A. Giddens, Conseguenze della modernità, 1994,p. 71.

[3] Cfr. L. Gallino, Globalizzazione e sviluppo della rete, 2001, p. 125.

[4] Cfr. Ibidem, p. 128.

[5] Cfr. D. Zolo, Globalizzazione una mappa dei problemi, 2004, p. 55.

[6] Cfr. (a cura) A. Petruccioli M. Stella, I paesaggi della tradizione: 34 saggi sul progetto di architettura nell’era della globalizzazione, 2001, p. 10.

[7]Cfr. J.S. Nye jr, Soft Power,the means to successin world politics, 2005, pp. 8-9.

[8] Cfr. S. Latouche, L’occidentalizzazione del mondo.Saggio sul significato,la porta e i limiti dell’uniformazione planetaria, 1992.

IMMAGINI

[1] A confronto carta di Peters sulla sinistra e carta di Mercatore sulla destra

Decidere le grandi opere

nimby

Foto di ekai su flickr

Secondo i risultati della sesta edizione del Nimby forum, sono attualmente 320 in Italia le infrastrutture e gli impianti oggetto di contestazioni, legate alle tematiche più disparate (smaltimento dei rifiuti, produzione di energia, infrastrutture stradali e ferroviarie). Nel nostro Paese sembra ormai quasi inevitabile che la costruzione di grandi opere, che generano benefici diffusi ma ne addossano costi e rischi su specifiche comunità, sia destinata a incontrare l’opposizione delle popolazioni residenti nel territorio.

La protesta che ne scaturisce, anche se non sempre è in grado di bloccare il progetto, è spesso capace di rallentarlo e, comunque, di mobilitare un profondo dissenso.

Il risultato è stato definito “tirannia dello status quo”: l’incapacità di trovare una soluzione condivisa conduce alla paralisi e al permanere della situazione attuale, che spesso, paradossalmente, non è desiderata da nessuno.
In questi casi si sente spesso parlare di “Sindrome NIMBY”, acronimo che significa Not In My Back Yard, letteralmente non nel mio cortile, per indicare l’atteggiamento sostanzialmente egoista di chi si oppone alla realizzazione dell’opera sul proprio territorio.

A ben guardare però, il NIMBY (almeno in alcuni casi) è qualcosa di più di una semplice posizione opportunistica adottata da chi non vuole sopportare gli inevitabili “fastidi” legati alla realizzazione del progetto.
Il NIMBY infatti, agganciandosi alle istanze ambientaliste, è in grado di uscire da logiche strettamente locali ed elaborare critiche di portata più generale, trasformandosi in NIABY (Not In Anyone’s  Back Yard, “non nel cortile di nessuno”), in BANANA (Build Absolutely Nothing Anywhere Near Anything, “non costruire assolutamente nulla in nessun luogo vicino a qualunque cosa”), sino ad arrivare al NOPE (Nowhere On Planet Earth, “non sul pianeta terra”).
Spesso il problema non sta soltanto nel dove o nel come realizzare queste opere, ma soprattutto nel perché farlo. In questo senso, la Sindrome Nimby si pone quasi come espressione di una nuova etica, che mette in dubbio la sostenibilità di modelli economici, di consumo e di sviluppo finora considerati inevitabili. L’opposizione alle grandi opere sarebbe dunque il sintomo di un disagio che nasce dal mancato confronto nei processi decisionali e da una sempre crescente sensazione di impotenza, e si collega alla crisi di rappresentanza dei soggetti politici e delle logiche tradizionali di gestione dei conflitti.

La soluzione tradizionale a questo genere di opposizioni, cioè la scelta di riconoscere una sorta di risarcimento, sotto forma di “compensazioni”, alla comunità che ospiterà l’impianto, fino ad oggi si è rivelata inefficace. Le compensazioni sono indubbiamente necessarie, ma  non possono essere l’unico fattore di legittimazione del sacrificio sopportato dalla comunità che ospiterà l’impianto o l’infrastruttura: dovrebbero piuttosto costituire una parte di un percorso decisionale molto più ampio e trasparente.
Come sottolineato da alcuni studiosi, il principio a cui ispirarsi potrebbe essere: nessun impatto senza rappresentanza. Una soluzione potrebbe dunque emergere solo da un confronto tra tutti gli interessi coinvolti, all’interno di un processo decisionale che coinvolga istituzioni, esperti, stakeholder e cittadini. Chi è chiamato a sopportare i costi di un intervento, infatti, non ha solo il diritto di essere informato, ma anche e soprattutto quello di essere ascoltato e di esprimere il proprio punto di vista.

Un processo decisionale realmente inclusivo potrebbe rappresentare, da un lato, un valido strumento attraverso cui prevenire conflitti e opposizioni; dall’altro, consentirebbe quantomeno di difendere più efficacemente la decisione pubblica, in quanto emersa da un dialogo con la comunità e non da una scelta unilaterale dell’autorità politica.

Infine, il fatto che il dibattito si sviluppi su temi caldi e particolarmente sentiti dalla società, può contribuire alla costruzione di un percorso completo e strutturato, a cui i cittadini prendano parte attivamente: le decisioni emerse saranno probabilmente più eque, più stabili e più facili da attuare.
In conclusione, alcune possibili soluzioni al problema dei conflitti locali esistono e sono da tempo prospettate da accademici e studiosi. Forse è venuto il momento di smettere di decidere nel chiuso delle stanze degli esperti e mettere il naso fuori, almeno per vedere che aria tira.

Bibliografia e sitografia:

Architetture presto inutili – Paesaggi digitali

credits: http://www.flickr.com/photos/10404945@N05/884242901

La storia dell’uomo può essere narrata attraverso oggetti —e funzioni— inventati in relazione alle contingenze. In ogni epoca individui o gruppi di persone si sono dotati di strumenti materiali che, grazie alla loro utilità, hanno aiutato l’uomo a sopravvivere e a vivere.
In relazione alla piramide di Maslow, è affermabile che l’uomo occidentale contemporaneo ha più o meno le possibilità e capacità di arrivare ai vertici della gerarchia dei bisogni. Tali bisogni sono spesso soddisfatti attraverso gli oggetti e le loro funzioni, ad esempio: una ciotola per abbeverarsi o raccogliere il cibo; la casa per ripararsi, cucinare, riposare, amare; un elemento simbolico (da un totem ad una chiesa) utile a identificarsi e a consolidare il senso di appartenenza. Oltre alle funzioni primarie si trovano tutti quei bisogni riconducibili a simboli e oggetti che un tempo erano accessibili a pochi individui, ma che nel mondo occidentale e contemporaneo sembrano scontati e dovuti. Automobili, gite fuori porta, computer, vestiti, trattamenti di benessere, telefoni, etc. sono figli di questo incredibile periodo di benessere che sempre più individui stanno vivendo. Parallelamente le città si dotano di servizi e infrastrutture utili a supportare lo sviluppo e la crescita della ricchezza e del benessere. Nel contesto urbano i cittadini, supportati dalle politiche del welfare state, possono godere di trasporti pubblici efficienti, parchi, scuole, erogazione di luce, ecc. Non solo i governi offrono funzioni e servizi, infatti i privati, in luoghi deputati (ristoranti, cinema, palestre, negozi in generale) vendono qualsiasi cosa.
Nella società del consumismo tutto è voluto, tutto è venduto, in qualsiasi forma, in qualsiasi luogo. Soffermandosi sulla dimensione materica degli oggetti e dei luoghi deputati ad accoglierli, mostrarli, consumarli, oggi stiamo vivendo un processo di smaterializzazione o digitalizzazione di tali oggetti e servizi. Tra tutti si può pensare alla musica che è fruita digitalmente senza bisogni di supporti materici: i vecchi dischi, musicassette, cd. Tutto corre sul filo delle Information and Communication Technologies, e a volte anche senza fili, se si pensa al Wi-Fi. Quali effetti potrà avere questo cambiamento nelle nostre città? Se gli oggetti si smaterializzano, cosa succederà ai luoghi di vendita e consumo dei prodotti? Da cosa verranno sostituiti questi spazi/servizi? La crisi dello spazio pubblico aumenterà ancor di più oltre agli effetti dati da automobili, tv e paura?
A termine di questo articolo provo a raccogliere, in modo più o meno esaustivo (in un ordine poco ragionato) tutti quei luoghi che oggi sono scomparsi o in procinto di perdere la loro funzione a causa della conversione digitale.

ciò che era/è il passato o presente -> (sostituito/a da) -> ciò che è/sarà il futuro o presente

  • sale giochi -> console e mobile game
  • cabina telefonica -> cellulare
  • agenzie di viaggio -> booking on-line
  • poste -> e-mail
  • cambia valute -> sportello bancomat
  • banca -> home banking
  • negozi di musica -> pirateria di musica digitale e itunes store
  • cinema porno -> youporn e compagni
  • librerie e edicole -> ebook, blog
  • museo -> visite virtuali
  • caselli autostradali -> navigatori satellitari e sistemi di pagamento on-line
  • stadio -> streaming on-line
  • copisterie e laboratori di sviluppo e stampa -> schermi digitali
  • qualsiasi luogo deputato all’incontro e alla comunicazione -> chat e video chiamata

Mercato e mercati: economia e scambio in ambito urbano

Paola Dadone

Ma ciò che spinge a risalire fiumi e attraversare deserti per venire fin
qui non è solo lo scambio di mercanzie che ritrovi sempre le stesse in tutti
i bazar dentro e fuori l’impero del Gran Kan, sparpagliate ai tuoi piedi
sulle stesse stuoie gialle, all’ombra delle stesse tende scacciamosche,
offerte con gli stessi ribassi di prezzo menzogneri. Non solo a vendere e a
comprare si viene a Eufemia, ma anche perché la notte accanto ai fuochi
tutt’intorno al mercato, seduti sui sacchi o sui barili o sdraiati su mucchi
di tappeti, a ogni parola che uno dice – come “lupo”, “sorella”, “tesoro
nascosto”, “battaglia”, “scabbia”, “amanti” – gli altri raccontano ognuno
la sua storia di lupi, di sorelle, di tesori, di scabbia, di amanti, di battaglie.
E tu sai che nel lungo viaggio che ti attende, quando per restare sveglio al
dondolio del cammello o della giunca ci si mette a ripensare tutti i propri
ricordi a uno a uno, il tuo lupo sarà diventato un altro lupo, tua sorella una
sorella diversa, la tua battaglia altre battaglie, al ritorno da Eufemia, la
città in cui ci si scambia la memoria a ogni solstizio e a ogni equinozio.

I. Calvino, Le Città Invisibili, p.43

In italiano, come del resto in molte altre lingue, la parola mercato può assumere due significati apparentemente simili, ma potenzialmente molto diversi. Sempre più spesso, immersi come siamo in un’economia che va via via smaterializzandosi, la parola Mercato identifica un meccanismo astratto, un luogo ideale dove avvengono gli scambi tra domanda e offerta; al tempo stesso, però, la parola mercato richiama ancora alla mente di molti un luogo fisico, inscritto nello spazio urbano, composto di bancarelle e persone e destinato allo scambio di merci. Quale relazione intercorre tra queste due accezioni del termine? Sicuramente il significato originario del termine è quello di mercato con la “m” minuscola, mercato come luogo di scambio fisico e localizzato, la cui origine e la cui evoluzione storica è stata strettamente legata alla nascita e allo sviluppo delle città. Ritroviamo le prime tracce di questo tipo di mercato già nell’agorà greca e nel forum romano, così come nei bazar tradizionali del mondo arabo. Il termine è stato poi impiegato, molto più recentemente, per indicare il solo meccanismo economico di scambio insito nel mercato stesso, astraendo dalla dimensione fisica, territoriale, sociale e culturale che il mercato ha sempre presentato sin dalle sue origini. Il luogo di incontro tra venditori e acquirenti è così divenuto un luogo geometrico, astratto. In un’epoca in cui la smaterializzazione dell’economia si è affermata con forza, pare quindi che il Mercato con la “m” maiuscola abbia preso il sopravvento e che non vi sia più posto per i mercati cittadini. Come dice Michèle de la Pradelle “più si generalizza la dominazione del Mercato, meno i mercati sembrano dotati di una propria consistenza, capace di renderli oggetto di studio” (De la Pradelle, 1996, p.11).

Ciononostante i mercati resistono, anche se spesso in condizioni precarie e con gravi difficoltà. Perché? Si tratta solo di avamposti nostalgici del passato? Oppure i mercati sono, come direbbe Starobinski, un “basso continuo”, un indicatore del tempo che passa, ma che sopravvive? È pur vero che, anche in ambito accademico, non tutti gli studiosi rilevano una tendenza univoca all’astrazione e alla de-territorializzazione dell’economia. A partire dagli anni ’70 le teorie della scuola istituzionalista e la diffusione del pensiero di Karl Polanyi hanno permesso di rivalutare la dimensione sociale, geografica e culturale del meccanismo economico, la sua natura embedded, ossia radicata nel territorio. Paradossalmente proprio la riscoperta del radicamento sociale e territoriale del meccanismo economico ha permesso di valorizzare il ruolo giocato da elementi immateriali fondamentali nell’economia contemporanea, quali la cultura, le relazioni interpersonali e le conoscenze implicite trasmesse attraverso di esse. Che i mercati siano allora una testimonianza di questo radicamento, di questo legame tra meccanismo economico e territorio, società e cultura che, pur mutando nel tempo la sua forma, non può essere reciso? Nei mercati ritroviamo l’espressione di molte delle dinamiche evidenziate dai teorici dello sviluppo locale: la presenza di un’istituzione, intesa come insieme di norme, regole, leggi e abitudini più o meno formalizzate, createsi e riprodottesi nel lungo periodo all’interno di un gruppo umano localizzato; la reiterazione di relazioni sociali e parzialmente comunitarie (si veda in proposito l’analisi di Bagnasco, 1999); la costruzione di reti di conoscenza tacita, difficilmente codificabile attraverso il linguaggio scritto, e di fiducia attraverso il dispiegarsi di relazioni personali; il ruolo dell’auto-rappresentazione collettiva.

mercato

 

Foto di fred_v

Al di là di questa rispondenza alle dinamiche individuate dalle teorie dello sviluppo locale, il mercato sembra possedere le qualità necessarie per raccogliere le sfide proposte dalle tendenze dell’economia contemporanea, sempre più smaterializzata e influenzata dall’aumentata mobilità degli individui e dalla loro multi-appartenenza sociale. L’economia post-moderna, infatti, spingendo alla smaterializzazione dei consumi, si trasforma sempre più in un’“economia delle esperienze” (Pine J.B. e Gilmore J.H., 2000), ossia in un’economia nella quale il consumo non è più prevalentemente diretto verso beni tangibili, ma piuttosto verso esperienze totalizzanti e spettacolarizzate, che sappiano coinvolgere tutti i sensi dell’individuo. Se alcuni luoghi del commercio si trovano quindi obbligati a ricreare queste condizioni in modo artificioso (si pensi alla “spettacolarizzazione” dei centri commerciali – Bottini, 2005), il mercato dispone invece di una dimensione sensoriale originaria, naturale. Questa stessa dimensione ha fatto da leva nello sviluppo della strategia dei Centri Commerciali Naturali, organizzazioni che riuniscono le piccole attività commerciali collocate nel centro cittadino al fine di coniugare i vantaggi proposti dai centri commerciali (comodità, ampiezza dell’offerta etc.) con una funzione di animazione sociale.
Il mercato si presta poi, sempre in un’ottica di economia delle esperienze, allo sviluppo di un turismo gastronomico e di folclore, che faccia sentire il turista a contatto con il volto “autentico” della città. È qui importante notare, però, che tensioni e distorsioni si possono generare nell’interazione tra l’immaginario del turista e la vita reale di coloro per i quali il mercato rappresenta un luogo di vita quotidiano.
Alcuni altri aspetti permettono di associare il mercato alle dinamiche dell’economia contemporanea. Un aspetto certamente importante è l’assoluta preponderanza nelle città europee della popolazione anziana, che ha vissuto per molto tempo il rito del mercato e che continua a trovare in esso un luogo di socialità in ambito urbano. Inoltre, nei mercati si evidenzia una forte presenza di popolazione immigrata, che trova in essi un’opportunità di mobilità sociale grazie all’investimento ridotto necessario per l’avvio di un’attività imprenditoriale in questo settore. La presenza di immigrati, inoltre, richiama al mercato i propri connazionali in veste di acquirenti e la loro presenza stimola spesso innovazioni di prodotto e contribuisce allo sviluppo di dinamiche sociali di integrazione (anche se non sempre prive di tensioni).
Tutte queste sfide, comunque, potranno essere colte dai mercati solo se questi saranno pronti a rinnovarsi e ad adattarsi alle nuove esigenze dei consumatori e soprattutto a costruire una strategia intelligente per il proprio futuro. Per questo motivo è fondamentale che nei mercati si sviluppi una governance efficace, che sappia integrare in una visione condivisa gli interessi e le esigenze dei tantissimi stakeholders coinvolti. Un buon esempio a questo proposito potrebbe essere quello della rete dei mercati della città di Barcellona, che attraverso una gestione centralizzata ma condivisa ha tentato di valorizzare i mercati tradizionali dal punto di vista economico, architettonico, culturale, turistico e sociale.

BIBLIOGRAFIA:

  • BAGNASCO Arnaldo, 1999 – Tracce di comunità. Temi derivati da un concetto ingombrante – Il Mulino, Bologna, 179 p.
  • BOTTINI Fabrizio, 2005 – I nuovi territori del commercio. Società locale, grande distribuzione, urbanistica – Alinea Editrice, Firenze, 171 p.
  • DE LA PRADELLE Michèle, 1996 – Les vendredis de Carpentras: faire son marché en Provence ou ailleurs – Fayard, Paris, 374 p.
  • PINE J.B. e GILMORE J.H., 2000 – L’economia delle esperienze. Oltre il servizio – Etas Libri, Milano, 279 p.

Ogni luogo. Processi di democrazia urbana on-line

immagina_democrazia

In occasione della Biennale Democrazia la Fondazione Ordine Architetti Torino ha bandito un call for papers dal titolo: I luoghi urbani della democrazia. Izmo ha partecipato alla call con il seguente abstract, scritto da Giulia Carlone durante l’elaborazione del progetto Insito.

La tesi proposta pone le sue fondamenta sui caratteri di libertà e uguaglianza insiti e fondativi del concetto di democrazia. Un luogo materico è la conclusione di un processo. In questa visione punto imprescindibile del carattere democratico di un luogo è anche la sua fase progettuale e non solo la sua risultante materica. Come si possono porre i caratteri di libertà e uguaglianza alla base della progettazione di un luogo urbano —quindi pubblico e, di conseguenza, di tutti— così da asserire in modo condivisibile alla maggioranza che tale luogo è democratico? Le qualità intrinseche della rete in quanto zona interattiva che offre spazi oramai più che conosciuti di scambi (es: blog), dove le barriere tradizionali (distanza e compresenza fisica) sono superate e barriere potenziali quali ad esempio l’età, la razza, la religione, sono mediate dai caratteri propri della rete, quest’ultima può offrire dei luoghi di creazione di consapevolezza urbana e di scambio, tra i cittadini stessi e tra quest’ultimi e le amministrazioni. Se i cittadini, tramite delle piattaforme web, potessero esprimere e comunicare annotazioni, quadri di vita e uso del suolo pubblico, mal funzionamenti, bisogni e aspettative su parti dalla città o singoli spazi e se queste espressioni fossero acquisite dai progettisti, dagli attori e dai mediatori dei processi e ne fossero posti alla base, il luogo creato potrebbe definirsi democratico in quanto espressione di democrazia.

Oggetti metropolitani

bottiglie_pipi_cane

la prima foto ritrae una bottiglia piena d’acqua con teste d’aglio galleggianti

Gli oggetti metropolitani assomigliano alle leggende metropolitane: entrambi nascono dalla mente diabolica di qualcuno che in modo consapevole o in buona fede, inizia a diffondereli con il passa parola. Il verbo attecchisce rapidamente fino ad allargarsi a macchia d’olio.

Gli oggetti metropolitani, a differenza delle leggende, non sono composti di sole e innocue parole bensì modificano visibilmente il territorio. Le leggende restano racconti a cui credere o no, da trasmettere o bandire. Gli oggetti sono difficilmente eliminabili: anche se non ci credi sarai costretto a vederli. Gli oggetti metropolitani per fortuna seguono le mode, ma necessitano di anni per scomparire: fino al momento in cui la vittima del passaparola realizza di esser un anello della catena (di sant’antonio). Sentendosi fesso cancella mestamente le prove della sua stupidità.

¿Meglio l’oggetto terribile da appendere, attaccare, apporre oppure il beneficio per la maggior parte delle volte inesistente? ¿Meglio la pipì del cane sulla facciata o una sfilata di bottiglie di plastica appoggiate a tutti gli angoli di un edificio?

Segue una breve lista di alcuni fantastici oggetti metropolitani:

  • i fogli di stagnola per allontanare i piccioni dai vasi sui balconi
  • l’ovetto kinder che addobbava le antenne delle auto con il fine di captare meglio il segnale radio
  • le bottiglie di plastica anti pipì del cane
  • i lucchetti degli innamorati (in verità hanno la loro funzione: rappresentano l’unione indissolubile di 2 deficienti)

vi ricordare qualcos’altro???

Pusher e tossici come indicatori urbani

operai_vercelli

L’altra sera portavo il cane giù, a fare la pipì. Giunti al parchetto sguinzaglio la bestiolina e iniziamo a passeggiare. Nel buio scorgo dei loschi personaggi e in un angolo ancor più buio due tossici si facevano, i loro affari. Allora richiama il cagnetto e via su un’altra strada.

Oggi ricollego l’episodio con un fatto di cronaca che marginalmente ho vissuto: un poliziotto inseguiva un pusher che per sfuggire la cattura ha attraversato i binari. Nel frattempo sopraggiungeva un treno; il puscher è scappato, il poliziotto è finito sotto.

Cosa unisce i due episodi? La spina, il soprannome del passante ferroviario di Torino. Da anni oramai sull’asse nord-sud persiste il cantire per l’interramento della ferrovia. Traggo una conclusione: lo spaccio e il consumo della droga si è spostato lungo la spina. Bene, periodicamente i luoghi della droga si spostano, ipotizzo ogni sei mesi. Dove? Parchi, rive dei fiumi, fabbriche dismesse. Ora lungo un cantire. Cosa uniscono questi luoghi? Lo stato di abbangono, la fatiscenza, l’inettitudine di uno spazio urbano ad assumere una precisa funzione e una propria vitalità. Luoghi abbandonati, nascosti; dediti ad accogliere la disperazione di qualcuno che nell’ombra può farsi, i propri interessi. Tali spazi rimangono così fino ad arrivare agli onori della cronaca per qualche fatto o fattaccio (vedi il poliziotto sotto il treno). Da quel momento inizia la bagarre mediatica, politica e i progetti di trasformazione o le politiche di salvaguardia.

Ribaltando il tutto e riprendendo il titolo dell’articolo “Pusher e tossici come indicatori urbani” si potrebbe sostenere che i luoghi che necessitano l’attenzione di politici e pianificatorio sono dove si concentra lo spaccio e il consumo di droga.

Questa tesi può essere sostenuta dall’esperienza di toxicpark: il parco sulla riva Strura a nord di Torino che si è resa famosa anche a livello nazionale per lo stato di degrado, le grandi retate e i volti consumati dei tossici. Da quella grave incresciosa situazione sono nati dibattiti, interrogazioni e progetti. Si sono pianificati investimenti per un campo da golf e aree destinate a concerti ed eventi.

Il cantiere della tra due anni finirà e la comunità della droga si sposterà altrove. Destinazione presumibile: luoghi urbani abbandonati e degradati. Partendo dal presupposto che le città perfette non esistono, troveranno qualche altra piega buia della città ad accoglierli.

Concludo affermando che paradossalmente non occorrono osservatori per comprendere dove e come pianificare, non occorre discutere riguardo indicatori efficaci e dinamici, puscher e tossicci ci aiutano a comprendere l’evoluzione e lo stato di salute delle nostre città.

Il sorprendente monopolio della qualità

occhiali_WEB

è confermato.

siamo in troppi.

ce ne eravamo resi conto già dal discorso sulle risorse ambientali: “stanno finendo“, “non ci possiamo evolvere con questo ritmo“, etc…

lo si scopre sempre di più quando si tenta di entrare nel mondo del lavoro (invii 120 curriculum, ti rispondono dispiaciuti in quattro, alla fine trovi lavoro da uno che ti passa € 600 in nero per un impegno a tempo pieno – ovviamente mi riferisco solo ai laureati, gli idraulici a 21 anni hanno già la BMW).

se ne ha una conferma definitiva quando cerchi parcheggio il sabato sera.

siamo in troppi.

e attualmente sembra che i vecchi metodi per il contenimento demografico non si possano più applicare.

un’epidemia?

malattie è indubbio, ce ne sono, ma niente grazie al cielo di paragonabile ad una bella peste (quella del 1350 ha causato la morte di un terzo della popolazione europea).

una sacrosanta guerra?

la seconda guerra mondiale ha insegnato: oggi si fanno i bombardamenti intelligenti, si colpiscono obiettivi precisi, si evitano, per quanto possibile, le vittime civili e non si porta più “la guerra” per le strade delle nostre città.

e il mercato cosa dice?

dice che devi produrre sempre di più, in meno tempo, a costi più bassi, perché se non lo farai tu lo farà qualcun altro.

i committenti non si affidano ai più bravi, si affidano ai più veloci, ai più economici, decretando la fine del professionismo e l’avvento dell’era del “dilettante allo sbaraglio”.

esempio:

il pubblico gioisce di fronte ai prezzi degli articoli tecnologici, in costante picchiata – solo la moda tiene prezzi alti, è costretta altrimenti non sarebbe status-symbol – salvo poi lamentarsi perché il nuovo lettore DVD “si è rotto subito” e trovarsi ad affrontare soli, dei moderni don chisciotte, la battaglia contro i mulini a vento dei call center, con le loro litanie “non sono autorizzato a prendere questa decisione” o “non le posso passare un superiore” e scoprire alla fine che la stramaledetta garanzia non vale un fico secco.

tuttavia ci sono figure che ancora non si sono arrese. ci sono professionisti che ancora osano comportarsi come i capaci artigiani di qualche tempo fa. ci sono persone che non improvvisano.

il mio ottico è una di queste persone.

lo si capisce subito: il suo bugigattolo ha davvero poco sex appeal, le montature non sono particolarmente “fighette” (ad esempio non tratta quelle orrende montature con doppia asta) e non c’è la solita commessa superfica con bocce in vista.

lui si presenta in camice bianco, con uno strano distintivo di qualche associazione di optometristi che solo lui, ormai, rappresenta.

scrive con una stilografica e soffia sull’inchiostro per asciugarlo – roba da ‘800.

poi inizia a raccontarti cosa deve fare, ragiona sulle montature come mai avevi sentito fare, ti spiega il taglio delle lenti ed il grado di libertà che c’è nel realizzare un occhiale.

ha bisogno di tempi lunghi (in certi posti ti cagano gli occhiali nuovi in mezza giornata), devi aspettare, devi telefonare, chiedere e sperare.

finché non ti consegna il prodotto finito.

però nel momento in cui indossi il sudato acquisto, ti rendi conto di aver fatto bene a rivolgerti a lui.

vista perfetta, tanto perfetta che è il cervello a questo punto a non riuscire a farne un buon uso, abituato com’è a vedere attraverso occhiali approssimativi.

e così, mentre guardi il mondo per la prima volta (le chiome degli alberi non sono una matassa unica, sono costituite da tante foglie!) raggiungi l’illuminazione: il professionismo non è morto.

e non solo, il professionismo, per quanto dolorante, bastonato e svilito, vince rispetto a tutti gli altri.

certo, devo dire per concludere, il professionismo si fa pagare il giusto e non fa sconti.

Mercati rionali come quello di Borgo Vittoria

mercato_banchi.jpg

foto di ALESSANDRO notte vigilia di Natale 2000

Sono secoli che mi prometto di scrivere un articolo con tema il mercato. I mercati rionali sono un argomento a me molto caro, fanno parte del corredo familiare, da mio bisnonno poi a cascata su tutta la famiglia Grella. Vendiamo verdura nel mercato di Borgo Vittoria, piazza della Vittoria, Torino.

Ho colto l’occasione di scrivere qualcosa perché coinvolto-assoldato dalla “compagnia teatrale” Senza Confini Di Pelle http://www.senzaconfinidipelle.com

Sarò il narratore nello spettacolo “Momenti di Vittoria”. Dario La Stella e Valentina Solinas, responsabili del progetto mi hanno chiesto di scrivere un prologo-monologo con tema il mercato rionale di Borgo Vittoria: un aneddoto, storia personale e inquadramento storico-urbano-sociale.

Ecco il risultato:

Uno scambio continuo. Un intreccio costante di attività volte alla vendita. Questo è il mercato; dal verbo latino MERCÀRI trafficare. Il giornaliero traffico delle merci ha inizio dal profondo buio della notte, riceve i primi bagliori del mattino e si chiude passato il mezzo dì. Tutti i giorni così: stessi gesti, stessi ritmi, stesse improvvise e sorprendenti piccole variazioni dovute alle più strane contingenze. A volte però gli ingranaggi della macchina mercatale rallentano bruscamente fino quasi a fermarsi.

I ricordi sono vaghi ma con l’aiuto di mio papà ho ricostruito una settimana molto particolare avvenuta nell’oramai lontano 1987.

Inverno, una domenica notte iniziò a nevicare, e non per scherzo. Mio papà stoico e incurante il lunedì ore tre e mezza usci di casa. Bardato di tutto punto inizio a sfidare l’avverso clima e ogni singolo cristallo di neve. Si avvicinò alla piazza, o meglio ad una distesa candida di neve fresca. Stimata la posizione tradizionale del banco, scorse arrivare mio zio Roberto e Fiorenzo. Tre. Tre venditori ambulanti. Solo loro decisero di vendere. Tre banchi su cento. L’avventura era appena iniziata: gli stessi gesti di sempre si tramutarono in sfida. Fiorenzo spezzò le catene degli pneumatici per uscire dal magazzino. Mio zio sfruttò la forza motrice del fuoristrada e improvvisò una stufa con camino per scaldarsi. Piazza Chiesa della Salute -> Via Giordano Bruno – mercati generali -> piazza Chiesa della Salute -> vendita -> magazzino -> casa. Con nevicata pesantemente incassante. Così per cinque giorni. Le conseguenze dell’eccezionale evento furono un incontrollato allarmismo degli abitanti del quartiere che si fiondarono in piazza a far razzia. Non scherzo. Incetta di qualsiasi genere commestibile.

Lunedì neve, martedì neve, mercoledì, provate indovinare? Neve. Così fino a venerdì. Giorno per giorno timidi ma vigorosi altri ambulanti come Alfio si affacciarono nella piazza e esposero entità commestibili che presto andarono a ruba tra acquirenti ben determinati ad accaparrarsi una valevole scorta alimentare. L’invendibile venne comprato. Sino al sabato, quando un’improvviso splendido sole comparve nel cielo terso a donare una mai così bramata monotonia.

Questo accadde quella settimana. Ero piccolo e i ricordi sono vaghi ma infiniti episodi di minor gravità accadono necessariamente tutti i giorni. I gesti di mio papà sono memorizzati nella mia memoria e probabilmente il mercato ha intaccato anche i miei geni. Perché, dovete sapere, già mio bisnonno ad inizio secolo vendeva la verdura qui. Un carro trainato dal cavallo ogni domenica prendeva posto in piazza e bisnonno Carlo iniziava con le prime vendite. Da lui, tramandato di generazione, mio nonno Vittorio e nonna Angela e i loro figli: mio zio Roberto e mio papà Giancarlo con mia mamma Sandra. Da allora tutto è mutato: l’azione di compra-vendita attualmente è meno faticosa e complessa. Al mercato generale i prodotti sono ben confezionati e riposti fiammanti nelle cassette pronte da essere esposte sul banco. Un tempo non era esattamente così. I prodotti provenivano realmente dalla terra, erano sporchi e imperfetti ed era normale passare il pomeriggio a rendere visivamente attraenti gli ortaggi. Ricordo ad esempio le cipolle passate su un setaccio gigante per togliere la pelle in eccesso, la catalogna mondata ad arte e gli spinaci lavati nell’acqua gelida contenuta in un vascone di fibrocemento. Ed in estate entrava in gioco il fattore orto. La nostra famiglia possiede un modesto appezzamento di terra nelle vicinanze di Borgaro che diventava teatro di estenuanti pomeriggi con la schiena ricurva al sole. I risultati c’erano: la produzione era notevole e l’intento di tanto lavoro raggiunto. Si lavorava per trarne il maggior profitto. Attualmente il fine è lo stesso ma i bisogni, le condizioni socio-economiche sono mutate e con esse la motivazione.

In cent’anni molto è cambiato compreso il quartiere e chi lo vive. La storia del borgo ci accomuna un po’ tutti ed è molto simile per ogni quartiere. I mercati rionali sono situati in piazze comunemente in corrispondenza di chiese di culto cattolico o delle vecchie porte daziarie. Centri del quartiere o piccoli porti urbani posseggono ancora la forza attrattiva di sempre. Con il passare del tempo insieme alla merci giungono nuovi lavoratori e acquirenti di ogni tipo: nostrane e poi esotiche le merci, indigene e poi immigrate le genti.

Qualunque cosa si pensi, qualunque legame si abbia con il mercato, ogni giorno si ripete la stessa grande meraviglia: al mattino la piazza è vuota, deserta, non c’è nessuno e poi, come per magia, cominciano ad arrivare uno alla volta, uno dopo l’altro i suoi personaggi, tutte le mattine, che piova o che nevichi, il grande circo del mercato si mette in moto ed è una festa di suoni, colori, odori, risate, dove ognuno partecipa senza riserve per dare vita alla città.

Picnic urbano

picnic_urbano_01

Venerdì 9 giungo 2006 in Piazza delle Repubblica, meglio conosciuta come Porta Palazzo si è svolto un Picnic Urbano organizzato da The Gate: Comitato “Progetto Porta Palazzo” http://www.comune.torino.it/portapalazzo.

L’intento del comitato organizzatore era molto semplice, naturale: portare la gente in strada, farla mangiare con altri generando scambio e conoscenza in un territorio comune a tutti: il cibo.

Il concetto è molto semplice: non mangiare soli nella propria cucina in famiglia ma in piazza con sconosciuti. La situazione e il contesto viene ribaltato. Ambiente piccolo e famigliare contro un ambiente pubblico e sconosciuto.

L’esperimento è molto affascinante e organizzarlo materialmente sembra semplice. Cavalletti e assi, il resto lo portano i commensali da casa: tovaglia, stoviglie, cibo e da bere.

I risultati auspicabili sono la conoscenza di chi ti sta a fianco non solo a tavola ma nella vita dei tutti i giorni: sul pianerottolo, dal panettiere, alla fermata del pullman.

picnic_urbano_02

In questa pagina trovate informazioni sul grande mondo del picnic

http://en.wikipedia.org/wiki/Picnic

Deriva urbana “Le Conseguenze Della PASSIONE”

locandina

Sabato 13 maggio, ore 17.00, ritrovo all’Igloo di Merz in corso Mediterraneo, deriva urbana in bicicletta alla ricerca delle conseguenze della passione olimpica. Arrivo previsto per le 19.00 al cafè Liber, corso Vercelli 2, per l’aperitivo e per rivedere e commentare i dati raccolti in deriva.


Commenti, storie, risultati della deriva

Esorto i partecipanti dell’evento “Le conseguenze della PASSIONe” a inserire un breve commento alla propria esperienza bagnata di deriva urbana.

gruppo_deriva


Alessandro
deriva_aleHo rispettato le regole. Mi sono perso, ho perso il gruppo, ho quasi perso la vita. Pedala schivando piccoli e grandi situazioni di percorso. Ho visto parti di silenziosa città ammutolita da un intervento protetico proteso a colmare una faglia chiamata quasi ironicamente spina. Tranci urbani riposano sapienti del loro ruolo, della loro storia; guardano una nuova linea disegnata 25 anni fa. Vedono gente passare e più in la altra gente vivere. I quartieri non dialogano, gli interventi architettonici non si integrano. Ci vorrà forse tempo o no, a parer mio non basterà. Non è possibile render viva una infrastruttura. Corrono le macchine, i ciclisti, il cane è pisciato, per il resto la linea era ed è tracciata, indelebile. Ciò che è mio non è tuo. Il confine è sensibilmente presente. Durante la deriva pioveva: sotto il cornicione era asciutto, c’era vita, più in là bagnati si correva alla ricerca di un nuovo riparo.


Gabriella

gabriella_giungato


Gianluca

gianluca_sabena


Stefano

stefano_milanesio


Viviana Rubbo

viviana_rubbo


Alessandro Guida

alessandro_guida


Daniele Domeniconi

daniele_domeniconi


Raffi

raffi


Olimpia

olimpia


Loredana

loredana


Ho scaricato il mio (Alessandro) percorso memorizzato attravaro il gps ecco l’immagine elaborata attraverso Google Earth

gps_deriva_ale

oppure, se preferisci ripercorrere la mia deriva, scarica il file kmz da aprire attraverso il software gratuito Google Earth

deriva_alessandro.kmz

CondividiTI

condividiti

Ecco fatto, ogni giorno compaiono nuovi strumenti per condividere sulla rete informazioni personali. Iniziarono i blog un paio di anni fa, poi arrivarono le gallerie fotografiche (vedi Flickr) ed ecco ora si possono condividere i video e modificarli direttamente dall’interfaccia web.

A cosa serve tutto questo? Sicuramente sono informazioni, ogni video porta con se un “ricordo” del luogo ripreso, ma anche della persona che lo eseguito. Si riuscirà a percepire questo valore e a non ridure il tutto ad un giochino di condivisione file?

Il primo sviluppo che auspico è di poter condividere tutto in un solo luogo, filmati, fotografie, testi e racconti. Il secondo è quello di aggiungere l’informazione geografica ai dati raccolti.

Ecco un articolo che recensisce e confronta i dieci miglior siti per la condivisione di filmati sul web.

Mezzi pubblici

pubblico mezzo

berberi_web

foto di Alessandro Grella, linea 75 ore 8.42, la vita non porta lontano ciò che ti sta vicino

Ereditati dal welfare state, i mezzi pubblici sono attualmente sinonimo di mobilità sostenibile. La questione è in realtà molto più complessa e sfaccettata. Come già ripetuto migliaia di volte il risultato di un sistema complesso è maggiore della somma delle sue parti. L’interazione a somma positiva è applicabile anche al sistema di trasporto urbano.

Scrivo questo articolo sulla wikizmo perché da meno di un mese ho ricominciato a usufruire della rete ATM, anziccheddico GTT, Gruppo Torinese Trasporti http://www.comune.torino.it/gtt. Fikatta. Sono riaffiorati numerosi ricordi e le stesse sensazioni provate un tempo, quando prendevo tre bus per recarmi a scuola. Gente, tanta gente. Ogni ora, ogni linea qualcosa di nuovo, gli elementi si mescolano e nasce sempre qualcosa di unico. I fattori in giochi sono tantissimi: velocità del mezzo, gruppi o singole persone, fattori ambientali, odori…

Succede sempre qualcosa su un mezzo pubblico. Perchè annoiarsi seduti sulla propria scatoletta metallica, un bel barcone condotto dal caronte della situazione et voillà. A proprosito, cosa mi sovviene… ai miei tempi il conducente veniva chiamato cocchiere: “minkia cocchiere ci fai scendere altrimenti ti scendiamo noi le mani in faccia!”. Fantastico, chi sa ora il gergo dei teens dove è arrivato. Ma no, oramai i cocchieri sono rinchiusi nella cabina di pilotaggio neanche fosse un aereo.

Quanti sguardi scambiati, relazioni mancate, amori non sbocciati, opinioni affrettate, giudizi errati e altrettante conoscenze, amori, dibattiti, sorrisi avveratisi. Sociologia relazionale, prossemica, sociologia dell’indifferenza, psicologia ambientale, quante, troppe scienze potrebbero spiegare questi silenziosi equilibri. Prendete cinquanta, cento persone e schiacciatele dentro ad un parallelepipedo con le ruote che sballottola il tutto. Dadi, mani raccolte, scecherate, una soffiatina, tiro ed ecco il risultato. Probabilità, casualità, emozioni.

Mezzi, contenitori, ci entra di tutto: germi, quel filino d’aria che fa solo piacere quando il nostro posto a sedere è collocato sopra il motore, la persona che si attende speranzosi di rivedere.

Perturbazioni esterne, incidenti veri e di percorso.

Quello che ti passa sotto il naso, quello che viaggia velocissimo vuoto e che ti scarica puntale a destinazione.

Bello.

Adoro guardare la gente.

L’eterogenità anche quando sei l’unico italiano su un jumbotram. Tutti hanno un vissuto straordinario, ogni solco del viso è il risultato di una vita intera.

Il giubbotto sporco di quello accanto, la zaffata del puzzone di turno, quello mi sembra di averlo già visto, mmmmmmmmm… carina quella… le tirerei due fucilate!

Bello, anche se lo so non è proprio così. Il primo sentimento? Di sa gio. Ieri, di fianco nordafricano con giacca lercia si strofinava su di me, davanti due rumeni stanchissimi uno con un bulbo oculare senza pupilla, alla mia destra sudamericano che sorseggiava la sua moretti da 66 in un bicchierino di plastica, poco più in la italiano con cagnetto al guinzaglio e visibile ciucca in corso, da lontano fetore assortito e per finire sono saliti un gruppo di ganstateens che potevano far invidia a R. Kelly and crew.

Lo so che faccio sempre la figura del buonista del pentu però a me piace, tutto questo mi rende vi vo. Fino a quando? Fino al prossimo attentato.

Mondi virtuali

mondo_virtuale

Da tempo mi interrogo sulla relazione esistente (o che potrebbe esistere) fra mondo reale e mondo digitale (con la parola digitale intendo ciò di immateriale con cui ci relazioniamo quotidianamente: immagini, trasmissioni televisive, suoni, internet, …). Vorrei capire quali possibili legami esistono fra questi due mondi, ad esempio le tecnologie elettroniche che hanno permesso una miniaturizzazione rendono internet accessibile in modo sempre più diffuso e ramificato, se cambiamo il punto di vista questo fenomeno è già una rappresentazione di una interconnessione fra reale e digitale, ma il paradigma usato non cambia (cambiano il numero di persone coinvolte e i luoghi). Una tendenza rilevata negli ultimi mesi parla invece di veri e propri mondi tridimensionali in cui si può dare vita ad un personaggio virtuale di se stessi. In questo caso il legame fra i due mondi cambia completamente meccanismo, grazie anche ad una serie di invenzioni commerciali come la possibilità di usare dollari veri per cambiarli in dollari virtuali del proprio personaggio e con questi acquistare virtuali jeans di una reale company: la Levis.

Vi segnalo tre di questi nuovi mondi:


A distanza di alcuni mesi trovo un bellissimo articolo  sui mondi virtuali su Tafter.it

B VILLAGE

bacardi.jpg

La volontà di dialogo o meglio il dovere di diffondere opinioni e sensazioni sono il motivo di tutti i miei articoli su wikizmo. Pubblicare questo articolo non è semplice, il tema e i fatti da narrare non si prestano ad un modello politically correct. Ho deciso di utilizzare una scrittura in versi per trasformare un dramma sociale in una commedia teatrale. La morale della storia è aperto alla sensibilità del lettore.

Giudicare vittoriosa l’indifferenza, il pressappochismo delle persone oppure combattere la triste realtà contemporanea fiduciosi di tempi migliori. Considerare la massa carne o cervello? Paperino nei cartoon della Disney, ha come consiglieri i suoi due alterego. Sulla spalla destra il diavoletto sulla sinistra l’angioletto. A chi dare ragione? È sempre la via di mezzo a vincere, perchè la speranza è l’ultima a morire.

Il fatto è realmente avvenuto venerdì sera dello scorso weekend, quindi mi assumo la responsabilità della reazione nel caso in cui i protagonisti dovessero mai leggere.

Ecco a voi B VILLAGE.

COMMEDIA IN DUE ATTI

ATTO PRIMO

Protagonisti.

io (io)

la mia ex (ex)

prima amica della mia ex (1_a_ex)

seconda amica della mia ex (1_a_ex)

amico di ale (dan)

il mio animo buono (a_b)

il mio animo cattivo (a_c)

ex, 1_a_ex e 2_a_ex abitano a Milano. Ex decide di passare il venerdì sera a Torino per stare un pò con io. A Torino si scatenano commenti di ogni genere (non vado oltre). Le tre grazie partono da Milano alle 22. Ore 23 raccattate da io all’uscita della tangenziale, si prosegue fino a Porta Palazzo. Parcheggiati in divieto io e dan decidono di portare le donzelle nel Quadrilatero per un giretto.

io «sentite, adesso facciamo un giro nel quadrilatero, passiamo da un locale Las Rosas e poi in un altro AB+»

ex «si, dai»

1_a_ex -silenzio-

2_a_ex -silenzio-

io «vi posso fare un pò da cicerone?»

a_b «dai ale fai il simpa, cerca di metterle a loro agio, sono un pò timide, coinvolgile»

a_c «madonna che sfigate e pure cesse»

1_a_ex -silenzio-

2_a_ex -silenzio-

io «va bhe, questa è l’area, non so se avete notato le mura, dove è nata Torino»

1_a_ex -silenzio-

ex «dai ale, uffa, sempre il solito architetto»

2_a_ex -silenzio-

dan -sussurrando- «che piglia in culo»

io -sussurrando- «dai dan porta pazienza»

a_b «ancora un piccolo sforzo»

2_a_ex «ma non c’è nessuno a Torino, non ci sono ragazzi in giro»

1_a_ex «si è vero, a Milano è pieno in giro il venerdì»

a_c «ma perchè, allora, non siete rimaste nella vostra strafiga Milano?»

dan -silenzio-

ex «cosa ci fa una limousine parcheggiata in sta vietta? magari c’è qualche vip»

1_a_ex «noi andiamo sempre in un locale dove c’è sempre gente famosa»

2_a_ex «lo scorso week c’era Predolin e Gattuso»

a_b «signore dammi la forza e autocontrollo»

a_c «fanculo mandale affanculo, fallo, dì che sono delle sfigate teenager di 25 anni che gioiscono di cose effimere, fai partire sta sfuriata, in modo marcatamente ironico dì -che figoo, ummmm, che fortunate- massacrale non meritano altro»

dan «che figoo, wow»

a_b «stai calmo, promuovi il dialogo la comprensione, il dibattito aperto, affidati ai tuoi principi morali e se proprio ti viene difficile opta per il silenzio»

io -silenzio-

a_b «cambia discorso e riapri la strada del dialogo, alimenta uno scambio culturale sulla storia della tua amata città, illustra e descrivi vie, palazzi, locali»

io «ok ora stiamo per entrare nel quadrilatero, il quadrilatero romano»

ex «oooo, sempre la solita storia da architetto»

io «…comunque… dieci anni fa era un pò malfamato ora lo stanno riqualificando, hanno aperto un sacco di locali, è un pò tipo Brera»

2_a_ex «No, scusa, come Brera non c’è neee»

io «no va bhe ma…»

2_a_ex «sii è veroo a Brera c’è bellaa gente»

a_c «sentite, tornatevene nella vostra cazzo di Milano che qui tutto puzza e fa schifo ancora che qualche milanese vi vede e la vostra reputazione potrebbe scemare, deficienti, ahhhhhhhh»

a_b «ma una città non è fatta di lustrini paillettes, è fatta di storie, è sporca sudata di lavoro, non è patinata, il glam non è città, alle città le puzzano le ascelle!»

io «…ma io intendevo urbanisticamente parlando, sai… il vecchio quartiere… con vie strette… malandato… che poi diventa bello…»

ex «eccolo lì, uffa»

dan «Briz, andiamo allas Rosas»

1_a_ex -silenzio-

2_a_ex -silenzio-

ATTO SECONDO

Protagonisti.

io (io)

la mia ex (ex)

prima amica della mia ex (1_a_ex)

seconda amica della mia ex (1_a_ex)

il mio animo buono (a_b)

il mio animo cattivo (a_c)

Giro per locali io presenta a ex, 1_a_ex e 2_a_ex una marea di gente cerca di essere il più bauscia e accondiscendente possibile. 1_a_ex e 2_a_ex vanno in bagno tre volte, a che fare non si sà. io incontra amici e amiche, ripeto amici e amiche (non vado oltre). Dopo consulti e drammi psicologici io si piega alla volontà di 1_a_ex e 2_a_ex che naturalmente amano la musica commerciale. Per io niente The Beach° abbandona gli amici e si dirige mesto mesto al Bacardi Village con suo cugino. Balla che ti riballa, struscia sorridi bevi alza le braccia struscia, alle tre meno un quarto 1_a_ex e 2_a_ex giustamente -e meno male- decidono di uscire per tornare nella loro amata Milano. Si sale in macchina per riportale al parcheggio.

a_b «insisti, sii buono»

io «sentite, adesso facciamo un giro largo per andare alla macchina così già che vi siete fatte lo sbattone di venire a Torino vi porto a vedere la Mole Antonelliana»

1_a_ex -silenzio-

2_a_ex -silenzio-

ex -silenzio-

a_c «ma chi te lo fa fare, tempo sprecato, queste sono lobotomizzate, hanno la segatura nel cervello tira dritto e prima tornano a Milano e prima le fai felici»

a_b «no, è tuo dovere far vedere il simbolo di Torino, condividi con loro un’opera architettonica che giornalmente vedi e che giornalmente ti commuove per la sua incommensurabile bellezza»

io decide ugualmente di portarle sotto la Mole, un secondino anche senza scendere dalla macchina. Giunti ai piedi dell’opera antonelliana…

io «eccoci qui!»

1_a_ex -silenzio-

2_a_ex -silenzio-

ex -silenzio-

2_a_ex «cos’è?»

a_b «sigh»

io «ma come cos’è? La mole!»

2_a_ex -silenzio-

1_a_ex «bella»

ex «si, bella»

a_c «ma ste due deficienti perchè non si ammazzano? Tanto, a cosa servono? Niente, carne da macello, da plagiare. Le porti sotto la Mole e ste due babbuine non la riconoscono? Ma è pure riprodotta sui due centesimi di euro! Ah ma nooo i centesimi loro non li guardano nemmeno! Solo le banconote contano, certo meglio quelle di grosso taglio»

a_b -silenzio-

a_c «poi, mi dico e mi chiedo, ste due sceme si stanno laureando, sono benestanti, vivono nel centro di Milano, che cavolo…. posso ancora capire un analfabeta povero che abita in cima una montagna…. ma le due principesse no, dovevano riconoscere la Mole, ahhhhhhhhhhhhhhh»

a_b -silenzio-

io «bhè, vi riaccompagno alla macchina, che è meglio»

1_a_ex -silenzio-

2_a_ex -silenzio-

ex -silenzio-

FINE


di Alessandro, 15 maggio 2005

Guarda chi ti becco sul sito http://www.mprtorino.it

noi: ex, io, cugino, amico cugino.

bacardi_village

Per diritto ricevuto

aspettando_treno

Il titolo di questa pagina è volutamente lo stesso del trafiletto comparso ieri sulla stampa per la rubrica Buongiorno di Gramellini.

Leggere queste 20 righe ogni giorno dovrebbe essere una buona abitudine per tutti. Sono divertenti, pungenti ma soprattutto, per quanto mi riguarda, mi fanno capire che in fondo la pensiamo tutti nello stesso modo, siamo tutti nella stessa barca.

Beh, si. Perchè a volte mi sembra proprio di essere un’aliena in mondo che va avanti tranquillo, che non si scandalizza più per niente e che vive pacifico…subendo.

E così ritornando all’articolo di ieri, per diritto ricevuto appunto, leggevo di una lettrice che in treno è scopiata a ridere insieme ai suoi compagni di viaggio per un annuncio un po’ curioso dall’altoparlante del treno: ehi, siamo in perfetto orario.

Gramellini scrive:

“Una volta erano solo i bambini a vantarsi di aver fatto il proprio dovere. Ma in un quadro generale di regressione all’infanzia appare inesorabile che le grandi aziende a contatto col pubblico adeguino la strategia seduttiva. Non più soltanto minimizzare i disagi, ma enfatizzare il dovuto come se fosse un regalo. […]

Il gioco è meno ingenuo di quanto sembri.

Se i nostri diritti cominciano a essere spacciati per valore aggiunto, alla lunga finiranno per diventarlo davvero e costeranno ancora di più.

E allora cosa dire delle offerte di lavoro di oggi?

Ti parlano di lavoro, di gruppo, di imparare e poi come se fosse un fatto straordinario, fuori dalla norma, quasi un favore, ti propongono un rimborso spese da fame.

Ma allora? Il lavoro non prevede un compenso? uno stipendio?

Non è normale?

No. Non è più normale.

Non è raro sentirsi dire in risposta ad una richiesta per far valere i propri diritti: ehi, io ti faccio lavorare! Cosa pretendi?

Ma il problema ha radici profonde e ramificate.

Se io mollo, lascio, rinuncio, dietro di me ci sono decine di ragazzi, neolaureati come me, che accetteranno, presi dalla disperazione e dall’abbaglio di 100 euro in tasca.

Come far valere i propri diritti?

Non c’è un modo. Mettersi contro il capo, vuol dire correre il rischio di rimanere con le mani in mano per troppo tempo. Torino è più che altro un paese grosso,più che una piccola città.

Tutti si conoscono e tutti parlano. Se tu crei grane nessuno ti chiamerà più.

E’ terribile.

Se lavoro, produco, non regalo niente. Faccio guadagnare qualcuno. Ed è giusto e ovvio essere ripagato.

Un rimborso delle mie spese prevede: affitto+spese= 220 euro vitto: 15 euro x 30 giorni= 450 euro trasposto: 1.80 x 25 giorni= 45 euro Totale: 715 euro

e sei solo andato a lavorare! Non sei uscito e non hai niente addosso

ma come dice Gramellini:

Se i nostri diritti cominciano a essere spacciati per valore aggiunto, alla lunga finiranno per diventarlo davvero e costeranno ancora di più.


grande gabri, bellissimo articolo, la penso proprio come te. stefano

Fondali per videochiamate

Tutto intorno a te

zainetto_sfondo_videochiamate

Ieri sera ero li, lobotomizzato davanti alla televisione. Pubblicità. Chi ti vedo? Amendola che sbraitava in mezzo alla strada cor videotelefonino 3. Cavolo, non aveva il telefonino appoggiato all’orecchio come tutti noi, ma a 30 cm dal viso. Mi si riaccende il cervello. Prima considerazione. Che scomodo! Già mi immaginavo fra quindici anni con frequenti paresi al braccio dopo telefonate di mezzora. Oltre all’artrite da telefonino. Seconda considerazione. Ma bisognerà sempre essere belli. Bandite le caccole agli occhi di quando si è appena svegli; imbellettati, lampadati e ortodonticamente perfetti, solo allora si potrà ricevere/effettuare una chiamata. Terza considerazione (ndr il motivo di questa wiki-sfera note). Mi sono inventato un lavoro. Deformazione professionale. Cavolo, tra quindici anni sarò l’uomo più ricco della terra. Progetterò fondali per videochiamate! Avete la casa in disordine, piccola, minuscola? Vi trovate in un luogo improbabile, proibito, imbarazzante? IZMO ha la soluzione! Pratici fondali da indossare all’occorrenza. Pieghevoli in cartone, dotati di spalline trasparenti si indosseranno come zainetti applicandole lo sfondo preferito.

Meglio totalmente verde con videotelefonini dotati di realtime Chroma-Key?

Si ok ma le caccole ve le dovrete togliere da soli!

Homo mediatico

VERSO UN RAZZISMO TECNOLOGICO

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nel piccolo mondo occidentale…

Le suggestioni rappresentano un ottimo mezzo per diffondere idee, far riflettere e sorridere. Nella certezza che qualche sociologo o studioso non ne abbia già fatto una pubblicazione corposa, riporto qui un mio pensiero che da un pò mi frulla in testa. La società umana ha attraversato tre grandi rivoluzioni: agricola, industriale e microelettronica. Quest’ultima non conosce soste, gli strascichi li vediamo tutti i giorni attraverso le nuove diavolerie tecnologiche.

Le ricadute sulla società sono inevitabili, esse modificano rapporti sociali, pensate ad un sms sbagliato e possono pregiudicare la nostra carriera lavorativa con un curriculum non adeguato. Sarà che sono il primo ad farci attenzione, ma sostengo una nuova forma di discriminazione che potrei chiamare razzismo tecnologico: inserisci il tuo nome su google, non esce niente… non sei nessuno. Come giudicare lo status di un individuo? Metti il suo nome su google e se esce qualcosa bene, altrimenti nella società mediatica non conti nulla. Anche nel caso limite di persone che non smanettano su internet, come artigiani, artisti, agricoltori, mestieri che con la rete non ci azzeccano nulla, il loro nome potrebbe essere indicizzato attraverso la pubblicazione di ipertesti che ne decantino la bontà del loro operato. Hai un sito personale o più siti parlano di te, Ok, sei un uomo che conta. Hai una miriade di siti che descrivono le tue gesta? Beh! Allora sei davvero importante! Un’altro metro per quantificare lo status di un individuo si chiama HD, hard disk. La piccola scatoletta che risiede nei nostri computer conserva la memoria di nostri lavori, viaggi, passioni, hobbies. Più mega, meglio giga hai pieni, più conti!

Un tempo i grandi della storia possedevano un grande biblioteca privata, opere d’arte e si permettevano viaggi di piacere. Oggi è cosa normale ma fisicamente non rimane più nulla, tutto è immagazzinato all’interno della memoria rigida del nostro pc. File di lavoro, foto digitali, film, tutto è invisibile ma misurabile. La discriminazione sociale in questo caso potrebbe avvenire attraverso ad un tasto destro proprietà. 50, 100, 200 giga pieni? Allora si che sei un very important people. 10 20 50 mega?… non sei nessuno. Nell’orrore della realtà qui descritta vi è ancora l’amore, un cocktail, il sole, uno scoiattolo, un timballo, una scultura. Fisicità tangibilmente invadenti dentro un mondo prossimo alla smaterializzazione.


Ecco un tipico esempio di razzismo tecnologico e discriminazione sociale compiuta attraverso le nuove tecnologie.

Un caso pratico arriva dall’i**** di s**** GIANLUCA che in un una vena di “intolleranza” insita in lui, cosa ti è andato a pensare una sera che eravamo in coda per entrare al The Beach° al centro di una marea di ragazzini tamarretti urlanti? Ha escogitato una serie di party organizzati all’improvviso e pubblicizzati attraverso una mail. I tamarretti, a giudizio del mio illustre amico e collega, nella loro giovinezza anagrafica, ristrettezza economica e limitatezza informatica verrebbero automaticamente esclusi.

In un mondo da scongiurare in cui i clubbers si sarebbero trasformati in massoni tecnologicamente dotati resistono per fortuna ancora i buttafuori, le risse e i minchia porcodddue! E l’ecstasy dove lo metti?

Fahrenheit 451

Il timore di un’immaginaria regressione

Fahrenheit_451

Ho appena visto Fahrenheit 451 di François Truffaut.

Oltre a rimandarvi a questo sito in cui è presente una dettagliata trasposizione della trama, qualche immagine e una composta critica…

http://www.activitaly.it/immaginicinema/fahrenheit451/fahrenheit_451.htm

cercherò in quest’articolo di diffondere sensazioni e impressioni datemi dalla visione del film.

Penso (impulsivamente) che sia il più grande film dell’orrore che abbia mai visto. Angoscia. Caspita quanto ho sofferto nel vedere un modo irreale che deve rimanere tale.

Nel medioevo e durante il regime fascista ce la siamo scampata bella! Ora basta… ci mancava ancora il film. Cmq oltre alla miriade di riferimenti che si possono cogliere nel gioco di rimandi e citazioni di Fahrenheit 451, il mio intento è quello di analizzare la scenografia e la scelta di elementi architettonici, tecnologici e di design.

Da queste poche immagini catturate con la mia digitale, perchè il tasto -Stamp- con i divx non funge, si evince la volontà di creare una dissonanza tra un mondo ipertecnologico dispotico e medioevale primitivo. Il rasoio elettrico viene gettato via per una lucida e tagliente lametta con il manico in bachelite. Nella casa vi è una sola televisore a muro (premonizione dei nostri televisori al plasma) ma i telefoni a cono sono disseminati ovunque. L’antenna televisiva è contrapposta a comignoli degni dell’arts and craft. La futuristica metropolitana appesa* e la linea ferroviaria abbandonata al termine della quale gli uomini libro si vanno a rifugiare.

Le case ignifughe sono degne del celebre film francese Mon Oncle di Jacques Tati oppure delle sempre più restrittive normative antincendio in vigore. Per non parlare del tronchi di cono con lampeggiante che delimitano il campo di azione dei pompieri (che non spengono gli incendi, li appiccano ai libri).

Insomma un esercizio scenografico con lo scopo di ridurre al massimo la comunicazione tra gli individui e massimizzando l’efficienza della solitudine voluta da una società degna del Grande Fratello di Orwell.

Le porte scorrevoli e le uniformi dei pompieri con caschetti e lanciafiamme aggiungono quel pò di grottesco che va forse in contrasto con la semplicità e la delicatezza delle opere di Truffaut.

Fahrenheit_451_fotogrammi

Aggiungo come nota, la somiglianza delle ambientazioni presenti in un altro film di una ipotetica società futura, Gattaca, plagio o citazione?

Cavolo, seconda nota mentre scrivevo stavo ascoltando, guarda caso, Fahrenheit Fair Enough dei Telefon Tel Aviv.

*qualcuno mi dica dov’è… in compenso vi posso dire che il centro di addestramento navale ripreso in La signora della porta accanto (sempre di Truffaut) è nei pressi di Grenoble. Gérard Depardieu pilotava una petroliera in scala, mezzo di addestramento per il quale centinaia di persone da tutto il mondo fanno la fila per avere un posto nel migliore dei tre centri al mondo.