La dualità della critica al progetto di Le Corbusier

Arrivato ai suoi confini, il linguaggio, che aveva posto la propria ipoteca sul reale, frantuma senza tregua la propria unità, rifiutando di pacificarsi con ciò che l’ha obbligato all’ esilio. La ‘parole’ architettonica torna così alle sue origini: strumento di autoriflessione, ondeggia sul reale, lasciandovi il segno della coscienza malata di un universo alto borghese che si chiede, sapendo di non poter rispondere, le ragioni del proprio naufragio.

M. Tafuri, Architettura Contemporanea, 1998

Con il progetto di Le Corbusier, in breve tempo, l’India si trovò protagonista della scena architettonica mondiale. Tutto a un tratto quegli edifici monolitici di cemento che la facevano da padrone in quei freddi paesi altamente tecnologizzati, giudicati da alcuni come costosi capricci estetici, divennero razionali ed economici in India. Potremmo dire uno dei primi risultati di quel fenomeno, di cui oggi si parla indistintamente, denominato Archistar.

Assemblea Chandigarh

Palazzo dell’assemblea a Chandigarh, vista generale e in dettaglio

Dagli anni ’50 ad oggi Chandigarh è stata una meta di pellegrinaggio molto ambita, tanto da diventare oggetto di critica per diverse generazioni di studiosi e architetti. In questo mezzo secolo la critica si è distinta essenzialmente tra due categorie: coloro che hanno analizzato il contributo apportato dal progetto all’ architettura indiana e coloro che, superando questo aspetto, hanno letto da più vicino i risultati delle idee dell’architetto francese.

Assemblea Chandigarh

Palazzo del segretariato a Chandigarh, vista generale e in dettaglio della copertura

Questa prima categoria di architetti e critici ha sostanzialmente elogiato il progetto, ad esempio l’architetto indiano Malay Chatterjee parlò di una nuova fiducia nella professione indiana derivante dalla allora nuova Chandigarh:

Gli esempi di ottimismo (…) permettono di spiegare la convinzione romantica condivisa da molti: la modernizzazione e l’industrializzazione dovrebbero risolvere tutti i problemi dell’ India nel corso del decennio. Chandigarh offriva una visualizzazione di tale ottimismo1.

Anche tra esperti e architetti stranieri c’è chi ha sostenuto Le Corbusier in questo progetto, uno per tutti lo storico William Curtis che affermò:

In questo progetto sono state raggruppate numerose idee e risonanze storiche, (…) questo piccolo frammento di pensiero indotto da oggetti della tradizione è un indice di tutta la filosofia che ispira le opere indiane di Le Corbusier“.2

Concludendo col parlare dell’architetto come di colui che realizzò la sintesi di una cultura “universale” e di una cultura “locale”.

Qui di seguito, a sottolineare una visione positiva sul giudizio dell’opera, può essere interessante riportare alcune domande poste recentemente sull’argomento da un meno noto autore:

Perché mai non dovremmo consentire anche all’ India di ospitare un capolavoro della cultura universale? (…) Perché fa paura questa città, che neppure deve confrontarsi con le preesistenze storiche? Perché i suoi ampi viali hanno fatto orrore perfino a Tiziano Terzani?3

Ora riferendomi ad alcuni concetti già enunciati in precedenza, vorrei rispondere brevemente a queste domande.

Un primo suggerimento volge ad una riflessione su ciò che è il concetto di “cultura universale”, questa implica un’evoluzione collettiva che obbliga culture, con diversi tempi di sviluppo, ad omologarsi a un’unica chiave di lettura nei confronti dell’ architettura. Pur sorvolando sul tema del confronto con le preesistenze storiche che, non esistendo, non vedo perché debbano essere create da altri popoli, farei notare che potrebbe esistere uno sviluppo delle arti proprio di una determinata cultura che può non necessariamente omologarsi a quello globale.

Probabilmente, Tiziano Terzani che ha vissuto da vicino i profumi, le superstizioni, i credi, la povertà e la semplicità del popolo indiano, avrà percepito uno sventramento di ciò che è il vivere comune in India che lentamente è violentato dalle ciniche conquiste globali.

Personalmente, per concludere, non riesco a comprendere come, a distanza di così tanto tempo, si possa essere legati a pensieri coloniali e visioni positiviste che pedantemente pongono ancora la ragione Occidentale come punta di diamante della civiltà.

Per ascoltare l’altra categoria di architetti e critici è utile leggere ciò che scrive sull’ argomento Charles Correa nel suo saggio Chandigarh vista da Benares4.

Secondo l’autore, grazie al lavoro di Le Corbusier nel nord e nell’ ovest del paese sorse una particolare coscienza architettonica. Il lessico di Chandigarh e l’interesse per l’architettura hanno dato slancio a un gran numero di studi di architettura, come appunto quello di Correa5.

Parlando degli aspetti negativi degli edifici dell’opera, l’autore, fa notare ad esempio come i frangisole caratteristici degli edifici siano un elemento sfavorevole per cause quali l’accumulo di grandi quantità di polvere, la dimora dei piccioni e l’immagazzinamento di calore durante il giorno che viene ceduto di notte. Paragonando questi ultimi alle soluzioni tradizionali di uso indiano, per proteggersi dal sole, da un giudizio di questo tipo:

Non sono, neanche lontanamente, paragonabili alle vecchie verande, molto meno costose, che proteggono gli edifici durante il giorno, si raffreddano rapidamente la sera e servono, inoltre, come sistemi di circolazione“.6

Maggiori aspetti negativi sorgono oggi dall’analisi urbana di Chandigarh: Correa giudica la città impostata su una struttura feudale con una “separazione fra governanti e sudditi, nella sua divisione in settori improntata al principio delle caste, e così via”.7

Un aspetto ancora più preoccupante (che va a rispondere una seconda volta alla domanda sul perché Terzani orridisca di fronte agli ampi viali della città) è dato dalla bassa densità di costruzioni. Tanto è vero che diventa difficile un sistema di trasporti pubblici, tanto che: “nel bel mezzo di un pomeriggio riarso dal sole, si vedranno poveri indiani sventurati arrancare a piedi o in bicicletta sui rettilinei spietatamente lunghi, fra muri di mattoni, verso l’infinito8.

Sulla scia di Chandigarh nuove città indiane ne seguirono l’impostazione, anch’esse senza curarsi del tenore di vita delle classi medie, portando disagi altrettanto significativi alla popolazione.

Parlando del progetto di Le Corbusier nella sua valenza di conquista culturale, si può lodare se si pensa al meccanismo che ha innescato rispetto ad una nuova coscienza architettonica in India. È possibile però leggere questa influenza come un atteggiamento inconsapevole che frantuma lo sviluppo del linguaggio unico e tradizionale di una cultura, questo è ciò che può essere definito come deculturizzazione di un popolo.

Una deculturizzazione, che tengo ancora una volta a sottolineare, avvenne attraverso l’architettura.


1M. Catterjee, Evoluzione dell’ architettura indiana contemporanea, 1985, p. 127.

2W. Curtis, L’antico nel Moderno, 1988, p. 89.

4H. Allen Brooks (a cura), Le Corbusier 1887-1965, 2001.

5K. Frampton C. Correa, Charles Correa With an Essay by Kenneth Frampton, 1996.

6H. A. Brooks, Le Corbusier 1887-1965, 2001, p.224.

7Ibidem , p. 225.

8Ibidem , p. 225.

L’ambizione di capire Palermo

piazza di tutti

Fonte

Palermo. Forse non è davvero la più grave delle piaghe siciliane, così come avevano fatto credere a Johnny Stecchino nell’indimenticabile film di e con Roberto Benigni, ma senz’altro il traffico è la prima immagine forte della città che un visitatore come me, proveniente dal rigoroso Piemonte, ne ricava arrivando, un po’ spaesato dal viaggio, direttamente in corso Tukory, a pochi passi dal rione Ballarò.
Certo, non si può dire che a Torino il traffico non sia un grosso problema, e le analisi sulla qualità dell’aria che classificano il capoluogo sabaudo tra città italiane più insalubri sono difficili da smentire. Corso Tukory, oltre ad essere una importante zona commerciale per via dei suoi negozi e per la vicinanza al mercato, è un crocevia di studenti che si muovono tra una facoltà e l’altra e di viaggiatori in arrivo ed in partenza dalla vicina stazione ferroviaria.
Da una delle sue traverse parte il mercato di Ballarò, che i viaggiatori di Trip Advisor descrivono come “una festa per gli occhi e per la mente”, per i suoi colori, odori e rumori che certamente rimangono impressi. Perché quello che stupisce di Ballarò è la sua autenticità, il suo essere ancora “il mercato dei palermitani”. Insomma: Ballarò non ha fatto la fine del mercato della Vucciria, trasformato nella brutta copia di se stesso per aver tentano di rispondere alle attese che aveva promesso ai suoi turisti.

Le righe che seguono vogliono essere un tentativo di approfondire alcuni aspetti di una città che ho cercato di vedere con gli occhi di Don Chisciotte piuttosto che con quelli di Don Giovanni (il primo cerca qualcosa e sogna, il secondo divora senza assaporare). Pertanto ritengo necessaria un’avvertenza, perché aver l’ambizione di capire una città e i suoi abitanti per averci vissuto solo pochi giorni è sempre una presunzione. Tutte le mie riflessioni andrebbero quindi pesate per quello che sono.

Il tema del rapporto tra la cittadinanza di Palermo e lo spazio pubblico (ben descritto da Robero Alajmo nel suo simpatico libro “Palermo è una cipolla”) è una questione delicata, che varrebbe la pena approfondire. Dopo qualche giorno di permanenza in città mi sono convinto del fatto che ormai i palermitani abbiano una grande sfiducia nella gestione pubblica e siano in molti a non sopportare l’idea di vedere marciapiedi, strade e angoli di città vuoti. Il vuoto viene quindi riempito spesso in due modalità opposte.

La prima modalità di riempire il vuoto, è la più appariscente. Quella che colpisce il turista piemontese che sta entrando in città.  Lo spazio vuoto è un ricettacolo per l’immondizia e la spazzatura. Ma probabilmente c’è una spiegazione dietro a tutto questo. Se lo spazio è vuoto è perché nessuno se ne cura, e quindi, probabilmente nessuno se ne avrà a male dopo che lo si riempie di spazzatura.

Per arrivare a conoscere ed apprezzare la seconda modalità usata dai palermitani per riempire gli spazi, è necessario passare più tempo in città. Si perscepisce, da parte degli abitanti della città, la straordinaria capacità di impegnarsi meticolosamente su ogni dettaglio di quel che decidono di prendersi a cuore. Ecco che allora l’occhio ci cade su uno splendido balcone fiorito che emerge da una facciata che reclama urgentemente un restauro; sulla cortesia che i gestori di bar all’apparenza poco ospitali dimostrano con i clienti non autoctoni; sulla finezza del Giardino Inglese e sul rigore di Corso Libertà.
Ecco il punto: appropriarsi dei vuoti, prenderne cura e trasformarli in pieni, perché l’inventiva dei palermitani è enorme e, anche laddove si direbbe impossibile, sanno sempre trovare un modo per ricavare valore da un vuoto.

Un conto è riempire uno spazio, un altro è cercare di cambiarlo, perché ci si scontra contro la forza di inerzia che viene spontaneamente in difesa dello status quo. Ecco perché è più facile passare dal vuoto alla cura piuttosto che dall’immondizia alla cura. La trasformazione dello spazio ha un suo peso nell’economia del paesaggio palermitano.
Me ne sono accorto guardando un’automobile semidistrutta parcheggiata su di un angolo di corso Tukory. Ogni mattina un ambulante montava la sua bancarella utilizzando quel rottame come espositore per i giocattoli e peluche che vendeva. Ecco che quello scempio (un automobile senza cofano e senza ruote abbandonata su di una via centrale) veniva in qualche modo nascosto e l’ambulante (seppur, è importante sottolinearlo, in maniera del tutto abusiva e al di fuori di ogni regola di buona condotta) riusciva a trarne un’utilità.
C’è un altro esempio significativo: sempre al di fuori della legge, ma questa volta con ricadute pubbliche senza dubbio positive. Siamo in un angolo del rione Ballarò dove il crollo di una vecchia chiesa aveva lasciato uno spazio vuoto, ormai da anni riempito con la spazzatura.
Un gruppo spontaneo di guerrilla gardeners, i “Giardinieri di Santa Rosalia” ha spontaneamente preso l’iniziativa di ripulire quello spazio, progettarne il verde e costruirne gli arredi con materiale di riuso, coinvolgendo anche gli abitanti del quartiere per la gestione. Ecco la nascita di quella che hanno voluto chiamare “Piazza Mediterraneo” e che, agli occhi del turista piemontese, è una davvero perla rara che completa alla perfezione il paesaggio che la circonda, magnifico e pieno di contraddizioni.

piazza mediterraneo

Collegamenti esterni

Palermo è una cipolla, Robero Alajmo

Blog Parliamo di città

Google street view http://g.co/maps/m48bg

Piazza Mediterraneo:
http://giardinieridisantarosalia.blogspot.com/2011/07/luglio-colori-abbiamo-rinnovato-larredo.html
http://www.terrelibere.it/terrediconfine/4296-i-giardinieri-di-santa-rosalia-a-palermo-guerrilla-gardening-contro-spazzatura-e-degrado

Extra e Commenti

Ho fatto leggere questo articolo a un palemitano, Marco Siino, che ringrazio per aver voluto aggiungere un ulteriore spunto di riflessione:

Non so se in ballo ci sia anche il dualismo tra la cura per gli spazi percepiti come privati (i balconi dei quali parli anche tu) e l’incuria verso tutto ciò che è pubblico/collettivo/comune, che diventa degno di cura solo se ne ‘privatizzo’ l’uso (come il catorcio recuperato dall’ambulante nelle sue ore di ‘apertura’). Nelle passeggiate di quartiere di questi giorni (a Romagnolo, però), abbiamo notato che il verde è quasi tutto entro recinti privati. A quanto pare, il segreto del successo di “piazza Mediterraneo” è proprio il coinvolgimento reale delle persone del luogo, e in qualche maniera il pubblico-“micro” si fa anche un po’ privato-allargato, e allora funziona e viene tutelato. Mi viene in mente una (grossa) esperienza di liberazione di un monumento, la chiesa scoperta dello Spasimo, coperta di macerie, che funzionò e durò nel tempo grazie anche al protagonismo attribuito a chi concretamente spostò le macerie, cioè una coop. di ex-detenuti“.

La lettura di Chandigarh attraverso le riviste

La trasformazione del mondo inizia dalla trasformazione della nostra mente ed il rinnovamento della nostra mente inizia con la trasformazione delle immagini che introduciamo dentro: le immagini che attacchiamo nei nostri muri e che portiamo dentro ai nostri cuori.

Ward L. Kaiser,A new view of the world, 2005

rivista domus 790

Per poter fornire un esempio concreto di come il linguaggio architettonico possa essere influenzato da uno dei mezzi con cui questo processo avviene, riporterò, qui di seguito, una prima analisi dell’opera di Chandigarh attraverso le pubblicazioni di due delle più importanti riviste di architettura italiane: “Casabella” e “Domus”.

Uno dei primi articoli sull’argomento viene stampato nel 1953 su “Domus” dal titolo La carta per la creazione di una capitale. Qui, in una visione positiva del progetto e dell’impresa di una creazione di nuova città, viene spiegato quanto la pianificazione dell’opera sia stata attenta e scrupolosa, mettendo un accento su quali innovativi metodi moderni siano stati impiegati da Le Corbusier: la griglia urbanistica Ciam, il modulor, la “griglia climatica”, il Brise-soleil, la regola delle 7V.

Cito alcune righe dell’ articolo per rendere più esplicito l’atteggiamento con cui ci si poneva rispetto all’opera:

il caso è l’esempio straordinario che questa impresa rappresenta, è la edificazione di una città totalmente pensata e prevista prima della sua costruzione, dalla scelta libera del terreno alla distribuzione urbanistica, al programma economico, alla successione dei lavori, in una applicazione integrale dei metodi informatori della architettura moderna. Una città dove l’ incoerenza e il disordine sono esclusi“.[1]

domus 871

La stessa rivista, a distanza di una decina d’anni,  pubblicò un Omaggio a Le Corbusier, composto da alcune pagine di fotografie di Tapio Wirkkala. In quest’occasione, si può leggere quanto la figura di un grande architetto quale Le Corbusier, possa distrarre dal formulare un giudizio obiettivo sulle sue opere:

Queste fotografie sono un nostro ringraziamento a Le Corbusier: per quello che fa, per la bellezza di cui arricchisce il mondo.(…) La nostra epoca non ha molto da lasciare ai posteri, in fatto di architettura, e il futuro non sembra molto promettente. Queste di Chandigarh, come altre di Le Corbusier,(…) sono già entrate nella storia dell’arte, come le grandi opere della umanità – nonostante gli errori, urbanistici o tecnici, che alcuni vi vogliono cercare; e che il tempo stesso penserà a confutare“.[2]

Ecco che l’articolo citato è un calzante esempio di Soft power, questa volta ottenuto non solo attraverso le immagini di un’opera, ma tramite l’immagine che un architetto crea di sé o che viene creata da coloro che scrivono di quest’ultimo.

Un giudizio contrario rispetto agli articoli precedenti può essere invece compreso attraverso le righe di un articolo di L.Spinelli del 1993, sempre sulla medesima rivista:

Il risultato è quindi quello di una città che, pur innalzando il livello e la qualità della vita, celebra se stessa senza curarsi del rapporto con la realtà. Realtà che vive in maniera tragica la sua contraddizione di città progettata per l’automobile in un paese in cui la bicicletta rappresenta per molti ancora un sogno“.[3]
casabella continutàPassando ora in rassegna le pubblicazioni di un’altra rivista, quale “Casabella”, notiamo come in un primo articolo del 1956[4], Le Corbusier Chandigarh, risulti assente di una particolare critica. Qui viene infatti semplicemente presentata l’opera in un periodo in cui alcuni edifici della città iniziavano a concludersi. Per brevità, non ne citerò i contenuti.

Per trovare le prime critiche su Chandigarh, nelle pubblicazioni di questa rivista, bisogna attendere un articolo del 1988. Quest’ultimo si intitola Chandigarh oggi, dove Madhu Sarin scriveva:

In nessun momento del processo di preparazione del piano si pensò alla sua agibilità a lungo termine o alla accessibilità economica dei vari settori di popolazione a ben progettate abitazioni oppure a zone lavorative.(…) Oggi, 37 anni più tardi, e con una popolazione di 500.000 abitanti, Chandigarh ha tutti i tratti visibili della dualità tipica delle città del Terzo Mondo“.[5]

casabella

A seguire viene riportata un altro tipo di critica fatta poche pagine più avanti da Eulie Chowdhury che parlando di Le Corbusier dice:

il successo, qui, lui l’ ha certamente raggiunto a dispetto degli errori commessi da coloro ai quali venne affidata l’esecuzione delle sue idee: Chandigarh è a mio avviso, la nuova città meglio riuscita in India, se non nel mondo“.[6]

Un ultimo articolo pubblicato entro il 2006, su “Casabella”, è del 1995 intitolato Tafuri e Le Corbusier, dove si posso leggere riportate le parole di Tafuri tratte da Teorie e storia dell’architettura[7]:

Il valore ed i significati dell’architettura superano ciò che l’architettura riesce a realizzare nella società: la cattedrale di Chartres, la cappella dei Pazzi, il Sant’Ivo alla Sapienza, le salines di Chaux, la villa Savoye o il Campidoglio di Chandigarh sono testimonianze di idee che valgono come messaggi al di là dei loro effetti immediati nel comportamento sociale, al di là delle loro conseguenze storiche“.[8]

Gli autori del testo continuando nel loro discorso scrivendo:

Tafuri pensa che Le Corbusier scelse di dedicarsi esclusivamente al Campidoglio e ai suoi edifici monumentali. Il che permette a Tafuri di separare il Campidoglio dalla città circostante, il sito del “Plan”, e di assolvere Le Corbusier da ogni responsabilità nei suoi confronti“.[9]

Lascio a voi intuire quanto, col passare del tempo e con critiche ad un’opera attraverso strumenti quali riviste, il giudizio di un lettore, meno scrupoloso, possa mutare ed essere influenzato. Il caso Chabdigarh è un lampante esempio di quel processo che potremmo definire appunto come Soft power in architettura.


[1] Cfr.(direzione)G.Ponti, La carta per la creazione di una capitale,”Domus”, maggio 1953, p. 1.

[2] Cfr.C.M. Casati, Omaggio a Le Corbusier, “Domus”, settembre 1965.

[3] Cfr.L. Spinelli,Le Corbusier e Kahn in India, “Domus”, maggio 1993

[4] Cfr.(direzione)E.Rogers, Le Corbusier Chandigarh, “Casabella Continuità”, giugno 1956.

[5] Cfr.M.Sarin, Chandigarh oggi, Il Piano a confronto con la realtà sociale, “Casabella”, ottobre 1988, p.18.

[6] Cfr.E.Chowdhury, Chandigarh oggi, Gli anni con Le Corbusier, “Casabella”, ottobre 1988, p.22.

[7] Cfr.M.Tafuri, Teorie e storia dell’ architettura,1970 p. 244.

[8] Cfr.H.Lipstadt H.Mendelsohn, Tafuri e Le Corbusier,” Casabella”, giugno 1995, p.86.

[9] Ibidem p.88

IMMAGINI

[1] http://www.collezione-online.it/rivi…omus%20790.jpg

[2] http://www.designdictionary.co.uk/im…sign/domus.jpg

[3] http://www.radicineltempo.com/(S(sm2…48e129fdbe.jpg

[4] http://www.designdictionary.co.uk/im…/casabella.jpg

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Globalizzazione e soft power in architettura

Chandigarh 2006

Apprese le informazioni che in questo articolo Ianira Vassallo ci fornisce, vorrei proporvi alcune personali, e modeste, osservazioni al progetto di Chandigarh con un breve saggio suddiviso in tre parti per comodità di trattazione. La prima di queste parti, non vi spaventi, vi fornirà alcune nozioni socio-politiche utili per comprendere la seconda, che sfoglia le pagine  di due famose riviste italiane per saperne di più su questa città indiana, e la terza, che osserva il medesimo progetto raccontato su altre fonti per trarre delle conclusioni.

Il modo di ottenere ciò che si vuole per via indiretta è talvolta chiamato “l’altra faccia del potere ”

Joseph S. Nye jr, Soft power, 2005

Qui sotto a confronto due mappe, per mostrarvi quanto un’immagine possa strumentalizzare il sapere di interi popoli. Sulla destra la carta eurocentrica di Mercatore (1569), a cui la maggior parte di noi è abituata a pensare come rappresentazione del pianeta. Sulla sinistra invece la carta di Peters (1973), raffigurante le vere dimensioni dei continenti. La differenza tra le due carte è sostanziale, una è più corretta dell’altra, ma nelle scuole primarie  viene ugualmente insegnato che l’Europa è al centro del mondo e le sue dimensioni non sono tanto piccole rispetto agli altri continenti. Insomma, è lampante, le immagini possono educarci erroneamente.

mappa Peters

Immagini che si sono moltiplicate con l’avvento della globalizzazione, termine violentato ripetutamente dai media che indica un fenomeno che ha origine, secondo alcuni studiosi[1], nel Rinascimento europeo con le grandi scoperte geografiche, lo sviluppo dei commerci intercontinentali e, aggiungerei, con l’avvento della stampa. Avvenimento che si è sviluppato oltremisura con l’avvento del web e che il sociologo inglese Anthony Giddens bene descrive: “intensificazione di relazioni sociali mondiali che collegano tra loro località molto lontane, facendo sì che gli eventi locali vengano modellati da eventi che si verificano a migliaia di chilometri di distanza e viceversa[2].

Definizione di globalizzazione che può essere completata da ciò che scrive il sociologo italiano Luciano Gallino descrivendo il fenomeno come “l’accelerazione e l’intensificazione del processo di formazione di un’economia mondiale che si sta configurando come un sistema unico, funzionante in tempo reale[3].

Egli sostiene che “la globalizzazione è un fenomeno primariamente economico[4], non escludendone la valenza politica e culturale. Ciò significa che l’economia orienta le interazioni sociali spinta da ragioni di mercato. Ora, se porgiamo l’attenzione verso i mezzi con cui questo processo di influenza viene attuato, dobbiamo riportare le parole di Danilo Zolo:

si sostiene che gli imponenti flussi comunicativi, che partendo dai paesi più industrializzati si diramano nel mondo intero, hanno effetti di drastica riduzione della complessità linguistica e culturale, di appiattimento degli universi simbolici e di omologazione degli stili di vita[5].

Questa asserzione, traslata in un contesto specificatamente architettonico, spiega il diffondersi a macchia d’olio di quel processo che, con l’uso del software come strumento di progettazione, contribuisce a far perdere all’edificio il suo valore fisico materiale tanto da apprezzare un’opera, come già altri hanno scritto[6], per il suo aspetto di immagine. Così accade che molti progetti scivolino nel mondo della persuasione da locandina pubblicitaria, assecondando ciò che il mercato richiede loro. La valorizzazione  del progetto come immagine è coltivata anche nelle università, dove lo studente viene indotto a produrre materiale ammiccante, che sia competitivo più sotto l’aspetto della grafica che dei contenuti.

Il rischio di far prevalere l’immagine e non lo spazio costruito nella progettazione è concreto. A tal proposito diviene necessario introdurre il concetto di Soft power. Con questo termine si identifica il metodo di convincimento utilizzato nella politica nazionale e internazionale senza l’utilizzo di incentivi o minacce. Come ci suggerisce J. Nye jr. questo termine non è solo sinonimo di influenza e persuasione ma indica anche la <capacità di plasmare le preferenze altrui. Il Soft power è potere di attrazione.>[7]

È possibile allora ipotizzare che le scelte compiute da riviste o professionisti nel proporre determinati progetti, anche inconsapevolmente, producano Soft power. L’aspetto economico e di mercato nell’architettura ha un ruolo fondamentale, spesso le scelte progettuali sono dipendenti dalla produzione di determinate tecnologie. Ad eccezione di alcuni, il professionista non ha grande interesse propositivo sulla produzione tecnologica, sono le imprese e le committenze a mantenere le redini in questo settore. A questo punto diventa inevitabile chiedersi: le riviste di settore ci propongono linguaggi contemporanei dell’architettura o tendenze di mercato? Difficile rispondere con chiarezza a tale domanda perché confusi dall’attrazione di informazioni persuasive ma immateriali.

Da queste parole si può affermare che le riviste e le loro redazioni loro malgrado fanno parte di un processo globale di informazione che riduce la libera espressione e l’importanza del “piccolo progetto”. Con “piccolo progetto” si intende quel fenomeno di sviluppo di un linguaggio architettonico che, ponendosi contro corrente rispetto alle tendenze di mercato o al gusto globale, non può svilupparsi in maniera più concreta e propriamente culturale.

Ecco perché trovo importante trattare nella parte seguente un’analisi sulle riviste nel loro aspetto di deculturizzazione o, contrariamente, di conquista culturale. Per introdurvi ai contenuti seguenti, vi lascio con ciò che Serge Latouche scrive sulla globalizzazione indotta dall’Occidente, definendola come qualcosa che produce deculturizzazione e sradicamento dei popoli che non sono in grado di resisterle“.[8]


[1] Cfr. A. Sen, Globalizzazione e libertà, 2002, p.4.

[2] Cfr. A. Giddens, Conseguenze della modernità, 1994,p. 71.

[3] Cfr. L. Gallino, Globalizzazione e sviluppo della rete, 2001, p. 125.

[4] Cfr. Ibidem, p. 128.

[5] Cfr. D. Zolo, Globalizzazione una mappa dei problemi, 2004, p. 55.

[6] Cfr. (a cura) A. Petruccioli M. Stella, I paesaggi della tradizione: 34 saggi sul progetto di architettura nell’era della globalizzazione, 2001, p. 10.

[7]Cfr. J.S. Nye jr, Soft Power,the means to successin world politics, 2005, pp. 8-9.

[8] Cfr. S. Latouche, L’occidentalizzazione del mondo.Saggio sul significato,la porta e i limiti dell’uniformazione planetaria, 1992.

IMMAGINI

[1] A confronto carta di Peters sulla sinistra e carta di Mercatore sulla destra

La città di Chandigarh: progetto utopistico o realizzazione di un sogno?

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Il progetto per la realizzazione della città di Chandigarh in India, si colloca all’interno di un ben più vasto argomento che ha segnato nei secoli la storia dell’urbanistica: quello della realizzazione della città ideale.
Questo concetto fonda le sue radici nel Rinascimento che vede affermarsi in Italia i caratteri di una società nuova. L’antichità classica diventa un modello da far rivivere nel presente, mettendo in risalto l’importanza della bellezza ideale pensata come un equilibrio tra sentimento e razionalità. Nasce così il concetto di “città ideale”, in cui le idee di Platone, le geometrie assolute, le strutture urbanistiche radiali e a scacchiera si fondono per realizzare le città reali.

Da allora questo argomento non ha trovato risposta e i più grandi architetti e urbanisti della Storia si sono confrontati con esso. Non poteva essere di certo da meno la figura pragmatica di Le Corbusier che infatti nel 1951, dopo aver già esposto le sue idee innovative per la città di Parigi, viene contattato da Nehru detto Pandit, il primo ministro dell’Unione Indiana per costruire la capitale del Punjab.
La “Città d’argento”, come fu presto nominata, rappresenta la proiezione del sogno urbanistico rinascimentale della “città ideale” in epoca moderna. Essa venne progettata quando ancora si credeva nella funzione salvifica dell’urbanistica per risolvere i problemi della società. Le Corbusier infatti, credeva nella figura dell’architetto come risolutore dei conflitti sociali intervenendo sull’organizzazione dello spazio: ne è la dimostrazione il fatto che la città sia stata pensata come un gigantesco corpo umano metaforico e reale. La città è costituita infatti da diversi “polmoni”, ovvero parchi che forniscono ossigeno, e da vene e arterie che costituiscono l’ordinatissimo sistema dei grandi viali secondo uno schema gerarchico nel quale i percorsi automobilistici e quelli pedonali sono separati. All’interno dei diversi settori, invece, gli edifici residenziali sono “democraticamente“ tutti uguali.

La città di Chandigarh è ritenuta il capolavoro dell’architetto, in quanto rappresenta la sua opera più matura e ne riunisce la poetica, la tecnica e l’ideologia, racchiudendo le citazioni stilistiche delle opere più importanti. Le sue teorie rivoluzionarie e inizialmente anche contestate in Europa, che oggi appartengono alla storia dell’architettura, furono quindi proiettate in India in un progetto surreale che si può spiegare soltanto con il desiderio di rinascita di una nazione liberata dal colonialismo. “Come le città ideali del Rinascimento esprimevano il rifiuto dell’ordine urbano del Medioevo, che era in realtà un disordine urbanistico essendo basato su modelli di accrescimento spontanei, la città radiosa di Le Corbusier esprime il rifiuto della città. È uno schema governato da una progettazione standardizzata che può trovare luogo in ogni luogo, l’esito estremo di un processo di dissoluzione del tessuto urbano, la realizzazione di un’idea: quella del controllo totale dell’architetto e dell’architettura sulla città1.

La città rappresenta quindi una tabula rasa nella quale gli edifici monumentali del passato vengono affiancati da quelli del presente e tutto è ridotto a elementi semplici e assoluti; il sito perde quindi di importanza e prende vita una concezione nella quale il paesaggio urbanizzato è tutto, ma il terreno è nulla: gli edifici sono infatti sospesi su pilastri e non toccano terra.
Tutto assume lo stesso peso: la diversificazione delle facciate non esiste più (l’unité d’habitation è una costruzione seriale, componibile e scomponibile) e gli edifici residenziali, possono essere confusi con l’isolato urbano.

È interessante infine osservare come oggi, gli indiani siano riusciti ad appropriarsi di questa città e a “sentirla” loro. Essa rappresenta di sicuro un’eccezione rispetto alle altre città indiane di cui niente ha in comune: l’atmosfera di miseria e povertà, i colori, gli odori forti, la polvere delle strade, le folle di persone e le cultura della vita sulla strada, in cui lo spazio pubblico si fonde con la sfera privata. Poco infatti della dura storia di questo paese, dalle carestie alle guerre sembra entrare in questa città. Non si può fare a meno di notare però il coraggio che Le Corbusier ha avuto nel progettare una concezione di città così innovativa per il tempo e così distante da tutte le altre città indiane, perché se è vero che Chandigarh è estremamente non indiana nella sua struttura, oggi, dopo esattamente 60 anni, questa città è stata dipinta dall’India e dai suoi abitanti e popolata dai suoi colori ed odori: rimane quindi un luogo affascinante, dove la vita ha preso il sopravvento sull’utopia.

1 Dal Co Francesco, Bonaiti Maria, Le Corbusier, Chandigarh, Mondadori Electa, 2008.

BIBLIOGRAFIA:

A. Petrilli, L’urbanistica di Le Corbusier, 2006.

Gero Marzullo, Luca Montuori. Chandigarh. Utopia moderna e realtà contemporanea, ed. Kappa, 2005.

Casciato M., Le Corbusier e Chandigarh, ed. Kappa, 2003

sito internet ufficiale della città di Chandigarh: http://www.chandigarh.nic.in

 

Ripensare le guide turistiche

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La permanenza di un turista in un luogo può durare pochi giorni. Egli può tipicamente visitare le principali attrazioni turistiche, pernottare nei migliori hotel e provare alcuni piatti tradizionali nei ristoranti più blasonati. Molto spesso, al contrario, il turismo non è cosa di una toccata e fuga. La permanenza si può allungare nel caso di stage, Erasmus, master; comunque per motivi di lavoro o di studio.

Nei primi giorni si inizia col visitare le “cose tipiche”, successivamente, in base al grado di curiosità, tempo e voglia si desidera provare cose nuove. Tali inconsuete attrazioni sono difficilmente reperibili nelle guide turistiche. Le indicazioni di viaggio non sono più sufficienti.

Questo fenomeno accade nel caso in cui il turista ritorna nei luoghi già visitati: la prima volta si esauriscono i doverosi tour, le volte successive egli desidera provare qualcosa di più atipico e locale.

Le città sono un organo vivo e dinamico: mode, tendenze, locali cambiano giornalmente. Molti ristoranti aprono per una stagione, tante sono le serate itineranti, in crescita i temporary store e i flash mob. I residenti fagocitano inaugurazioni, feste esclusive, eventi culturali in luoghi che si possono conoscere solo se si è ben introdotti, iscritti alle giuste mailing list e abbastanza mondani. Il turista al contrario è solo, forse timido, non conosce le dinamiche locali e i luoghi maggiormente in voga.

Leggendo le guide turistiche della mia città a volte mi immagino tipiche situazioni di un turista che si reca in un ristorante, per poi mangiar male a causa di un cambio cuoco, oppure che si avventura in un locale per poi scoprirlo chiuso, vuoto, con un party privato.

Questi possono essere alcuni aspetti negativi, ma molte di più sono le cose belle che inevitabilmente sfuggono. Il turista non può conoscere l’evento, l’organizzatore, il cuoco, l’inaugurazione, la cosa giusta e unica da fare.

La città è vissuta con i passaparola e i consigli, tra le amicizie e i gruppi, veri o falsi che siano. Il turista è sprovveduto ma vuol vivere la città come tutti, come un indigeno e vuol provare cose uniche nel suo breve periodo di permanenza. Ne vuole approfittare.

Le guide turistiche non sono aggiornabili e se lo fanno on-line i giornalisti non possono sapere tutto. Per tale ragione intendo ripensare le guide turistiche composte non da punti fissi su una mappa, ma da persone, da stakeholders, da esperti e inguaribili presenzialismi. Una comunità di esperti utilizzatori della città. Il turista non consulta una mappa, ma contatta delle persone che sono in grado di informare, consigliare e indicare il luogo giusto nel momento più appropriato. La comunità è formata da individui che, come su Couchsurfing ti ospitano non nel proprio divano, ma nella propria dimensione urbana. Mediante forum, telefono, mail, “fax” (la tecnologia non manca, va solo pensata) il turista può domandare e ricevere i giusti consigli.

Le risposte sono ordinate geograficamente e temporalmente in base agli argomenti. Un archivio spazio-temporale che si forma mediante consulti semi privati e consigli mirati e personali, che condivisi sul web, formano una nuova e innovativa guida turistica.

Luoghi fuori dall’ordinario

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Il turismo è basato sui visitatori e sulle loro mete. Quali? I luoghi che attraggono i turisti sono caratterizzati da peculiarità geografiche-fisiche e/o da opere uniche dell’uomo. Tralasciando l’ambiente naturale, le suddette opere quali sono? Cosa ci attrae? Cosa visitiamo? Quali sono le caratteristiche di tali opere?

Il prodotto dell’uomo sul territorio è assimilabile a edifici, costruzioni o infrastrutture: tutti manufatti che hanno trasformato il territorio e che per la loro unicità e bellezza, attraggono milioni di turisti. Analizzando i tratti comuni, gli scopi e ragioni della loro realizzazione, emerge un interessante aspetto: la maggior parte è frutto della follia dell’uomo. Mi spiego. Iniziando con le piramidi come primo esempio. Esse avevano la funzione di tomba e di monumento per celebrare la grandezza del sovrano. Le piramidi venivano costruite da schiavi, che faticavano e morivano per il volere di una “folle” persona.

Un’altro esempio? La muraglia cinese, ho scoperto da poco che la sua costruzione è stata resa possibile da migliaia di prigionieri schiavizzati e ha comportato centinaia di vittime.

Cosa andate a vedere quest’estate? (tralasciando la natura) L’attrazione può essere il colosseo? Teatro di cruente battaglie e lotte tra schiavi, bestie e persone da giustiziare. Un castello? Abitazione e costruzione difensiva, nonchè macchina da guerra. Una chiesa? Dimostrazione dell’uomo all’avvicinamento a dio.

Prendiamo tutti i manufatti nell’elenco del patrimonio UNESCO, tutti sono accomunati dalla follia di un individuo o un gruppo di essi che imponendo il loro volere hanno eretto costruzioni come simbolo del loro potere, per sollazzare i propri piacieri o per dimostrare al divino ciò che si può fare per lui.

Non suona alquanto male tutto ciò? Abbiamo ancora voglia di andare a vedere una piramide azteca dove venivano sacrificate le persone? Visiteremo ancora teatri di battaglie? Luoghi di guerra? Le armerie reali?

Certo, lo faremo ancora, quella è la nostra storia. Ciò che caratterizza l’uomo. Segno del passato e monito per un futuro migliore. Tuttavia ciò non escude la stranezza di un turismo impostato sulla visita a edifici che verranno visti e mostrati per la loro grandezza, potenza, unicità e forza. Il turista, l’uomo rimane affascinato da tutto ciò. Bhè io non molto. Rimango basito nel pensare che alla base di un castello dei poveri venivano bruciati vivi e che nei forti morivano centinaia di soldati. Il grandour distoglie facilmente l’attenzione dalle ragioni e dagli utizzi di tali edifici. Occorre pertanto mostrare al turista tutta la realtà cruenta celata dalla grandezza architettonica, O forse viene già mostrata e proprio per questo accorriamo a visitarla.

Casa Pichler

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Sono numerose le immagini tratte dalle riviste che normalmente sfoglio e fagocito, a volte si dimenticano, altre rinvengono. Ecco, la casa di Walter Pichler è riemersa appena ho pensato all’imminente viaggio verso Rovereto, Merano e dintorni. Su nextroom intravvedendo l’immaginine della casetta con tetto in vetro ho escalmato: “fico, la vado a vedere!”.

Poche le indicazioni su internet, il Domus numero 850 sul quale avevo letto anni fa della casetta era nascosto nello scaffale della libreria; mi sono avvicinato all’architettura così: privo di nozioni e giudizi.

Primo scoglio individuarla geograficamente, destinazione Unterbirchabruck che in italiano doveva essere Nova Ponente.

Da Bolzano seguendo le buone indicazioni del gps, ci siamo infilati in una valle con gole di pietra color rosso profondo, il paesaggio si allarga, mancano 11Km al paese, passiamo un ponte; sfrecciando con la pandina rossa io e Stefano ci giriamo -Eccola!!!-. Data l’immensurabile velocità del mezzo, l’avevamo già passata, non era in Nova Ponente ma sulla strada per; in località Ponete Nova di sotto e precisamente: N 46.43615° – E 11.46745°.

Parcheggiamo, ci introduciamo tra due casettine in pietra e centrale lei: la casa d’artista. Li vicino una ragazza parlava al telefono rigorosamente in tedesco, noi incuranti, tanto non capivamo una fava, ci siamo piazzati accanto a lei, che si è allontanata probabilmente pensando: “sti due rompini perché non si spostano?”… figuaraccia in buona fede.

Finisce di parlare al cell, ci presentiamo, mi sale l’entusiasmo, lei era la nipote, nonché figlia, nonché cugina.. un macello.

Quindi cerco di mettere un pò ordine: nei primi del ‘900 sul terreno che in cui sorge la casa viveva e lavorava il ferro il “nonno Pichler”, custode di antiche tradizioni e di dimenticate strumentazioni; suo figlio Walter e l’omonimo cugino intorno agli anni ’60 prendono due strade: uno fonda un’azienda di carpenteria, l’altro si trasferisce a Vienna e diviene artista. I figli di Walter di Bolzano sono Sylvia e Peter, loro ci hanno accolto, raccontato e gentilmente ospitati nella casa Pichler. Sylvia è un architetto che professa il design, disegna borse sotto il nome di Zilla; il fratello Peter studia architettura a Vienna ed è prossimo ad un periodo di lavoro presso lo studio OMA di Rem Koolhaas.

Se il quadro è più o meno chiaro proseguo con l’avvincente storia. Il Walter artista, celebre per i suoi disegni e sculture che è dedito a ospitare in apposite scatole-contenitori-case, ha voluto tornare nei suoi luoghi di origine, ritrovare le proprie radici, rincontrare la famiglia e riavvicinarla attraverso un focolare, un simbolo, una casa. I Walter coalizzati intraprendono un percorso, un minuzioso e maniacale approccio all’Architettura. Ceduto il terreno e decisa la posizione dell’edificio iniziano le ricerche delle tecniche costruttive, dei materiali e la lavorazione tipica di quei luoghi.

Il progetto è studiato per costruire un piccolo edificio, raccolto, accogliente e rivolto alla famiglia nonché alle opere d’arte: un gioco di introspezioni e richiami.

Al di là della fucina, ora conservata a museo si allarga una piccola corte interrotta da uno stretto passaggio di pietra che conduce alla porta di ingresso. Entrando, il colore dominante è il bianco, i materiali sono naturali, le forme un pò spigolose, tutto è pulito, un sogno; la tenda sul soffitto separa come una nuvola la visione del cielo sotto il tetto di vetro; alle pareti i concetti, le opere i disegni appoggiati, non appesi, forse pronti per essere spostati o per non evidenziare troppo il legame dell’idea con la fisicità. Ciò che è materiale è perfetto, l’idea un abbozzo. I disegni quindi sono circondati dalla loro casa, una dimora per l’uomo e per lo spirito. Se l’immateriale aleggia, l’uomo viene affrancato dal progetto, dalla funzionalità degli oggetti minuziosamente progettati. Gli ambienti accolgono le funzioni, ripetono accolgono, è tutto messo a disposizione in un unico ambiente: lavandino, vetrinetta, i fuochi, la stufa, lo scaffale, il bagno, un armadio, una dispensa, il tavolo e un divano letto. E’ tutto? No. Nel passaggio di entrata, esternamente all’edificio c’è una superficie metallica, attraverso una maniglia la si più alzare e la sotto si cela il piano interrato. Sotto terra non c’è molto, si custodisce il cibo, si conservano gli alimenti tipici della zona; al centro della stanza un tavolo, due panche e le luci che si muovono con un contrappeso. Ora è tutto.

La sensazione finale è di maniacalità, probabilmente non si è più abituati a incontrare la passione, la capacità, la perizia e la dedizione al lavoro, alla progettazione, al costruito.

Mi sovviene ancora un’immagine, un ricordo, un particolare: le pietre che circondano l’edificio sono levigate, sono dure, il tempo è passato, l’acqua è scivolata ma loro sono simili a se stesse. Lisce, consumate dal tempo e dall’acqua, circondano la via e la base dell’edificio, donano sicurezza; sono depositate così per abbracciare la casa dell’artista e della famiglia: da una parte custodiscono l’arte, la passione, il sogno, dall’altra tengono unite le vite delle persone di quei luoghi. I Pichler anche se si allontaneranno, anche se percorreranno molta strada alla fine saranno sempre se stessi, avranno la medesima radice.

Grazie a Sylvia e Peter della visita, dell’ospitalità e della birra.

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Iu Ess Ei

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iu – ess – ei

iu – ess – ei

stati uniti. da non crederci. sali su un aereo e la sorte ti assegna una poltrona nella fila centrale. a parte l’accelerazione del decollo e le sgommate dell’atterraggio, per quanto ti riguarda potresti non essere mai partito. e invece scendi e tutti masticano un “uanagana” quasi incomprensibile, tutto è “sso cool”, ti parlano chiamandoti “man” o “guy”, tutto è sovradimensionato e così simile ai film da sembrare una caricatura. la bandiera ovunque, i cori natalizi nei centri commerciali, la sartoria italiana (mai vista da noi) dai prezzi alle stelle, il nauseante caffé degli starbucks , la cui folle temperatura tiene per un tempo incredibile, le inspiegabilmente minuscole bustine di zucchero, le enormi auto, le infinite limousine, i dollari che ti saltano fuori dal portafoglio, la mancia ai camerieri, le carte di credito, i grattacieli, la sorprendente gentilezza degli americani, le ragazze di milwakee che ti baccagliano, i colleghi americani (mark), l’incredibile facility manager (steve), la pronuncia mai corretta del mio nome, le bevande sempre troppo ghiacciate, il cibo stra-fritto che ti fa vedere i mac donald come paradisi del benessere, le case decorate con mille luci per natale – tutto splendido per natale, si può fumare nei locali, il vento, freddissimo, il presidente imperiale della american appraisal (ah, io lavoro per american appraisal), le signore degli uffici che si inteneriscono davanti ad uno sbarbatello chiuso in giacca e cravatta, i 100 sopralluoghi e le 1000 facce americane che dai “cubicals” ti guardano e pensano “ma questo chi è e perché mi fotografa?” ma nonostante tutto ti dicono “hi”, i letti straordinariamente comodi, l’onnipresenza della televisione (basket e football senza pietà) e dei suoi relativi accessori (poltrone vibranti in pelle multisnodo anatomiche anche termoriscaldate), i numerosi ciccioni, ‘sta pronuncia impastata che ti fa capire “dallas” quando dicono “dollars”, lo show pazzesco chicago bulls – los angeles lakers (let’s-go-bulls, let’s-go-bulls) il peggio gangsta modello video hip-hop che si scusa quando ti passa davanti, le tette gonfie per gli estrogeni, le tette al silicone, i culi mai a posto ma gli occhi magnifici.

mi è sembrato di star via una vita intera.

passioni, amicizie, impegni… tutto lontanissimo.

forse tanto più si dimentica quanti più chilometri si mettono tra noi e casa.

Terme Design

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AH! Le terme. Le nostre membra stanche sembrano non sopportare più gli impegni incessanti e la fatica di una contemporaneità assillante. Così si cerca di rilassarci nei brevi momenti di pausa, di vacanza. Le possibilità offerte sono molte e se ne inventano sempre nuove, derivate da tradizioni lontane e antiche. Un elemento resiste: l’acqua. Purifica la pelle, massaggia il corpo, emoziona i sensi.

Cosicchè gli amministratori delle terme disseminate nel mondo hanno iniziato ad investire. Chiamano architetti di fama a reinterpretare l’archetipo termale. Nei viaggi da noi intrappresi non può mancare una sosta alle terme, quelle “belle” progettate e costruite.

Questa pagina vuole raccogliere il maggior numero di “terme di design”, oppure “concept spa”: Salus per aquam (salute per mezzo dell’acqua) nonchè città belga famosa per le sue terme.

Chi conosce altre terme lo segnali nei commenti. grazie.


Terme di Vals (visitato)

Vals – Svizzera –

Arch. Peter Zumtor

http://www.therme-vals.ch

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foto Alessandro


Terme di Merano (visitato)

Merano – Italia –

Arch. Matteo Thun

http://www.termemerano.com

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immagine sito internet


Hotel delle Terme

Dax – Francia –

Arch. Jean Nouvel

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immagine sito internet Jean Nouvel


Bad Blumau (visitato)

Bad Blumau – Austria

“Arch.” Friedensreich Hundertwasser

http://www.blumau.com

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foto Alessandro e Stefano


Aqua Dome

Längenfeld – Austria

non si conosce l’architetto (forse meglio così)

http://www.aqua-dome.at

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immagine sito internet terma


Thermae Bath Spa

Bath – Gran Bretagna

Arch. Grimshaw Architects

http://www.thermaebathspa.com

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immagine sito internet terma


Cheap Chains Hotels

Catene di alberghi economici e standardizzati

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Hotel Croce Federale -La Chaux-de-Fonds- Svizzera – provato il 3 giugno 2006

Il viaggio regala grandi piacevoli sensazioni ed esperienze, si è liberi, liberi di tutto, ma non dai bisogni primari tra cui il dormire. Giust’appunto l’albergo è la voce di costo maggiore quando “si va in giro”. Con il portafoglio a fisarmonica è possibile scegliere suite in hotel di charme, altrimenti lo spirito di adattamento dovrà aiutarci nella scelta di una sistemazione. Le soluzioni non sono molte: campeggio, b&b, couch surfing, panchina. Oppure durante i miei viaggi prediligo gli alberghi STANDARDIZZATI (Gabriella non farà che criticare).

Normalmente gli hotel di questo genere fanno parte di una catena, sono collocati nella periferia delle grandi e piccole città, ti accolgono a qualsiasi ora e se hanno il pagamento automatizzato si può dormire in doppia in tre-quattro persone (ma non lo dite a nessuno).

Ecco in questo elenco i più blasonati:

etap http://www.etaphotel.com

formula 1 http://www.hotelformule1.com

Village Hotel http://www.villages-hotel.com

Easy Hotel http://www.easyhotel.com

Ibis Hotels http://www.ibishotel.com

Motel 6 http://www.motel6.com

Premiere Classe http://www.premiereclasse.fr

B&B Hotels http://www.hotel-bb.com

Holiday Inn Express http://www.hiexpress.com

Cube Hotels http://www.cube-hotels.com

Orange Wings http://www.orangewings.com – Austria

Omenahotellit http://www.omena.com – Finlandia

Yotelhttp://www.yotel.com – Londra

citizenMhttp://www.citizenm.com – Amsterdam

stayokayhttp://www.stayokay.com – Olanda


Consiglio la lettura del seguente libro:

McLane D., Cheap Hotels, Taschen, ISBN 3-8228-1440-7

http://www.taschen.com

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Ginevra

logo_ginevra

Raccolgo in questa pagina tutte le preziose informazioni di viaggio fornite dalle mia amica di Skype Enrica

e le altre info arrivate troppo tardi da parte di Alma.


DORMIRE

tutti cavoli vostri abbiamo avuto l’impressione che trovare da dormire sia molto difficile se non attraverso un’adeguata prenotazione.

http://www.geneve-tourisme.ch

altrimenti, se la stagione lo permette, si va di campeggio in riva al lago.


QUARTIERI COOL

Plainpalais (rue de l’école-de-médecine, rue des Vieux-Grenadiers)

Centro storico

Carouge piccolo paesino un pò fuori… verso sud, al di là del fiume


LOCALI / RISTORANTI COOL

Café Gallay, 42 bd saint-georges, 1205 Genève

Qu’Importe, Rue Ancienne 1, 1227 Carouge

alhambar, rue de la Rôtisserie, 10 1204 Genève, http://www.alhambar.com

Café du Lys, 7 rue de l’Ecole de Médecine 1205 Genève, http://www.cafedulys.ch

Ferblanterie, Rue de l’Ecole de Médecine 8 Genève

LA SIP, Rue Des Vieux Grenadiers, Geneve, http://www.lasip.ch

Le Carnivore, rue Neuve-du-Molard, 11 1204 Genève


CENTRI CULTURALI / MUSEI

(dove siamo stati.. per altre info http://www.geneve-tourisme.ch)

Centre pour l’Image Contemporaine http://www.centreimage.ch

MAMCO Musée d’art moderne et contemporain http://www.mamco.ch

Musees d’art et d’histoire de Geneve http://www.ville-ge.ch/musinfo/mahg


DISCOTECHE

WEETAMIX vicino all’areoporto, bellissimo club.. controllare le date e gli eventi http://www.weetamix.com

CHAT NOIR * nel paesino di Carouge http://www.chatnoir.ch (musica regge, world music… con piscinaaa)


TERME

therme of Cressy http://www.cressysante.ch


out_weetamix

come dice Enrica: “trois cadavres!” alle 5.30 del mattino dopo 22 ore in piedi e 5 di danze sfrenate al “ritmo” di Luciano http://www.cadenzarecords.com e Steve Bug http://www.pokerflat-recordings.com

places

Café du Lys, Ferblanterie in rue de l’Ecole de Médecine e LA SIP dove si mormora non si possa entrare con le scarpe da ginnastica

Salone del mobile 2005

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Articolo wiki-sfera scritto di fretta al limite della svogliatezza. Invito i lettori e compagni di viaggio a dare un pò di tono a questo articolo cliccando due volte sulla pagina per modificare e rimpolpare l’articolo.

…bando alle critiche sorte dalle due fazioni femminili…

equipaggio partito da Torino ore 15 composto da (come da foto)

io, Giulia, Benedetta, STEFANO, GABRIELLA

pioggia lungo tutto il tragitto, sosta obbligatoria all’autosgrillo, siamo giunti in Milano verso le 16.45

Triennale http://www.triennale.it abbiamo preso visione delle seguenti esposizioni: Gaetano Pesce http://www.gaetanopesce.com, Abet Laminati http://www.abet-laminati.it & Ettore Sottsass http://www.sottsass.it ed altre… non ricordo i titoli.. cmq… design giapponese, australian urban design, concorso Mini illuminazione pubblica, una panchina per Milano, concorso di idee per una nuova porta…

papa_design

Stremati ma non contenti, mi impossesso della guida Interni http://www.internimagazine.ite mi trasformo nell’incubo del gruppo: il papadesign.

Raggiungiamo SIMONA e le altre… in zona Tortona. Niente aperello, troppo tardi. Un crostone pomodoro e mozzarella è stata la nostra cena in piedi. Attanagliati da un freddo polare ci facciamo una bella birretta ghiacciata. Ummm… Incontriamo nell’ordine Roberto forestale Musmeci, Elena fotografa Biringhelli SIMONA e le altre. Come dei pellegrini mongoloidi ci avventurammo in cerca di un locale-utopia, cioè caldo, accogliente, che ci si possa sedere, musica e cocktails buoni. Ovviamente dopo ore di cammino, vagabondaggio abbiamo ripiegato sul più triste baruciu sul naviglio grande. Tristezza-stanchezza a non finire. Come direbbe DAMIANO: «ANDIAMO A BALLARE, SERATAAA». Alla fine optiamo per l’Orso. CASINO di più. Non si riusciva ad entrare. La stanchezza ha vinto, direzione: casa di SIMONA.

Ore tre del mattino NOVE in una casa. Ummm… Io il pavimento del corridoio, sopra di me STEFANO sul divano, BenedettaGiulia sul lettinounapiazza, GABRIELLA sul pavimento camera da letto, SIMONADaniela lettinounapiazza, Elisa lettino e Manuela materasso. WOW

ore 10.30 svegliaaaa, doccia, colazione, trasloco, i due gruppi si dividono… noi andiamo per fuorisalone. Vista la giornata più o meno soleggiata, la qualità dei fuorisalone e che non volevamo chiuderci nel salone satellite, ci siamo diretti in Zona Tortona. Qui abbiamo visto la mostra di architettura “Entrez lentement“, Pitti Living, Bruco di Zona Tortona, Superstudio Più, etc. Spostandoci velocemente in Polo… la Fabbrica del Vapore http://www.fabbricadelvapore.org, Vitra, il “Salone des Refuses” e… all’Hangar Bicocca.

Ecco il nostro album di viaggio.

provini

…e “I sette palazzi celesti” di Anselm Kiefer, struggente, commovente, devastante installazione nell’Hangar.

kiefer

poi… basta. Ritorno a casa, Torino ore 22.


grazie simo per averci ospitati

Dan Flavin

UNA FLORESCENZA CHE INCANTA

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foto di Alessandro

Dicono fosse burbero e solitario, sfumature di carattere necessarie per un uomo capace di modificare in modo profondo e delicato lo spazio. Meglio forse parlare di luoghi, spazi con identità forza emozioni. Flavin ha trovato nei tubi fluorescenti il mezzo per farlo. La semplicità del colore diffuso attraverso la luce di semplici neon, modifica lo spazio donandole nuove sembianze, emanando emozione. I fotoni si dipartono, incrociano e fondono in profondi significati simbolici.

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A otto anni dalla scomparsa, le stanze della Villa Menafoglio Litta Panza di Biumo, presso Varese, ospitano tra il 30 settembre e il 12 dicembre 2004 una grande retrospettiva su Dan Flavin.

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Appunti di viaggio

  1. se arrivate in macchina… una volta raggiunta Varese, le indicazioni per Villa Panza sono presenti ovunque e potete lasciare la macchina nel parcheggio gratuito della villa;
  2. consiglio il brunch, 15€, del circuito Nescafè (solo sabato e domenica);
  3. ASSOLUTAMENTE da visitare la villa con opere imperdibili (tra cui Spalletti, Ford Beckman, Roni Horn) disseminate nelle stanze una volta private, ora donate al FAI, Fondo per l’Ambiente Italiano. Prendetevi la triste, ma fondamentale, audioguida;
  4. visitate questi due siti: http://www.varesegallery.com/villapanza oppure http://www.vareseweb.it/villapanza;
  5. leggere il libro-catalogo (ibs);
  6. lasciatevi folgorare.

del programma di Ale mi va tutto bene ma evitate accuratamente il brunch Nescafè….alias caffè orribile Nestlè.

Andate meglio a mangiare in una classica trattoria del posto… Gabri

Geocaching/Langhe numero uno

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Durante la gita in quel di PianaCrixia abbiamo prontamente sfruttato l’occasione per andar a cache. Impallinati di qualsiasi strumento elettronico, da quando ci hanno prestato un gps (grazie ad Alessandro Bollo), il geocaching è diventato il nostro gioco preferito. Attraverso la cartina del sito geocaching abbiamo individuato un cache più o meno sulla strada.

Detto fatto i due equipaggi* guidati dal gps verso le coordinate del cache Langhe numero uno ci siamo diretti verso Ceretto Langhe.

Giunti sui 44° 34.627 nord e 008° 03.951 est alle 19.25 nel buio totale ci siamo messi a cercare.

Cerca che ti ricerca con la super pila da otorinolaringoiatra e le indicazioni del The Plank Team dopo un attimo di sconforto l’abbiamo trovato!!!

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Dentro il barattolo della Illy abbiamo trovato svariati cazzabubu e il logbook.

Incredibile leggendo il blocco note abbiamo scoperto che lo stesso giorno, 10 ottobre 2004, quattro ore prima i due sconosciuti Chikka e Ale erano passati di li.**

Come regola potevamo (e volevamo) prendere e lasciare qualcosa. Dopo un breve consulto abbiamo preso uno scellino austriaco a testa e lasciato la bomboniera*** del Matrimonio Damiano.

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Compilato il logbook, chiuso il barattolo, abbiamo riposizionato sotto la pietra il cache. Infine, stanchi dalla lunga ma soddisfacente gita, ci siamo diretti verso Torino.

*componenti della gita IO, GIANLUCA, GABRIELLA, STEFANO, SIMONA e le ospiti Stefania e Chiara

**il loro sito è http://www.chikka.net per chikka e http://www.geocaching.kazuma.net per Ale

***la bomboniera è quella di MARCO …ero stufo di portarla nella borsa da ormai due mesi


Ho scoperto che tra le regole del geocaching è sconsigliato immettere cibo all’interno del cache. Già, perchè la bomboniera normalmente è composta da decorazioni e confetti (cibo).

Ovviamente ci scusiamo con tutti i geocachers!!! Ecco le regole:

Food items are ALWAYS a BAD IDEA. Animals have

Viaggio Marsiglia e Nîmes 2004

Architetture a caso:

  • Will AlsopHotel du Department des Bouches du Rhone – quartiere St Just – Marsille
  • Le CorbusierUnité d’Habitation – 280 Boulevard Michelet – Marsille
  • MAC – musée d’art contemporain – Marsille
  • Jean Nouvel detto anche Gianni Novello – Complesso resideniale Nemausus I & II – Rue Vincent Faita, Avenue Général Leclerc – Nîmes
  • Jean-Michel Wilmotte – School Library – Nîmes
  • Jérôme Brunet, Eric Saunier – ‘de la Placette’ Elementary School – Rue Emile Zola – Nîmes
  • G. Cusy, M. Maraval, Agence Ter  – Philippe Lamour Gymnasium – Nîmes
  • Vittorio Gregotti Stade des Costieres ports complex – Le Parnasse – Nîmes
  • Philippe Starck Abribus Bus Stop – Rue Notre Dame – Nîmes
  • Sir Norman Foster & Associates Carré d’Art library museum of art – Place de la Maison-Carrée, Boulevard Victor Hugo – Nîmes

Link interessanti:


Ovviamente una bella deriva in Marsiglia non poteva mancare

Abbiamo scelto casualmente il quartiere Panier

Il nostro fido GPS ha memorizzato il percorso tra le intricate vie del quartiere e ha restituito questo disegno, un po’ astratto ma comunque degno del GPS DRAWING

deriva-marsiglia-1

Viaggio In Austria 2004 – 2006

viaggio_austria

TANTO PER RICORDARSI

architetture interessanti da vedere in Austria

a caso:


BKK -3

sotto il nome di bkk-2 – Appartamenti Sargfabrik – Goldschlagstraße 169 – Wien

Uffici IP-Two – Lerchenfelder Gürtel 43 – Wien

Uffici IP-One Gewerbezentrum – Fernkorngasse 10 – Wien

Appartamenti MISS SARGFABRIK – Missindorfstraße 10 – Wien

Virgilkapelle – U Bahn Station Stephansplatz – Wien

Villa con Weingut Loimer a Langenlois


HOLODECK.at

hall 01 – Lastenstrasse – St. Veit an der Glan


propeller z

DBL double – Wien

GIL 1 – Mariahilfer Straße 49 – Wien


querkraft architekten

Fitnesshaus – Klosterneuburg – Vienna


dreer2

Haus im Apfelbaum – Sonnleitengasse 23 – Klosterneuburg – Vienna

Haus max3 – Wasserstrasse 3 – Klosterneuburg – Vienna


Rudolf Schwarz

Pfarrkirche St. Florian – Wiedner Hauptstraße 97 – Vienna

Kirche Zur Hl. Theresie – Losensteinerstrasse 6 – Linz


Schneider & Lengauer

Bürohaus S’P’S’ – Jaxstrasse 2 4 – Linz


archinauten

Supermarkt Spar – Linz bello di notte


x architekten

Zubau Haus K. – Plankstraße 5 – Linz

City Tower – Lastenstrasse 38 – Linz

Kombiverkehrszentrum – Saxingerstrasse 1a – Linz

Juwelier Mayerhofer – Hauptplatz 22 – Linz


Caramel

haus_h – Dannerweg 10 – Linz

Reklamebüro- Industriezeile 26 – Linz


Klaus Kada

festival hall – Franz Schubert Platz – st. Pölten

Leykam knp – Gratkorn – Graz

Kindergarten Thalgau – Ferdinand Zuckerstätter Straße – Thalgau – mappa

Seniorenheim Thalgau- Ferdinand Zuckerstätter Straße – Thalgau

Stadthalle – Messeplatz 1 – Graz

Institut für Pflanzenphysiologie – Zubau Schubertstrasse 51 – Graz

Studentenwohnhaus WIST – Wienerstrasse 58a – Graz


Holz Box Tirol

Minibox – Sitzplätze 4 Colinstrasse 3 – Innsbruck

Condominio – Höttinger Au 23 a – Innsbruck

Jugendcamp – Marktplatz 40 – Passail – Graz

Casa BASE – Klosterneuburg – Vienna


UN Studio

Industria Umspannwerk Mitte – Salurnerstraße 11 – Innsbruck


henke und schreieck Architekten

Condominio – Frauenfelderstrasse – Vienna

Volks und Hauptschule Leberberg – Svetelskystraße 4 – Vienna


weichlbauer / ortis

Abitazioni wohnDNA – Gratkorn – Graz

Wohnbau Neuverpackung – St. Lorenzen – tel: +43 (3126) 4510 ???


Kaufmann 96 GmbH

Einfamilienhaus Fred Fertighaus – Dornbirn

Hotel Post Zubau – Bezau

Bautischlerei Feuerstein Produktionshalle – Bizau

SU SI Fertighaus – Reuthe – Bezau – Dornbirn

kfn Zweifamilienhaus Kaufmann – Andelsbuch – Dornbirn


AIX Architects

Inselgebäude mit Überdachung Grenze Tisis – Liechtensteinerstrasse – Feldkirch

Industria – gfe Ebenhoch – Koblach – mappa

Concessionaria auto Zubau Autohaus Rohrer – Rankweil – Feldkirch


Peter Ebner

Betriebsgebäude F + T – Gemischte Nutzung – Hallwang – Salisburgo

Casa – Bergheim – Salisburgo

sempre a Bergheim di Eva und Fritz

für Eva und Fritz – Bräumühlweg 5 – Bergheim

students hostel – Glockengasse – Salisburgo


Massimiliano Fuksas

Centro commerciale Europark – Europastrasse 1 – Salisburgo

Vienna Twin Tower – Wienerbergstraße 11 – Vienna


le architetture di Otto Wagner, Josef Hoffmann e Joseph Olbrich (vedi Zevi)

le architetture di Loos (vedi Zevi)


Coop Himmelb(l)au

tetto – Vienna – corner of Falkestrasse and Biberstrasse

Funder Factory – st. Veit Glan –mappa

Aparatament Building Gasometer B – Vienna

Uffici e centro ricerche – Seibersdorf


AllesWirdGut

Mehrzweckgebäude – Dorfzentrum – Fließ – mappa


Peter Zumthor

Kunsthaus Bregenz – Karl Tizian Platz 1 – Bregenz


Spacelab Cook-Fournier

Kunsthaus – Graz


Rainer Köberl

Edificio commerciale MPREIS – Wenns – mappa


Vass Andreas

Viktorg 22

A-1040 Wie

Phone +43(1)5045828


Morphosis

Sede di una banca – Alpen Adria Platz 1 – Klagenfurt


Anne Lacaton & Jean Philippe Vassal

Café de l’Architekturzentrum – Vienna


Dominique Perrault

Municipio Rathausgalerie – Maria-Theresien-Straße 18, 6020 – Innsbruck

Uffici e commercio – Anichstrasse – Innsbruck

Supermercato Mpreis – Zirl – mappa

sempre a Zirl casa Schrattmaier di Ernst J. Fuchs

Supermercato Mpreis I e II- Wattens – mappa


Steven Holl

La Casa del vino: Besucherzentrum Weinerlebniswelt Loisium – Loisiumallee 1, 3550 – Lagenlois – mappa

sempre a Lagenlois – di Karl Gruber- Casa Ruiner

ancora a Lagenlois – Vögerlweg- di Andreas Burghardt – casa Weingut Loimer


Herzog & de Meuron

Vienna – District 22 (Wien-Bezirk 22) Ecke Pilotengasse, Hausfeldstraße – mappa


ARTEC Architekten

Chemist’s Shop – Vienna – Rüdigergasse 22

Zu- und Umbau zu einem Bauernhof im Marchfeld – Raasdorf – Vienna

Raum Zita Kern – Zubau Pysdorf 1 – Raasdorf

Efaflex Betriebsgebäude – Gewerbestrasse – Baden


Jean Nouvel

Gazometer – Guglgasse – Vienna

Interunfall – Brielgasse 19 – Bregenz


Zaha Hadid

Bergisel Ski Jump – Berg Isel – Innsbruck


finire di esplorare i seguenti siti:

http://www.austria-architects.com

http://www.detail.de

http://www.offensivewien.de

http://www.archinform.net

http://www.architekturszene.at

http://www.nextroom.at


piano urbanistico PILOTENGASSE HOUSING ESTATE VIENNA


Hundertwasser

“Se uno sogna da solo, è solo un sogno, se molti sognano insieme, è l’inizio di una nuova realtà.” 1. Abitazioni Regenturm a Plochinghen

mappa

2. Kunsthaus a Vienna

3. Chiesa a Barnbach – Graz

4. Fabbrica Rosenthal a Selb

5. Silos per Cereali a Krems

6. Casa Hundertwasser a Vienna


Hans Hollein

Distretto culturale di St. Polton – Landhausviertel Kulturbezirk, 3100 St. Pölten

Hass Haus – centro commerciale – Stock-im-Eisen-Platz 4, 1010 Wien – Vienna


Peter Lorenz

BUROCONTAINER – Natters – Innsbruck

sempre a Natters – Osteräcker 12 – casa di riccione architekten

Village Centre Mpreis – Saglstraße 69d Telfs-Puite – Innsbruck

Future Centre – Maria Theresien Straße 16- Innbruck

Atro centro in Bürgerstraße Colingasse – Innsbruck


Emerging Architecture

BULANT & WALZER, PETER EBNER, GEISWINKLER & GEISWINKLER, KAUFMANN 96 GMBH, RAINER KÖBERL, LICHTBLAU.WAGNER, MARTE.MARTE, PICHLER & TRAUPMANN, RIEPL RIEPL, SPLITTERWERK Gerhard Mitterberger

http://www.novaron.ch

Adolf Krischanitz


Per giocare al piccolo architetto affamato acquistare generi alimentari nei supermercati

Mpreis


Georg Pendl

Sopraelevazione

Dachausbau Sonnenburgstraße

– Sonnenburgstraße 11 – Innsbruck

Supermercato Mpreis – Kramsach – mappa


Ernst Beneder

tel: +43 (1) 512 34 32

Casa Huf – Blindenmarkt – mappa

Ostarrichi Kulturhof – Neuhofen – Ybbs – mappa

Stift – Stift Herzogenburg, 3130 – Osterkapelle – Herzogenburg – mappa

sempre a Herzogenburg – Bahnzeile 16 – uffici di Franz Sam

Casa Fuchsluger – Hugo Kirsch Gasse, 1230 – Vienna

Baumgartner Höhe ­ Otto Wagner Spital mit Pflegezentrum, Umbau Pavillon, 3, 5 und 11 Neurologisches Zentrum – Vienna

Casa G. – Johann Winter-Gasse 34, 3250 – Wieselburg – mappa


Riegler Riewe

computing and electrotechnological institutes – Inffeldgründe, 8010 Graz – Graz

Housing Straßgang – Banhofstrasse – Graz

Metahof – Graz


walter unterrainer

Abitazioni Solarwohnanlage – Zwischenwasser – vicino a Feldkirch

Industria – Beim Gräble 6 – Feldkirch Case gemelle – Sonnenstrasse 17, 6900 – Bregenz


splitterwerk

Abitazioni – Hödlwaldgasse 11 / Feldbahnweg 23 – 5111 – Bürmoos – Salisburgo – mappa


Geiswinkler & Geiswinkler

Guess Club – A-1060, Kaunitzgasse/Eggerthgasse- Wien

Galerie Image Wien 1 – A-1010 Wien – Ruprechtsplatz 4-5

Kindertagesheim – Wien 21 – A-1210 Wien, Gschweidlgasse 1

Masterplan Gartensiedlung Kellerbergasse – Wien 23 – Wien – Kellerbergasse


Marte.Marte

Casetta – Fußach – Bregenz

Cemetry Extension with Chapel – Zwischenwasser – vicino a Feldkirch

Uffici Bürohochhaus SIELustenau – Milleniumspark – Lustenau presso Bregenz – mappa

Teatro e concert hall Probelokal Zwischenwasser – Batschuns / Furxstrasse 1, 6832 Zwischenwasser – tra Bregenz e Liechtenstein mappa

Centro sportivo Bootshaus Fussach (A) – In der Schanze BP 162, 6972 – Fussach – presso Bregenz – mappa

Ponte Frödischbrücke – Austrasse / Schützenstrasse, 6832 – Sulz – tra Bregenz e Liechtnestein – mappa