AIR: analisi di impatto della regolazione

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Nata negli Stati Uniti negli anni ’70 e diffusasi dapprima nel Regno Unito (anni ’80) e poi nell’Europa continentale alla fine degli anni ’90, sulla scorta delle raccomandazioni dell’OCSE, l’analisi di impatto della regolazione (AIR) è un insieme di attività di analisi volto a razionalizzare i processi decisionali tipici dell’attività amministrativa, con particolare riferimento a quelli destinati alla formulazione di atti normativi o regolativi.

In breve, l’AIR costituisce una forma di valutazione ex-ante dell’opportunità dell’intervento regolativo e dei possibili effetti derivanti dalle diverse opzioni di intervento, ivi compresa la cosiddetta “opzione zero”, ossia il mantenimento dello status quo. Tale analisi permette di confrontare vantaggi e svantaggi delle diverse ipotesi di intervento normativo, al fine di individuare la soluzione meno onerosa e più efficace per l’amministrazione stessa, ma anche per i cittadini e per i gruppi sociali interessati dal provvedimento.
L’AIR si pone l’obiettivo di potenziare la dotazione di informazioni alla base del processo decisionale, di rispondere alla domanda di coinvolgimento da parte dei cittadini e di sviluppare una maggiore ricettività nei confronti delle loro istanze, di evidenziare le possibili conseguenze non previste di un atto normativo e di migliorarne l’attuazione, diminuendone in sostanza l’autoreferenzialità e aumentando la trasparenza delle motivazioni che hanno condotto alla sua adozione, per ampliarne la base di legittimità. Si tratta dunque non tanto di uno strumento di concertazione vero e proprio, né di un mezzo di pubblicizzazione dell’attività normativa, ma piuttosto di uno strumento di indagine a disposizione della Pubblica Amministrazione, volto a cogliere le esigenze del territorio, ad approfondire la base conoscitiva relativa all’ambito di intervento, a misurare con maggior attendibilità la fondatezza degli obiettivi che si intendono raggiungere e la qualità dei risultati attesi, a qualificare e quantificare, ove possibile, costi e benefici legati alle diverse opzioni di intervento, in termini di effetti sociali, economici e giuridici. Tutto ciò al fine di selezionare in modo più consapevole le soluzioni di intervento meno onerose e maggiormente rispondenti alle esigenze del territorio.

A livello metodologico, l’AIR si compone principalmente di due fasi: una fase di consultazione, cui segue una fase di analisi economica. Non esiste un metodo valido in assoluto, data la variabilità del contesto istituzionale, delle problematiche regolative e della situazione conoscitiva preesistente.
In generale l’AIR si fonda su alcuni principi guida, che ne costituiscono condizioni fondamentali. Dalla combinazione di queste esigenze procedurali con le variabili di contesto (attori, contenuti, tecniche…) ha origine un piano di consultazione. (Fig. 1)
Fig. 1: Fattori della consultazione
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Fonte: S. Cavatorto, Università di Siena
La definizione dinamica di tale piano evita la ritualizzazione della consultazione, che rischierebbe di determinarne l’inutilità. Per quanto riguarda le tecniche di consultazione, anch’esse devono essere definite in funzione del contesto nel quale si opera e richiedono l’impiego di abilità professionali specifiche. In genere, l’analisi si compone di una fase di desk research e di una fase di field research, che può comprendere questionari, focus groups, interviste semi-strutturate, interviste a testimoni privilegiati. L’utilizzo di particolari tecniche deve tenere conto anche dei relativi tempi e costi, dell’attendibilità dei risultati e della loro utilità ai fini dell’AIR. Sicuramente le tecnologie informatiche sono in questo senso uno strumento di grande importanza, non solo per la consultazione in sé, ma anche per consolidare una raccolta e archiviazione sistematica e aggiornata dei dati e delle informazioni riguardanti un particolare ambito di intervento regolatorio. Grazie a queste tecnologie, infatti, il coinvolgimento dei cittadini nell’attività regolatoria è recentemente aumentato, anche se con forme e livelli di partecipazione differenti e non sempre soddisfacenti. Molto spesso il flusso di informazioni tra istituzioni e cittadini è ancora sostanzialmente unilaterale. Inoltre, alcune forme di coinvolgimento degli stakeholders rischiano di favorire solo alcuni gruppi particolarmente rappresentati, ma che esprimono opinioni non necessariamente rappresentative dell’intera popolazione interessata.

In Italia l’AIR è stata introdotta dall’art. 5 della legge n. 50/1999, che la individuava come attività sperimentale da applicarsi agli atti normativi del Governo e ai regolamenti ministeriali e interministeriali. Le prime sperimentazioni attuate nel periodo 2000-2001 hanno però dato risultati poco soddisfacenti, dovuti soprattutto al fatto di aver tentato una mera trasposizione del modello anglosassone al contesto italiano. Si è pertanto proceduto alla definizione di metodi, modelli e ambiti di applicazione più pertinenti rispetto al contesto nazionale, per evitare che l’applicazione dell’AIR comportasse paradossalmente l’aggravio dei procedimenti in termini di complessità e di lunghezza degli stessi. Nel 2007 è stato perciò formulato un “Piano di azione per la semplificazione e la qualità della regolazione” e nel 2008 l’AIR così rivista è stata dichiarata obbligatoria per gli atti endogovernativi, pur evidenziando possibili eccezioni per casi di particolare urgenza o complessità. Recentemente l’AIR ha inoltre acquisito rilevanza sul piano regionale, in particolare in seguito alla riforma del titolo V della Costituzione, che ha individuato nelle Regioni gli interpreti privilegiati delle esigenze del territorio, anche in linea con le indicazioni della Commissione Europea contenute nel Piano di azione per la governance europea (COM 2001). Numerose Regioni italiane hanno introdotto nei loro statuti un riferimento all’AIR e hanno intrapreso attività sperimentali in questo campo; tra queste, le prime sono state l’Emilia Romagna, le Marche, l’Umbria, il Lazio, la Toscana e il Piemonte.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
A cura di A. LA SPINA e S. CAVATORTO, La consultazione nell’analisi dell’impatto della regolazione, Rubbettino, 2001
A cura di S. MOMIGLIANO e F. GIOVANETTI NUTI, La valutazione dei costi e dei benefici nell’analisi dell’impatto della regolazione, Rubbettino, 2001
A cura di C. M. RADAELLI, L’analisi di impatto della regolazione in prospettiva comparata, Rubbettino, 2001
Sito del Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi – Servizio analisi e verifica dell’impatto della regolamentazione: http://www.governo.it/Presidenza/AIR

Crescita superlineare delle città

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http://www.fuoricasafuoriorario.it/l…iega-le-citta/

Da millenni l’uomo studia i centri abitati e le possibili soluzioni per renderli il più possibile confortevoli e funzionali e per controllarne, in qualche modo, la crescita e lo sviluppo.

Le caratteristiche progettuali delle città variano a seconda delle esigenze locali e delle epoche storiche, delle quali portano con sé i rispettivi problemi, le potenzialità e il grado di sviluppo tecnologico. La regola base di ogni riflessione, dai greci antichi ad oggi e dai progetti più concreti alle utopie più astratte, è che l’uomo sia profondamente influenzato dall’ambiente in cui vive.
Questo approccio all’urbanistica viene definito qualitativo, poiché tende a creare una forma urbana ideale partendo da variabili legate alla società, alla politica, alla cultura, all’economia, all’ambiente e, più in generale, alla qualità della vita.
L’approccio del fisico teorico Geoffrey West è completamente diverso: sempre alla ricerca di leggi universali, ha saputo dare un’impronta completamente quantitativa, basata su leggi matematiche, allo studio delle città. Potrà forse sorprendere come le motivazioni dell’analisi e le osservazioni conclusive che sono emerse dal lavoro di West non si discostino poi così tanto da quelle tracciate da teorie più tradizionali.
Da buon fisico, West era interessato a trovare il principio fondamentale delle città e delle reti sociali che le costituiscono, allontanandosi dalle peculiarità di ciascuna, per arrivare a definire una legge generale che potesse andar bene in qualsiasi luogo senza dover tener conto delle sue caratteristiche fisiche, culturali, socio-economiche, considerate un dettaglio superfluo. Già questo è piuttosto singolare. Partendo da analisi statistiche e raccogliendo una quantità di variabili immensa (dal numero dei distributori di benzina sul territorio ai dati sulle epidemie, dai crimini alla velocità dei pedoni) West è arrivato alla conclusione che quando una città raddoppia, tutto (sia i dati positivi sia quelli negativi, poiché tutto è collegato e interagisce) aumenta del quindici percento: la sostenibilità cresce del 15%, la criminalità cresce del 15%, così anche la velocità nelle metropoli, le malattie, l’innovazione… questa legge è stata definita dal fisico inglese equazione superlineare.

Ma perché quest’analisi? E quali i risultati? Geoffrey West ha voluto studiare le città perché ha notato che il processo dominante sul pianeta negli ultimi trecento anni è stato quello dell’urbanizzazione, che ha dato vita a molti dei problemi che ci troviamo ad affrontare oggi: il surriscaldamento globale, l’instabilitià dei mercati finanziari e la diffusione delle nuove malattie, solo per citarne alcuni. Convinto che si possa influire sul mondo e sul modo in cui viviamo solo partendo da uno studio approfondito degli eventi e dalla loro totale comprensione, West ha applicato il metodo che ritiene più valido, quello matematico, all’analisi dell’urbanizzazione cercando, così, di integrare il quadro qualitativo, di cui si serve la maggior parte dei modelli e delle operazioni urbanistiche, con un quadro quantitativo e scientificamente provato.

Le conclusioni che trae sono che il nostro stile di vita attuale è insostenibile. Questa non è una novità, ma, ancora una volta, le motivazioni di West sono molto originali. Secondo le equazioni superlineari più le città crescono più hanno bisogno di risorse che però, prima o poi, si esauriscono. L’innovazione supplisce all’esaurimento di una risorsa con la scoperta di nuove tecnologie che permettono di sfruttarne una nuova, diversa, ma che prima o poi finirà anch’essa. E siccome il nostro stile di vita sarà sempre più costoso, avremo sempre più bisogno di risorse, che si esauriranno sempre più in fretta e ogni ciclo di innovazione dovrà avvenire più rapidamente. Come sostiene egli stesso “siamo saliti su un tapis roulant che va sempre più veloce”.

Come nel passato si sono sempre cercate soluzioni pratiche o utopiche ai problemi sociali e ambientali delle città, ora che questa prospettiva di rapidissima crescita urbana è stata studiata matematicamente, si cerca un valido espediente. Ma le equazioni pare siano ancora imperfette e la soluzione scientificamente provata ancora lontana.
Bibliografia:

• Jonah LEHRER, La formula che spiega le città, in Internazionale n.897, 13 maggio 2011, pp. 54-57 http://www.internazionale.it/la-form…iega-le-citta/

• Tina DI CARLO, Una conversazione con Geoffrey West, http://www.domusweb.it/it/interview/…ion-urbanism-/

• John BROCKMAN, Why Cities Keep Growing, Corporations and People Always Die, and Life Gets Faster. A Conversation With Geoffrey West, http://edge.org/conversation/geoffrey-west

Landscape Urbanism

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Natura e città. Paesaggio e urbanistica. Due termini che sono sempre stati in contrapposizione come una coppia di termini antagonisti. Ma, urbanistica e architettura del paesaggio, come discipline separate, sono un prodotto del XX secolo. Nelle antiche civiltà, gli insediamenti erano attentamente costruiti per interagire sia con gli aspetti produttivi ma anche simbolici del territorio e si materializzavano come uno specifico modo di vedere il mondo. Le caratteristiche topografiche e i sistemi idrologici erano importanti sia a livello pragmatico che simbolico e il costruito e il non-costruito lavoravano come un ecosistema, in una dimensione in cui il paesaggio costituiva l’assetto strategico per lo sviluppo.
Sono della fine dell’Ottocento i progetti e le realizzazioni di Frederick Law Olmsted che pongono le basi per la ricostruzione di un tale rapporto e propongono nuovi paradigmi per lo sviluppo urbano. Nel suo Emerald Necklace per Boston, l’integrazione tra paesaggio, infrastrutture e architettura viene ottenuta tramite un lavoro sul livello orizzontale, tramite la definizione degli usi rispetto agli spazi, tramite il collegamento di luoghi specifici come parte di un disegno territoriale riguardante l’intera città e tramite il collegamento tra le risorse di superficie e quelle sotterranee (principalmente idrologiche).
Il landscape urbanism è nato qualche decade fa come critica alla disciplina tradizionale dell’urban design e come alternativa al “New Urbanism”. Il termine è stato coniato da Charles Waldheim e il concetto è stato sviluppato con la collaborazione di Alex Krieger, Mohsen Mostafavi e James Corner.
Nel suo manifesto, Charles Waldheim definisce il landscape urbanism come un “disciplinary realignment in which landscape replaces architecture as the basic building block of contemporary urbanism. Landscape has become both the lens through which the contemporary city is represented and the medium through which it is constructed”.1
Il landscape urbanism è sia un’ideologia che una pratica. In termini ideologici pone che la città venga immaginata, concepita e progettata come se fosse un paesaggio. L’idea rifiuta il dualismo città – campagna e suggerisce un nuovo modo di vedere i complessi e le molteplici interrelazioni tra natura e cultura e che il paesaggio non debba più essere semplicemente un piano scenico, uno sfondo, ma l’attuale motore per lo sviluppo urbano. Il paesaggio ha sempre giocato un ruolo nella costruzione della forma della città ma, scrive Corner, il landscape urbanism va oltre i parchi, gli spazi pubblici e i giardini, suggerendo una grande interdisciplinarietà tra le scienze della pianificazione e l’ecologia, la geografia, l’antropologia, la cartografia, l’estetica e la filosofia, suggerendo una pratica multiscalare. Una pratica così definita è volutamente plurale, inclusiva e proiettiva. In questo senso è utopica, quindi inevitabilemente irrealizzabile e incompleta, ma questo è precisamente il suo valore: “landscape urbanism provides a hopeful and optimistic framework for new forms of experimentation, research and practice. It is in essence an emergent idea, an indeterminate promise”.2
Lo sviluppo industriale e la produzione di massa del XX secolo hanno causato la struttura attuale della città che continua a evolversi tra i luoghi abbandonati della deindustrializzazione e lo sviluppo delle reti virtuali. Non è una coincidenza dunque che una forma “aggettivamente” modificata di urbanistica (che sia landscape o ecological) sia nata come la più robusta e completa critica al progetto urbano degli ultimi decenni. Secondo Waldheim, le condizioni strutturali che hanno portato ad un’urbanistica orientata all’ambiente sono emerse esattamente nel momento in cui i modelli europei della densità urbana, della centralità e leggibilità della forma della città sono incominciati ad apparire sempre più lontani e quando la maggior parte di noi ha incominciato a vivere in luoghi più suburbani che urbani, più vegetali che architettonici, più infrastrutturali che chiusi.
Molte sono le critiche che a livello accademico e professionale vengono rivolte alla teoria e pratica del landscape urbanism. Noi possiamo vedere i progetti che tentano questo approccio e giudicarne il risultato.

Note

1. Waldheim Charles, A reference manifesto, in Charles Waldheim (a cura di) (2006), The Landscape Urbanism Reader, PrincetonArchitectural Press, New York, p. 15
2. Corner James, Landscape urbanism in the field, in Topos, n.71

Testi di riferimento

Corner James (a cura di) (1999), Recovering Landscape, Princeton Architectural Press, New York
Charles Waldheim (a cura di) (2006), The Landscape Urbanism Reader, PrincetonArchitectural Press, New York
Rev. Topos, Landscape urbanism, n.71, 2010

Buone pratiche di pianificazione a impatto zero

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In the suburbs, I learned to drive (…)
Running through the yard
And all the walls that they built in the 70s finally fall
And all of the houses they built in the 70s finally fall
It meant nothing at all
It meant nothing at all
It meant nothing (…)

Under the overpass. In the parking lot we’re still waiting…

(Arcade Fire, The suburbs – 2010)

Il grande successo del film prodotto da WWF e Legambiente Parma insieme a Il Borgo, LIPU e Le città invisibili dal titolo Il Suolo Minacciato è la testimonianza di come il tema delle periferie e dello sprawl urbano sia ancora di forte attualità in Italia come all’estero. I promotori di questo film-documentario sono spinti dalla convinzione che il problema, non solo ambientale, dell’incontrollato consumo di suolo e territorio, per essere efficacemente contrastato richieda una più ampia presa di coscienza collettiva dei costi che esso comporta, delle cause che lo alimentano e soprattutto dell’esistenza di modelli alternativi nell’uso del governo del territorio.

Da qui l’idea del film documentario, che testimoniasse con imma­gini quanto stava (e sta tut­tora) acca­dendo al territorio della Food Valley, preso come caso emble­ma­tico e parados­sale del territorio nazio­nale, e che rac­con­tasse cos’è è il suolo, cosa signi­fica per­derlo e cosa si può fare per con­ser­varlo senza intac­care, anzi sem­mai raf­for­zando, le pro­spet­tive di benes­sere della società.
Il segnale della forte attenzione al tema, viene dal numero cre­scente di amministrazioni locali, che autonomamente, pur nelle dif­fi­coltà impo­ste dal qua­dro nazio­nale, si pon­gono l’obiettivo di con­te­nere e, se pos­si­bile, azze­rare il con­sumo di suolo nella con­vin­zione che que­sto sia un bene stra­te­gico da pre­ser­vare per la comu­nità.
I cosiddetti Piani “a crescita zero” ne sono un esempio.
Le prime esperienze si possono far risalire agli anni ’90 con l’obiettivo dello zero consumo di suolo per il piano di Napoli coordinato da Vezio De Lucia (approvato nel 2004), o quello di Lastra a Signa senza aree di espansione (2004). Altri noti sono quelli per Cassinetta di Lugagnano nell’area metropolitana di Milano (approvato nel 2007), quello di Solza (BG) e di Campello sul Clitunno (PG).
Situazioni diverse, dove però si cerca una risposta pratica, non ideologica e di lungo periodo al tema della sostenibilità, utilizzando il territorio come nodo per affrontare altri temi, quello energetico, o ambientale in senso lato, o di rapporto fra sviluppo e qualità della vita.
Le critiche più frequenti a questa tipologia di piani possono essere riassunte con “utopie ambientaliste”, “progetti velleitari destinati a tramontare insieme ai loro sponsor politico-culturali”, “ostacoli alle attività di trasformazione indispensabili alla nostra civiltà”. In realtà, il solo fatto di essersi tradotti in strumenti approvati di governo del territorio ne sta cominciando a dimostrare la validità.
Il ruolo dei cittadini e i processi di partecipazione messi in atto hanno assunto un ruolo fondamentale per la predisposizione di questa “famiglia” di piani.
Gli esempi riportati sono stati redatti considerando anche la valutazione delle istanze dei cittadini, raccogliendo le esigenze delle proprie comunità, attraverso un processo trasparente di confronto con la popolazione, di inquadramento in una prospettiva di area vasta e di cooperazione con gli altri comuni.
Tale processo ha permesso di elaborare un quadro preciso delle nuove esigenze dei territori in questione, favorendo un innovativo modello partecipativo che, combinato con i principi stabiliti dalle Amministrazioni comunali ha permesso di dare risposte il più possibile coerenti alle aspettative.

Dopo aver esaminato la virtuosità dei piccoli Comuni viene da chiedersi se un modello di questo genere sia davvero proponibile fuori dai piccoli borghi. O meglio se sia davvero esportabile a scala socioeconomica e territoriale vasta un’idea di vita almeno in parte alternativa a quella a cui siamo abituati.  Difficile dare una risposta, ma significativo un commento di Fabrizio Bottini Ambiente e territorio sono la cosa su cui appoggiamo i piedi. Un po’ sopra, senza soluzione di continuità, c’è la testa. “

Little Italy, Big Society

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Riprendendo una metafora originale di Galbraith, diversi economisti tra cui Beccattini e Galimberti, ci hanno raccontato che l’Italia – così come il calabrone – vola, anche se non si riesce a capirne il perché. Infatti, le leggi alla base della scienza economica e sociale nel primo caso, e quelle che governano la meccanica del volo nel caso del calabrone, sono avare di spiegazioni: il calabrone pesa troppo, ha le ali piccole e le sbatte con bassa frequenza; l’Italia ha una scarsissima dotazione di risorse naturali, poche infrastrutture rilevanti, ed un debito pubblico in continua crescita. Eppure, la performance economica e sociale di questi ultimi anni, nonostante un recentissimo peggioramento è migliore di quanto ci si aspetterebbe. Che in Italia si viva bene lo confermano i demografi: l’aspettativa di vita alla nascita italiana è tra le più alte al mondo.
Una delle ormai consolidate abitudini degli italiani è quella di idealizzare i paesi esteri, dove le forze che governano il volo e le prestazioni economiche sono chiare. Talmente chiare che la tentazione è quella di importarne le ricette.
Ecco perché, al suo arrivo in Italia, il giovane parlamentare inglese Nat Wei, responsabile del progetto di Big Society (uno dei cavalli di battaglia del presidente Cameron) è stato accolto come un profeta di un nuovo modello di welfare.
L’idea alla base della Big Society è quella di lavorare su di “una partnership che coinvolge il settore pubblico, il settore  privato e quello sociale centrata sui bisogni dei cittadini e delle comunità e non su quelli del governo”. Il punto è “costruire una società in cui sia assicurata una migliore qualità della vita, a partire dalla convinzione che spesso le persone sono capaci di risolvere i problemi che hanno a cuore, se gli si fornisce il giusto supporto” (vedi Big Society in costruzione. Da Londra a Roma, istruzioni per l’uso, di Chiara Buongiovanni).
Allargare dunque il peso che la società civile gioca nel fornire benessere ai cittadini, per rendere “più dolce” la ritirata del welfare statale,  dettata da obblighi ormai imprescindibili di bilancio e di finanza pubblica.
Nel progetto di Cameron e Wei, attraverso la creazione di una Big Society Bank (che utilizzerà 400 milioni di sterline provenienti da conti correnti dormienti) si finanzieranno i progetti di impresa sociale e civica, che sapranno coinvolgere i cittadini ed impegnarli nel miglioramento della qualità della vita delle comunità locali. Condizioni per il finanziamento saranno l’innovatività dei progetti, la loro capacità di coinvolgere la cittadinanza e di portare a misurabili risultati in termini di welfare e, sopratutto, l’efficienza e l’economicità in rapporto al finanziamento che lo Stato avrebbe dovuto stanziare per ottenere gli stessi risultati.
Fino ad ora, il volo italiano, lento e disordinato come quello dei calabroni, ha trovato qualche spiegazione nella struttura sociale italiana e nel sistema diffuso di welfare, anche attraverso il ruolo di istituzioni tradizionali come la famiglia o la Chiesa. L’Italia è inoltre uno dei paesi dove più si sono diffuse le imprese cooperative (sia “rosse” che “bianche”) ed il paese delle Fondazioni Bancarie, il cui status di ente a finalità non profit e legato al territorio è unico al mondo. Inoltre, è in Italia universalmente riconosciuto il ruolo decisivo del volontariato nella fornitura di servizi: si pensi a tutti i volontari della Croce Rossa, dei Vigili del Fuoco, della Protezione Civile e dell’assistenza agli anziani, solo per fare alcuni esempi. Ci sono poi il Servizio Civile Nazionale e l’articolo 72 della Finanziaria 2009, che prevedeva la possibilità di pensionamento anticipato dal pubblico impiego per coloro che intendono dedicarsi ad attività di volontariato.
C’è da chiedersi se la struttura che fino ad oggi ha tenuto in volo il nostro paese reggerà e se il calabrone Italia continuerà a volare ora che si trova di fronte alla riduzione dei fondi per il welfare statale.
Dall’altra parte, permangono dei dubbi sull’opportunità del progetto di Nat Wei e del suo premier Cameron di condurre il processo di allargamento della società attraverso una logica top-down. Dubbi che sono senz’altro calmierati dalla contagiosità dell’entusiasmo inglese per quanto riguarda l’innovazione e la civic entrepeneuership.
In attesa di governanti illuminati, occorre tenere a mente che molto può essere fatto già da ora a partire da ciascun cittadino. Ecco perché per cercare finanziamenti per un progetto di innovazione sociale e civica, in assenza di una Big Society Bank, si può pensare di affidarsi a modelli di finanziamento peer-to-peer come il prestito sociale (social lending) oppure a strumenti di crowdfunding quale è, ad esempio, Kickstarter.

altri link utili (in aggiornamento)
http://eu.techcrunch.com/2011/03/06/how-technology-is-crucial-to-the-creation-of-the-big-society/)
http://www.sussidiarieta.net/it/node/727
http://saperi.forumpa.it/story/51384/i-civic-entrepreneur-e-lopen-government-formato-local
http://www.ilfoglio.it/soloqui/7894

Esplorazione e analisi virtuale del territorio

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Rabbrividiremo al pensiero di esplorare una porzione di territorio in modo virtuale. La parola “esplorazione” porta con sé sensazioni di pericolo, avventura e viaggio: emozioni che si possono incontrare solo nel mondo reale.
Quello virtuale è rassicurante. La visita digitale parte, si svolge e conclude comodamente dal divano di casa. Per tali ragioni, il titolo di questo articolo dovrebbe essere “visita virtuale al territorio”.
Bhè, sorvoliamo, anzi esploriamo.

La possibilità di collocare geograficamente un dato viene fornita di default dai dispositivi elettronici dotati di GPS. Tutti gli smartphone e molte fotocamere, abilitando il GPS, scrivono all’interno del file le coordinate geografiche del punto in cui si scatta una foto, o in generale, quando si produce un contenuto. “Uplodando” queste, su portali dedicati a raccogliere specifiche tipologie di dati (vedi in generale le foto con Flickr) o sui social network (vedi per tutti Facebook e Twitter), successivamente è possibile navigare tali contenuti su una mappa. Effettuando una ricerca e delimitando un’area geografica è possibile estrarre contenuti riferiti ad un ambito d’interesse [la parola “ambito” è da leggersi declinandola come “tipologia di dati” e come “territorialmente collocato”].
Le tecnologie informatiche e i nuovi media, nel loro impetuoso sviluppo, ci permettono, oramai pienamente, di leggere informazioni territoriali, in quanto, i contenuti prodotti da terzi o da utenti comuni sono georeferenziati. Dalle estrazioni è possibile generare fotografie dinamiche del territorio che, con le dovute precauzioni e senso critico, possono far emergere caratterizzazioni del territorio o puntuali informazioni generate dal basso.
Attualmente è oramai naturale esplorare virtualmente un terrritorio con Google Street Wiev, navigare foto georeferenziate con Google Maps foto, altrimenti con la navigazione geografica di Flickr. A questo si affiancano strumenti che collocano geograficamente informazioni testuali di carattere qualitativo; vedi: Facebook places, Gowalla, Foursquare e l’interessantissimo SCVNGR.
Gli esempi riportati, comprendono siti Internet che archiviano dati a livello globale, ma, in base agli ultimi trend, i servizi Web puntano ad entrare nella dimensione locale e nella sfera di comunità (per tale ambito territoriale si vedano le applicazioni “per il proprio quartiere”: BlockChalk e Antengo).
A fine 2010 solo il 4%  degli utenti online —quindi persone fisiche— utilizza “servizi in movimento”, per cui non si può certo pensare che tali dati possano formare un campione rappresentativo. Inoltre le informazioni che riguardano espressamente temi d’interesse locale e utili alla gestione del territorio (inquinamento, criminalità, viabilità, economia, servizi, etc. sotto forma di storie e desideri) sono ancora meno.
Tuttavia, su scala vasta, grazie alle APIs messe a disposizione dai programmatori dei siti è possibile, grazie a motori semantici e ai webgis, fornire interessanti visualizzazioni del territorio, utili, in qualche modo, a dare indicazioni in merito all’area geografica d’interesse.
Le previsioni per lo svilluppo del Web nel 2011 riportate da Mashable prevedono una crescita delle location-based information e dei servizi Web in grado di archiviare e gestire tali dati. La sfida interessante che si apre è sviluppare una piattaforma in grado di aggregare tutti i dati (prodotti da terzi e archiviati in siti che permettono di geolocare), interrogare e quindi generare informazioni utili alla gestione e alla pianificazione del territorio.
Anche questa volta Google vincerà?

Front office

foto: front-office di Cascina Roccafranca

Izmo utilizza questo strumento principalmente in relazione alle attività di Animazione territoriale e Installazioni e architetture.
Riteniamo che la seguente definizione sia la più idonea per descrivere tale strumento.
Izmo use this tool mainly in relation to the activities of Social events and Installation ad architecture.
We believe that the following definition is the most suitable to describe this tool.

Il Front office è sostanzialmente uno sportello per il pubblico, situato nell’area urbana oggetto di interventi di trasformazione e riqualificazione, che accompagna per tutta la sua durata l’attuazione dell’intervento e svolge un ruolo di interfaccia fra gli abitanti, le imprese esecutrici e il committente delle opere.
L’installazione di un Front office consente di:
• Facilitare la partecipazione dei cittadini, semplificando l’accessibilità alle informazioni e la trasparenza.
• Ascoltare bisogni, critiche e aspettative dei cittadini in merito all’intervento di riqualificazione,
contenendo gli eventuali disagi creati dai lavori attraverso un’attività di informazione preventiva.
• Raccogliere le segnalazioni presentate dagli abitanti e costruire insieme a loro e ai referenti istituzionali le risposte più efficaci per migliorare la convivenza con il cantiere.
• Valorizzare le valenze positive dell’intervento, contribuendo alla costruzione di un’atmosfera positiva intorno ai lavori.
Una volta che, dopo un inevitabile periodo iniziale di diffidenza, i cittadini comprendono il ruolo di servizio del Front office, questo diventa un riferimento affidabile e il livello di conflittualità diminuisce, facilitando la risoluzione dei problemi che comunque ogni intervento di riqualificazione comporta.

Fonte: parzialmente tratto da Bobbio L. (a cura di), 2004, A più voci. Amministrazioni pubbliche, imprese, associazioni e cittadini nei processi decisionali inclusivi, Napoli

Stakeholder mapping

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Izmo utilizza questo strumento principalmente in relazione alle attività di Esplorazione e analisi urbana.
Riteniamo che la seguente definizione sia la più idonea per descrivere tale strumento.
Izmo use this tool mainly in relation to the activitiy of Urban exploration and analysis.
For a english treatment of Stakeholder analysis, the reader should refer to 
http://en.wikipedia.org/wiki/Stakeholder_analysis

La mappatura degli stakeholder, ovvero l’individuazione delle principali categorie di portatori di interesse, è una delle prime fasi all’interno di un processo partecipato.
Per stakeholder si intendono, appunto, tutti i soggetti portatori di punti di vista e interessi rilevanti in relazione alla questione da affrontare.
Per facilità, possono essere suddivisi in tre macro-categorie:

  • istituzioni pubbliche: enti locali territoriali (comuni, province, regioni, comunità montane, ecc.), agenzie funzionali (consorzi, camere di commercio, aziende sanitarie, agenzie ambientali, università, ecc.), aziende controllate e partecipate;
  • gruppi organizzati: gruppi di pressione (sindacati, associazioni di categoria, partiti e movimenti politici, mass media), associazioni del territorio (associazioni culturali, ambientali, di consumatori, sociali, gruppi sportivi o ricreativi, ecc.);
  • gruppi non organizzati: cittadini e collettività (l’insieme dei cittadini componenti la comunità locale).

Come si può notare, gli stakeholder rappresentano una molteplicità complessa e variegata di “soggetti portatori di interesse della comunità”. Spesso non è possibile sapere a priori chi sono gli attori e quali sono i loro interessi: occorre scoprirlo a poco a poco, muovendosi sul territorio, analizzando il contesto, incontrando persone, gruppi e associazioni e soprattutto ascoltandoli, per poter individuare gli stakeholder che è necessario e utile coinvolgere nell’ambito dell’intervento.

Si possono individuare gli stakeholder attraverso diverse metodologie; una di queste indica come principi per la loro identificazione la capacità di influenza e quella di interesse che essi sono in grado di esercitare:

  • occorre definire i “fattori di influenza” di ciascun stakeholder individuato. La capacità di influenza dei singoli portatori di interesse è determinata dalla loro: dimensione, rappresentatività, risorse attuali e potenziali, conoscenze e competenze specifiche,collocazione strategica;
  • occorre stabilire il “livello di interesse” di ciascun stakeholder rispetto alla sua l’incidenza e alla sua “capacità di pressione”. Il “livello di interesse” è stabilito da due fattori: l’incidenza della politica considerata rispetto alla sfera di azione e agli obiettivi del portatore di interesse individuato e dalle iniziative di pressione che gli stakeholder possono mettere in campo per promuovere o rivendicare i propri interessi o per favorire una propria partecipazione al processo decisionale.

Si ottengono così tre categorie di stakeholder:

  • gli stakeholder essenziali, cioè coloro che è necessario coinvolgere perché hanno alto interesse e alta influenza rispetto alla politica di riferimento e, quindi, forte capacità di intervento sulle decisioni che l’Amministrazione vuole adottare;
  • gli stakeholder appetibili, cioè coloro che opportuno coinvolgere poiché hanno basso interesse ma alta influenza. Questa categoria può essere rappresentata da gruppi di pressione o da opinion leader in grado di influenzare l’opinione pubblica rispetto a determinate tematiche;
  • gli stakeholder deboli, cioè coloro che hanno alto interesse ma bassa influenza. Questa categoria è rappresentata da soggetti che non hanno i mezzi e gli strumenti per poter esprimere in modo forte e omogeneo i propri interessi; questi soggetti coincidono spesso con le fasce destinatarie delle politiche dell’Amministrazione ed è quindi opportuno coinvolgerle nella formulazione delle politiche stesse.

FONTE: URPdegliURP

Missioni urbane

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Izmo utilizza questo strumento principalmente in relazione alle attività di Esplorazione e analisi urbana e ha avuto modo di applicarlo concretamente nel corso del progetto Open up Urban Space. Izmo use this tool mainly in relation to the activities of  Urban exploration and analysis and Social events, Izmo was able to apply it in practice during the projects Open up Urban Space.

La città è sempre stata, per lo più, sfondo e teatro delle attività umane legate al lavoro e agli interessi economici e politici. Nulla di buono insomma. Per il relax e il divertimento c’erano la campagna e le romantiche gite fuori porta.
In verità, anche nello spazio urbano era possibile divertirsi, ma solo in spazi chiusi e dedicati a tali attività (vedi: teatri e stadi).
Recentemente, l’aumento della polazione urbana, della ricchezza e dei servizi al cittadino, ha portato alla nascita di utilizzi alternativi dello spazio pubblico (vedi: giochi di stada, installazioni, arte, sport e teatro di strada).
Oggi la fantasia non ha più limiti e, anche in risposta alla crisi dello spazio pubblico, numerosi collettivi, studi (vedi: esterni.org) e gruppi inventano nuovi modi per utilizzare la città. Il caso più emblematico è Critical City (ora Upload) che per definizione è:

un pervasive game che attraverso una piattaforma web porta i giocatori ad uscire di casa e chiede loro di realizzare “missioni” nella città. Le missioni sono azioni ideate per far interagire i giocatori con lo spazio urbano in modo nuovo, divertente, spesso provocatorio, sempre inaspettato.

Una missione o un’esecuzione è un’attività che porta i cittadini a interagire con spazi e persone in modo alternativo e ludico [oserei dire folle]. Per quanto concerne i luoghi, gli organizzatori portano i cittadini/giocatori ad attraversare, osservare e utilizzare, fino a riqualificare, spazi mai visti prima o, in  alternativa, quelli in cui si è soliti vivere, al fine di sensibilizzare, stimolare e responsabilizzare gli stessi partecipanti.
Per quanto riguarda le persone, i  cittadini/giocatori interagiscono, parlano, dialogano con sconosciuti o con i propri vicini di casa, generando scambio, solidarietà, relazioni inaspettate, sorpresa [quindi comunità].

Per comprendere meglio cosa sono le missioni urbane riportiamo di seguito alcuni esempi di “missioni urbane”:

  • compra un etto di torcetti. se non sai cosa sono chiedi (buy 1hectogram of “torcetti”. if you don’t know torcetti ask to somebody)
  • segui per 10 min la prima persona che vedi e poi cambia persona (follow for 10 min the first people that you find. than change the person)
  • voltati e cammina all’indietro (da ripetere ogni 2 min) (turn back and walk back in the same direction, make it 2 times)
  • tocca e fai strisciare la mano sul muro che ti è a fianco (touch the wall next to you and slide the hand on it for 10 mt)
  • cammina per 1km guardando in alto (watch the sky and walk for 15 min)
  • fatti 3 foto con un 3 indigeni (take three picture with 3 different inhabitans)
  • farsi tradurre un proprio proverbio (ask somebody to translate “è inutile piangere sul latte versato”)
  • segui il rosso! (follow the red color)
  • vai nella direzione del vento per 10 min e poi verso il sole (walk an follow the wind direction than to the sun)
  • trova il primo odore che senti e seguilo (follow the firs smell that you feel)
  • orientati con la mappa della tua città (orienting as you were in your city)

Altre? vai su http://criticalcity.org/posts?section=hall_of_fame

Planning for real

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Izmo utilizza questo strumento principalmente in relazione alle attività di Moderazione e facilitazione e Laboratori di progettazione.
Riteniamo che la seguente definizione sia la più idonea per descrivere tale strumento
Izmo use this tool mainly in relation to the activities of Moderation and facilitation and Workshop.
For a english treatment of Planning for real, the reader should refer to 
http://www.planningforreal.org.uk/

Molte persone non sono abituate a prendere la parola in pubblico e a sostenere una discussione. Esistono diverse tecniche che aiutano le persone a interagire tra di loro usando strumenti diversi dalla discussione in un luogo pubblico, ponendole di fronte a simulazioni del problema per loro facilmente comprensibili e mettendole in condizione di esprimere le loro preferenze in modo
facile e intuitivo. Tra di esse, Planning for Real è un metodo di progettazione partecipata, sviluppato a partire dagli anni ’60-’70 dalla Education for Neighborhood Change dell’Università di Nottingham e registrato dalla Neighborhood Initiatives Foundation (NIF), un’organizzazione no profit fondata nel 1988 da Tony Gibson con sede a Telford in Inghilterra. Planning for Real è una tecnica alternativa alla discussione pubblica che consente a ogni partecipante di esprimere le proprie idee e le proprie opinioni liberamente, facilmente e in modo anonimo. Il punto di partenza è sempre una rappresentazione dell’area d’intervento attraverso un modello tridimensionale (un plastico), il cui scopo è quello di aiutare gli abitanti a identificare ogni elemento del proprio quartiere e a individuare su di esso gli interventi che ritengono necessari. È importante che le dimensioni e le caratteristiche del plastico stimolino i partecipanti a mettere mano al plastico, consentendo loro di riconoscere e di confrontarsi con i luoghi rappresentati. Il plastico può anche essere realizzato in collaborazione con la comunità locale, favorendo in questo modo il suo
coinvolgimento. Ogni persona è chiamata a posizionare sul plastico apposite carte-opzione, ciascuna delle quali indica un intervento migliorativo (per esempio una pista ciclabile, un parco giochi, degli alberi, una siepe, un negozio, un parcheggio). È importante che la fattibilità e la praticabilità di tutte le carte-opzione siano verificate, dal punto di vista tecnico e politico, attraverso una fase di indagine preliminare. I cittadini sono accompagnati nel loro percorso da un apposito gruppo di facilitatori, che in maniera neutrale interagisce con loro, allo scopo e nella misura sufficiente a registrare le loro opinioni e le motivazioni alla base delle loro scelte. Esiste anche la possibilità di segnalare alcuni suggerimenti per iscritto. Inoltre è importante prevedere strumenti informativi (pannelli a muro, copie di documentazioni, ecc.), affinché i partecipanti abbiano una visione il più possibile completa delle principali questioni relative alla futura trasformazione urbana: budget disponibile, esempi di soluzioni sperimentate altrove, vincoli e
standard urbanistici, ecc. Al termine delle giornata, lo staff tecnico esamina le carte che sono state giocate dai partecipanti nei diversi punti del plastico allo scopo di stabilire come sono distribuite le preferenze dei cittadini e di rilevare anche l’eventuale presenza di opzioni conflittuali. La Neighborhood Initiatives Foundation produce una serie di pacchi preconfezionati, esplicitamente destinati alle comunità locali e alle scuole, per facilitare la costruzione dei materiali necessari e favorire così la diffusione di questa tecnica partecipativa.

fonte: Bobbio L. (a cura di), 2004, A più voci. Amministrazioni pubbliche, imprese, associazioni e cittadini nei processi decisionali inclusivi, Napoli, ESI.

Esplorazione Urbana

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L’esplorazione urbana (o rurale) di luoghi abbandonati diventa un tema sempre più attuale. Inserisco una serie di link a siti che si occupano di questo e lancio una discussione: quali sono i rapporti, le relazioni le connessioni fra l’esplorazione e il progetto? in che modo dialogano?

Spesso i gruppi di ricerca nati negli ultimi anni incentrano (o iniziano) le proprie riflessioni partendo dai “luoghi di confine sociali ed urbani…”. Questo è sicuramente un segnale importante e significativo: l’attenzione verso il “diverso” verso ciò che è stato “dimenticato” un frammento di spazio che passa “alla storia” per negazione: diventa reperto per il fatto che nessuno si ricorda della sua esistenza. Vedo con interesse (e condivido) questa attenzione, ma mi domando perchè quei luoghi e non altri? quali loro caratteristiche intrinseche gli hanno portati alla nostra attenzione? o forse è più un discorso di sistema, la loro posizione nella città? Mi chiedo se sia ancora possibile separare la città in “tipologie” differenti di spazi urbani (ex zone industriali, centro, residenziale)? In linea di principio (tassonomia dello spazio e/o delle funzioni) questo può funzionare, catalogare ci da tranquillità e sicurezza, ma non corriamo il rischio di semplificare l’ecosistema alterandolo alla base. La linea proposta è quindi: 1) definire quali sono i luoghi abbandonati (può essere abbandonato anche un centro commerciale in piena attività?) 2) capire come dialogano e si legano ad altri luoghi (abbandonati o meno) 3) capire come si lega a queste riflessioni la modifica di quel luogo e del suo contesto (il progetto architettonico). Forse è troppo ambizioso come fine, ma la domanda a cui vorrei rispondere è: in quale relazione stanno esplorazione (derive) di luoghi (abbandonati o no) e il progetto architettonico? Sicuramente c’è un fattore emotivo e conoscitivo: dopo aver “vissuto” un luogo, esserne entrato in contatto ho una “visione” differente, più “reale” e quindi sarà più naturale immaginare modifiche coerenti per quel luogo. Oltre a questo penso che possano esserci anche altri legami, potrebbero esistere delle regole “aperte” per giungere dall’esplorazione al progetto che possano funzionare da strumenti. Ovviamente non si può pensare ad un metodo chiuso, ma piuttosto a delle regole (semplici) in grado di combinarsi fra di loro (vedi Sistemi Complessi). Uno di questi strumenti aperti potrebbe essere finalizzato alla costruzione di mappe del luogo (fisiche, emotive, dei movimenti, storiche, statistiche, emozionali) sulla scia delle immagini psico-geografiche dei situazionisti. Continua…


  • Stalker
  • Aranel.splinder.it: l’abbandono, il vuoto, i non luoghi, la città nel suo complesso. Un viaggio alla scoperta di Milano.
  • sciatto produzione s p a c e is fundamental in any form of communal life; s p a c e is fundamental in any exercise of power . (Michel Foucault; Space, Knowledge and power, 1984.)
  • Infiltration.org
  • webring

La percezione dell’architettura di Stefano

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In quanto architetto, i manufatti con cui ho più spesso a che fare sono proprio architetture (o comunque oggetti edilizi) e riscontro sempre di più come le stesse siano in realtà la riproduzione di un organismo approssimativamente umano.

  • la struttura? ossa.
  • i tamponamenti? pelle.
  • i sistemi di controllo? cervello.
  • i sistemi di rilevamento? udito, olfatto, vista, tatto.
  • l’impianto elettrico? terminazioni nervose.
  • gli impianti idrici ed idraulici? vene, arterie.
  • l’energia elettrica, i carburanti impiegati? cibo.
  • gli scarichi e le fognature? apparato digerente.
  • il sistema di raccolta e rimozione dei rifiuti? ancora apparato digerente.
  • gli impianti di condizionamento e riscaldamento? polmoni.
  • le guaine, i manti di copertura, gli isolamenti? capelli, pelo, grasso epidermico.

non riesco a finire, ne ho sicuramente dimenticati.

quando guardo un edificio (nel mio lavoro capita spesso) la sensazione che mi dà è di essere, prima che un involucro, un nodo della grande maglia energetica che copre il territorio.

mi sembra un punto in una rete, punto che richiede, che “mangia” una grande quantità di cibo.

quando si costruisce si porta l’energia elettrica, ci si allaccia all’acquedotto, alla fognatura, alle reti telefoniche e di qualunque altra natura, estendendole, “urbanizzando” nel vero senso della parola altro territorio.

per garantire i numerosi requisiti che un corpo edilizio deve soddisfare (cito a mero titolo di esempio e senza pretese di esaustività sicurezza, benessere, fruibilità, compatibilità ambientale, estetica – e si tratta solo di macro-categorie, ciascuna di queste racchiude discorsi molto ampi, articolati ed oggetto di legislazione) lo si deve pensare in modo il più possibile olistico, integrato.

ciò non vuol dire che l’architetto debba anche dimensionare i condotti di portata dell’impianto di condizionamento, ovvio, ma come può pensare un’architettura senza tenerne conto? come può un progettista concepire delle soluzioni realmente efficaci approcciando il tema con l’arroganza di porsi al centro, per primo, come se il resto delle problematiche venissero dopo il suo “colpo di genio” in cemento?

qualcuno potrebbe dire “stai parlando di edilizia”.

sono consapevole delle differenze tra “architettura” ed “edilizia”.

però la prima non dovrebbe forse soddisfare tutte le esigenze della seconda, e ancora di più?

se un opera non è in grado di essere funzionale, economica, compatibile a livello ambientale, allora la bellezza, le implicazioni sociali e politiche gli sono inutili (maslow vale anche per gli edifici: non puoi pensare di soddisfare un livello di esigenze se non hai soddisfatto i livelli inferiori). si tratta, dal mio punto di vista, di un progetto sbagliato.

tornando alla metafora del corpo umano sì, lo so, e trita e ritrita. già sentita mille volte per tantissimi altri discorsi (così al volo mi viene in mente il traffico nelle città).

possiamo sbadigliare e non pensarci.

però forse possiamo arrivare ad intuire che l’uomo è in grado di concepire limitatamente a ciò che egli stesso è.

potrebbero esserci altri modi di costruire, totalmente diversi, esagerando potremmo definirli “alieni”.se fossimo dei blob probabilmente vivremmo dentro ad un budino caldo.però non scopriremo mai queste alternative, perché la nostra “forma mentis” è sorella gemella dal nostro essere biologico. jung, tra l’altro, conferma.

Terrace houses

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Terrace houses in Newcastle upon Tyne

Durante il mio periodo di corsi all’estero (Postgraduate Certificate in European Spatial Planning – 2008 – Newcastle upon Tyne – UK) ho seguito un interessante contributo del professor Michael Edwards riguardo Urban and Land Economics. Successivamente si è svolta una lunga discussione libera, durante la quale sono riuscito a soddisfare una mia curiosità: le terrace houses. Un vero incubo personale.

La semplice domanda rivolta al professore, preceduta da una congrua premessa, è stata: “Why do they all look the same?“. Perchè sono tutte uguali?

Facciamo un gioco: prendete una persona bendata e gettatela in una qualsiasi periferia inglese, come potrebbe riconoscere dove si trova? Leed, Manchester, Londra, Cardiff, etc. impossibile, sono tutte uguali.

In Italia è ben diverso, ogni città ha le sue peculiarità, belle o brutte che siano le architetture sono differenti; posseggono materiali e stili diversi derivanti dalla sensibilità personale dell’architetto progettista che gioca con materiali e tradizioni locali. In Italia si possono leggere le città, la cultura, la stratificazione storica e le fasi di espansione urbana.

Le città inglesi invece sono oramai compromesse da un’antropizzazione selvaggia basata su dettami stilistici nazionali e fattori contingenti dell’epoca. Un vero peccato. I sobborghi sono davvero tutti uguali, non hanno un carattere proprio, provocano nausea da ripetizione edilizia. Passando tra le vie sui mega doubledeck la ripetizione a mitraglietta del modello abitativo è imbarazzante, disorientante.

Finalmente ho trovato le motivazioni, l’origine del fenomeno che accomuna tutte le città inglesi:

  • 1860 buiding regulation, per prevenire i frequenti incendi. Un regolamento edilizio restrittivo
  • dalla seconda metà del IXX secolo inizia un’inarrestabile crescita demografica e il fenomeno immigratorio dalle colonie
  • crisi dell’agricoltura: si produceva di più; si sfruttavano i campi meno fertili; diminuzione dei prezzi dei prodotti agricoli. Conseguenza:gli impresari compravano i terreni a basso costo dagli agricoltori in crisi
  • new form of credit (bulding society) nascita del sistema dei mutui
  • burocrazia snella e veloce priva di procedure finalizzate al rilascio dei permessi
  • viene venduto tutto: edificio e terreno. Le vie, il sistema viario è ceduto alla municipalità. Gli impresari costruiscono, vendono e si spostano per un nuovo intervento
  • il sistema legislativo inglese non prevede l’obbligo di firma da parte di figure professionali quali l’architetto o l’ingegnere per certe tipologie di costruzione, tra cui le terrace houses. In altre parole non c’è bisogno di un architetto; le imprese comprano i progetti che replicano in serie
  • non vi sono regolamenti comunali ma nazionali (non esiste un piano del colore…)
  • le compagnie sono tradizionaliste e gli inglesi pure quindi il sistema regge. non ci sono rischi
  • cheap labour. Manodopera a basso costo. Tutto l’edificio è costruito in opera attraverso una squadra di semplici lavoratori dequalificati
  • non esiste il concetto di architettura, bensì solo quello della costruzione finalizzata all’abitazione

Il risultato sono città piatte, uguali. Tutte incredibilmente simili. Attualmente però si sta avviando un lento processo di modifica. Un cambiamento che interessa per lo più le grandi città, ricche e multietniche. Qui di seguito si enunciano le motivazioni di tale trasformazione:

  • stranieri, ricchi stranieri acquistano case in città e le riqualificano. Un ammodernamento radicale dell’impianto abitativo. Si vedano alcuni esempi nelle riviste di architettura
  • CABE – The Commission for Architecture and the Built Environment promuove un’edilizia più consapevole, ecosostenibile e legata alle tradizioni locali
  • il poco spazio costruibile fornisce lo spunto per l’appropriazione di vecchi edifici, fabbriche e casette con la loro radicale trasformazione
  • le piccole imprese edili, quelle che hanno “spalmato” l’Inghilterra di casette sono state acquistate da grandi costruttori edili

Ribadisco concludendo: è un peccato. Il turista che visita l’Inghilterra sarà circondato dalle terrace houses, ovunque vada ritroverà un modello edilizio indiscriminatamente diffuso.

Il territorio inglese è formato dal famoso countryside, poi vengono gli identici sobborghi, infine i centri storici, anch’essi con una tendenza ad assomigliarsi. Tutte le città sono state accomunate dal boom industriale, la crisi del modello fordista e una lenta rinascita suggellata dalle grandiose riqualificazioni urbane. Con il passaggio al nuovo millennio le aree centrali lungo i fiumi sono state trasformate, attraverso la demolizione di vecchie industrie e la costruzioni di nuovi ponti, centri culturali, auditori… appunto, a ripetizione! La mega macchina edile inglese con la mano di sir Norman Foster ha nuovamente ripreso a funzionare con le stesse tipologie e stile architettonico.

Una condanna o forse una incapacità di valorizzare il contesto locale e ascoltare il territorio.


Un commento molto interessante di un mio compagno di corso Sakkarin SAPU: le terrace houses sostanzialmente hanno uno stile democratico, accomunano tutti, dai più poveri al primo ministro inglese. La residenza al 10 di Downing Street è molto simile a tutte le casette dei sobborghi cittadini inglesi.

terrace houses where people live


Bibliografia consigliata

Ball M. (1983), Housing policy and economic power, Routledge

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Mappe

mappe

Carte, mappe, atlanti, immagini satellitari, incisioni sono utilizzate per indicare percorsi, posizionare elementi, progettare, delimitare, georeferenziare. Per ogni messaggio, ad ogni strumento corrisponde il più appropriato supporto grafico.

L’impatto visivo è fondamentale: la mappa deve contenere informazioni facilmente leggibili e contestualizzate nel loro intorno (vedi gis).

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L’avvento di google mapsgoogle earth ci ha donato un supporto di georeferenziazione agevole ma al contempo difficilmente navigabile. Molti strumenti in internet quali forum, wiki, blog possiedono plug-in che georeferenziano l’informazione, ma la loro trasposizione sulla mappa è alquanto impersonale. Ad ogni messaggio il suo mezzo, la sua carta.

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Un tempo si chiamavano disegnatori o semplicemente si stilizzava lo spazio perché contenesse delle indicazioni che dovevano essere comprese da tutti o create ad hoc per tipologie di utenti quali i navigatori (vedi anche Mappe Astratte)

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Oggi ci chiamiamo tutti internauti ma non per questo dobbiamo essere tutti omologati ad un unico supporto google.

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Fonte immagini: AA.VV., MAPS The Agile Rabbit Book of Historical And Curious Maps, 2004, Pepin Press, ISBN: 9057680513


Cartografia Resistente la pensa come me:

http://cartografiaresistente.org/twiki/bin/view/Main/PercheNonGoogleMaps

GIS – Geographical Information Systems

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di ALESSANDRO il 18 aprile 2006

Definizione

Un Sistema Informativo Geografico, o GIS (da Geographic Information System), è un Sistema informatico per l’acquisizione, conservazione, analisi e visualizzazione di dati geografici. Viene definito sistema in quanto costituito da un insieme di componenti, hardware, software e umane, che interagiscono fra loro. Caratteristica essenziale di un GIS è la capacità di gestire dati geografici, o georeferenziati, vale a dire dati relativi ad elementi od oggetti della superficie terrestre la cui posizione è definita da un insieme di coordinate.

Il modello dei dati

In un GIS tutti gli oggetti presenti sulla superficie terrestre sono rappresentati mediante tre caratteristiche essenziali: la geometria, la topologia e gli attributi. La geometria riproduce la forma degli oggetti e viene ricondotta a tre elementi di base: punto, linea (o arco) e poligono (o area). Un punto viene utilizzato per riprodurre elementi puntiformi, come ad esempio un punto quotato, un pozzo, o la posizione di una stazione meteorologica. La linea definisce elementi a sviluppo lineare come una strada, una linea elettrica o un corso d’acqua. Il poligono definisce aree chiuse, come un edificio, un lago o un affioramento geologico.

La topologia è l’insieme delle informazioni che riguardano le mutue relazioni spaziali tra i diversi elementi come la connessione, l’adiacenza o l’inclusione. Ad esempio viene specificato se un arco è comune a due poligoni adiacenti, o se un poligono è completamente racchiuso all’interno di un altro.

Gli attributi rappresentano i dati descrittivi dei singoli oggetti reali. Per un elemento puntiforme rappresentante un pozzo, gli attributi possono ad esempio essere costituiti dalla profondità, l’anno di perforazione e il proprietario, per una stazione meteorologica la temperatura dell’aria o le precipitazioni, per una strada la larghezza, la categoria o il tipo di pavimentazione.

La rappresentazione dei dati

Nei GIS possono essere utilizzate due diverse tecniche di rappresentazione dei dati: vettoriale e raster. Nella rappresentazione vettoriale un punto è definito da una coppia di coordinate mentre una linea o un poligono dalle coordinate di un insieme di punti che quando connessi fra loro con segmenti retti, formano la rappresentazione grafica dell’oggetto (fig.1). Generalmente i due punti alle estremità di una linea vengono definiti nodi, i punti intermedi di una spezzata vengono definiti vertici.

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Fig.1 Rappresentazione vettoriale di punti, linee (archi) e aree (poligoni)

Un’immagine vettoriale è costituita da un insieme di caratteristiche geometriche e di attributi. La geometria è salvata in uno specifico formato vettoriale. Tutti gli attributi delle immagini vettoriali sono salvati in table all’interno di un database e collegati alle caratteristiche geometriche mediante una DBMI (Data Base Management Interface). Nella rappresentazione raster l’area considerata è suddivisa in un insieme di celle, generalmente di forma quadrata, in ciascuna delle quali viene registrato l’attributo (o categoria) presente. Ad ogni cella viene quindi attribuito un valore numerico (fig.2). Ad ogni oggetto di una carta raster può essere eventualmente attribuita, oltre al valore di categoria, un’etichetta descrittiva. I formati vettoriale e raster sono salvati in direttori diversi, e sono gestiti mediante comandi diversi, per cui è possibile assegnare lo stesso nome ad una carta vettoriale e ad una raster senza problemi di conflittualità.

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Fig.2 Rappresentazione raster di punti, linee (archi) e aree (poligoni).

In un GIS le diverse categorie di oggetti presenti sulla superficie terrestre sono distinti in elaborati diversi, o carte. Ogni elaborato contiene quindi una diversa caratteristica o tematismo, come l’idrografia, l’altimetria, ecc. (fig.3). E’ tuttavia possibile l’inserimento di diversi tematismi in una stessa carta suddividendoli in layer distinti.

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Fig.3 Rappresentazione del territorio mediante tematismi distinti, passibili di elaborazione tramite un GIS.

I dati in forma raster occupano generalmente più memoria dei dati in forma vettoriale in quanto ad ogni cella viene assegnato un attributo, anche se esistono tecniche di compattazione dei dati che limitano questo inconveniente. Il vantaggio è che lo spazio geografico risulta uniformemente definito in un modo semplice e prevedibile. In tal modo i sistemi raster hanno generalmente più potenza analitica dei sistemi vettoriali nell’analisi dello spazio continuo e sono pertanto adatti all’analisi di dati che presentano una continua variabilità nello spazio, come le temperature, le precipitazioni, l’altimetria ecc. Questi sistemi trovano quindi un’applicazione ottimale nella valutazione di problemi che includono numerose combinazioni matematiche di dati appartenenti a diversi tematismi. Sono quindi eccellenti nella valutazione di modelli ambientali. Infine, dal momento che le immagini da satellite impiegano una struttura raster, la maggior parte di questi sistemi può facilmente incorporare ed elaborare dati di questo tipo.

Componenti di un GIS

Per quanto all’utente un GIS può apparire come un unico programma di calcolo, in realtà esso è tipicamente suddiviso in un certo numero di componenti, o elementi, con funzioni diverse. Nella maggior parte dei GIS si possono comunemente individuare le seguenti componenti essenziali:

1) Un database spaziale e degli attributi

E’ costituito da un’insieme di carte e di informazioni associate, in forma digitale. Dal momento che nel database sono contenuti oggetti, o elementi, della superficie terrestre, è possibile distinguere un database spaziale che descrive la geografia (forma e posizione) degli oggetti, ed un database degli attributi, che descrive le caratteristiche, o qualità, degli stessi oggetti. Così, ad esempio, è possibile avere il perimetro di una porzione di superficie poligonale definito neldatabase spaziale mediante le coordinate dei vertici e alcune sue caratteristiche, come la litologia, il tipo di suolo, la pendenza media, contenute nel database degli attributi.

2) Un sistema di visualizzazione

Contiene quelle componenti che permettono la visualizzazione di elementi del database per produrre carte sia sullo schermo che su supporto cartaceo tramite una stampante o un plotter. Generalmente un GIS non produce rappresentazioni sofisticate, delegando ad altri sistemi specificamente dedicati la produzione di elaborati di alta qualità.

3) Un sistema di digitalizzazione

E’ costituito da un programma per convertire dati cartografici esistenti su supporto cartaceo in forma digitale e quindi passibili di elaborazione tramite il GIS. La digitalizzazione viene effettuata comunemente mediante una tavola grafica (o digitalizzatore) o direttamente da schermo su immagini acquisite tramite scanner.

4) Un sistema di analisi geografica

Caratteristica fondamentale di un GIS, che lo distingue dai tradizionali Sistemi di Gestione delle Basi di Dati (DBMS, Data Base Menagement System), è la capacità di confrontare differenti entità in base alla loro topologia. Si immagini ad esempio che di un determinato territorio siano disponibili due elaborati digitalizzati, rappresentanti il primo la distribuzione dei vari tipi vegetali, il secondo la distribuzione delle varie litologie. I due tematismi, vegetazione e litologia, non presentano ovviamente la stessa topologia; in altre parole gli appezzamenti con i diversi tipi di vegetazione hanno forma e distribuzione diversa dalle porzioni di territorio occupate dai diversi tipi litologici. Con un GIS è possibile individuare quelle aree in cui un particolare tipo vegetale risulta associato ad una particolare litologia. Questo tipo di operazione, molto usato nei GIS, è definito sovrapposizione (overlay), in quanto equivale all’operazione manuale di sovrapposizione di carte trasparenti contenenti tematismi diversi. E’ un’operazione non effettuabile con i comuni DBMS per la mancanza delle informazioni topologiche degli oggetti analizzati.

FONTE: Tutorial GRASS 6 (M.Ciolli, P.Zatelli) – Università degli Studi di Parma – Dipartimento di Scienze della Terra – 2005 (http://www.geo.unipr.it/~gis/TUTORIALS/GRASSESER.W/GRASS6.0.2.pdf) http://www.geo.unipr.it


Di GIANLUCA data: 30 settembre 2005

Schema per la costruzione della banca dati:

Aggiornato 23 maggio 2006

  • Costruire la banca dati (dati dinamici, le misure raccolte, le informazioni che si vogliono visualizzare) utilizzando MySql.
  • Costruire la base geografica separatamente (in shape file statitci o in un altro database che può essere Mysql con libreria OGR o meglio Postgres con estensioni Postgis)
  • Collegare queste due entità utilizzando Map Server un software open-source molto stabile e potente

Visualizzare e interrogare i dati geografici:

  • Costruire le banche dati (vedi sopra)
  • Collegarle fra di loro utilizzando Mapserver (scrivere i file .map)
  • Visualizzarle con uno dei seguenti strumenti:

Risorse:

  • Mapserver Il miglior visualizzatore GIS open source oggi presente
  • Maptools Società che lavora con i GIS e rilascia moltissimi strumenti con licenza open source. Ne sono un esempio ka-map e php mapscript.
  • WMS server Elenco di server WMS gratuitamente accessibili.
  • NASA – Earth project Un server WMS globale che mette a disposizione circa dieci differenti tipologie di immagini della Terra. Probabilmente è il datababse di imaggini gratuite con la più alta risoluzione. Il layer Global Mosaic Landsat 7 è quello con la corrispondenza dei colori più simile al visibile e la risoluzione migliore. Torino – layers=global_mosaic

Coppula Tisa

Coppula tisa: una sfida a tutti noi.

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L’Italia è piena di case, costruite ovunque, anche dove ragioni di sicurezza non lo consentirebbero, in vicinanza di fiumi o a ridosso delle montagne, e la maggior parte di queste costruzioni degradano il paesaggio perché sono particolarmente brutte. In nome della Bellezza, “l’unico vero collante del nostro paese” , nasce Coppula tisa. Coppula tisa è un comitato di cittadini, nato qualche mese fa, che ha come fine la tutela del paesaggio. Da Depressa, un piccolo paese, sconosciuto ai più, salentini inclusi, partirà la Rivoluzione della Bellezza. Tra i fondatori, il cittadino più illustre di Depressa, Edoardo Winspeare, che racconta i successi ottenuti dall’associazione, duemila adesioni al progetto e centocinquanta contatti via e-mail al giorno, e le difficoltà incontrate, soprattutto causate dalla diffidenza dei suoi concittadini, che spesso lo prendono per un tipo stravagante. Sarebbe riduttivo classificare Coppula tisa come una semplice associazione ambientalista; più che altro Coppula tisa vuole promuovere, oltre alla Bellezza, la specificità culturale, intesa come rispetto della cultura locale da qualsiasi punto di vista, ad esempio propone la piantumazione di arbusti culturalmente accettati.. Tra le azioni che propone vi è l’acquisto di aree, ritenute interessanti, in modo da preservarle dalla speculazione edilizia. Per reperire i fondi necessari, Coppula tisa si rivolge alla generosità di semplici cittadini che, con l’associazione, condividono i medesimi valori. La prima di questo tipo di azioni, ha portato all’acquisto di un edificio, che verrà demolito in estate, durante lo svolgimento di una festa. Oltre a questo tipo di azioni, Coppula tisa svolge un’importante opera di sensibilizzazione, tramite internet, spot, opuscoli, convegni e coinvolgendo i bambini delle scuole. Il Salento, da un po’ di tempo, è divenuto una delle mete turistiche più ambite d’Italia. di fronte a questo fenomeno, Coppula tisa può svolgere un’importante funzione di sentinella di fronte ad operazioni edili alquanto disinvolte, come la costruzione di villaggi turistici all’interno di aree importanti dal punto di vista naturale. Il Salento non è così intaccato dalle costruzioni così come il resto d’Italia, tant’é che ai centri abitati, i più grandi contano al massimo 20/25 mila abitanti, si alternano campagne, dove è possibile osservare caratteristiche costruzioni, come le masserie e le pagliare, assieme alle piante di olivo e alle viti, nella coltivazione caratteristica ad alberello. A livello nazionale, vanta due primati, discordanti tra di loro, che bene illustrano la realtà salentina. Da una parte, la città di Porto Cesareo presenta il più alto numero di costruzioni abusive all’interno del proprio territorio; d’altra parte una città come Otranto, le cui amministrazioni civiche hanno fatto della lotta all’abusivismo e della tutela del territorio una priorità talmente sentita che la cittadina guida le classifiche di Legambiente sulle località marine. Ma la Rivoluzione della Bellezza non si rivolge solo al territorio salentino ma all’Italia intera. A quell’Italia che ha visto e vede crescere in modo vertiginoso le aree edificate, spesso veri e propri ecomostri, incoraggiate dalla mancanza di controlli e da un uso latinoamericano del condono edilizio. Il territorio italiano è a rischio idrogeologico perché si è costruito in spregio alla natura e, di conseguenza, agli interessi della comunità. Coppula tisa, seppur con i suoi aspetti utopistici e alcune affermazioni in stile new-age, rappresenta una sensibilità nuova che piano piano va affermandosi, lanciando una sfida innanzi tutto a noi stessi. Vuole invertire la tendenza a costruire ovunque e male e per farlo chiede il nostro sostegno: sta a noi accettare la sfida e contribuire al suo successo, innanzitutto visitando il suo sito web e soprattutto sostenendola economicamente.

p.s. per i rapporti tra politica ed edilizia, consiglio a tutti la visione del film Le mani sulla città (1963) di Francesco Rosi, leone d’oro a Venezia

su internet: http://www.coppulatisa.it

Di seguito, una breve filmografia per chi volesse conoscere l’opera di Edoardo Winspeare.

  • Pizzicata (Italia/ Germania 1995, col, 105’ ) : ambientato nel Salento del 1943, è il film d’esordio di Winspeare, apprezzato più all’estero che in Italia. Interessante ricostruzione, dal punto di vista antropologico, del fenomeno del tarantismo, a cui il titolo allude;
  • Sangue vivo (Italia 2000, col, 95’) : la morte del padre, ha allontanato di più due fratelli, uno contrabbandiere e l’altro eroinomane, entrambi suonatori di tamburello. Pregevole interpretazione di Pino Zimba, tra i migliori suonatori di tamburello, primo film italiano premiato al Sundance Festival;
  • Il miracolo (Italia 2003, col, 93’): storia di una sofferta amicizia tra la giovane Cinzia e il dodicenne Tonio, ambientata nella città di taranto. Premio della critica al Festival del cinema di Venezia.

Lezione nuove tecnologie e territorio

Comunità locali e nuove tecnologie: progettare e sostenere l’interazione sul territorio

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La lezione è stata tenuta il 19 luglio 2004 a Cuneo nel corso del Progetto Interreg III A – ALCOTRA “rete turistica dei patrimoni culturali transfrontalieri” corso di formazione professionale in “progettazione e gestione della rete turistica dei patrimoni culturali transfrontalieri”.


Apri Mappa interattiva della lezione

La mappa contiene dei collegamenti costituiti da siti internet inerenti l’argomento al quale sono stati abbinati. Vi suggerisco di esplorare la mappa nel dettaglio!


  • Per informaioni dettagliate guarda Mappe Concettuali
  • La mappa è stata creata con Cmap un software libero che puo essere scaricato gratuitamente dal sito http://cmap.ihmc.us

MUVI

Per non dimenticare

muvi_logo

Il MUVI è un museo virtuale della memoria collettiva di un territorio: la Lombardia.

Istanti e storie, fisissate attraverso immagini, testi e suoni, sono raccolti su internet in una banca dati.

La volontà è quella di non perdere documenti e racconti unici rappresentativi di una comunità, di una regione.

Il museo è visitabile su internet all’indirizzo http://www.url.it/muvi

Il materiale è stato raccolto in due fasi: la prima ha visto l’abbinamento di MUVI con la trasmissione radiofonica settimanale sulle frequenze di Radio Popolare, la seconda vede MUVI legato alle tante possibili manifestazioni e iniziative che hanno luogo nel territorio lombardo.

Inoltre alla pagina http://www.url.it/muvi/info.htm è possibile avere informazioni per l’invio di foto, testi e suoni. Quindi se avete origini lombarde, conoscete storie interessanti o possedete documenti iconografici fatevi avanti!

Nel 1999 il MUVI ha ricevuto il riconoscimento da parte dell’UNESCO come un modello per l’uso dei nuovi-media nel campo della conservazione del patrimonio culturale.