Notizie e Up Date

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Un elenco di siti, blog, riviste che danno informazioni quotidiane ed aggiornate sugli argomenti di nostro interesse.

Dal momento che parliamo di Folksonomy, che guardiamo e commentiamo siti web, che li utilizziamo quotidianamente per trovare notizie, che predichiamo l’apertura e la condivisione allora dobbiamo muovere il nostro elenco su http://del.icio.us il prima possibile.


Tafter.it

Questo sito merita decisamente il primo posto! Guardare per credere….


Pubblicazioni Scientifiche:

  • http://portal.acm.org Datababse di paper e pubblicazioni scientifiche, sono archiviati 950.000 articoli scritti negli ultimi 50 anni, alcune risorse sono a pagamento, ma la maggioranza delle biblioteche pubbliche e universitarie è abbonata consentendo una consultazione completa. In alternativa potete provare a cercare su Google il nome dell’articolo e l`autore.

Arte:

  • http://futurefeeder.com Feed technology, design + architecture
  • http://www.neural.it Informazioni quotidiane su arte e musica elettornica
  • http://www.doorsofperception.com Doors of Perception (Doors) is an international conference and knowledge network which sets new agendas for design – in particular, the design agenda for information and communication technologies (ICTs).
  • http://www.turbulence.org/blog A research blog about network-enabled performance
  • http://rhizome.org Rhizome.org is an online platform for the global new media art community. Our programs support the creation, presentation, discussion and preservation of contemporary art that uses new technologies in significant ways. We foster innovation and inclusiveness in everything we do.
  • http://www.we-make-money-not-art.com Recensione di progetti artistici che utilizzano la tecnologia come medium
  • http://www.woostercollective.com The Wooster Collective was founded in 2001. This site is dedicated to showcasing and celebrating ephemeral art placed on streets in cities around the world. Vedi ArteNelloSpazioPubblico
  • http://www.experientia.com/blogDAILY INSIGHTS ON EXPERIENCE DESIGN, USER EXPERIENCE AND INNOVATION
  • http://dataisnature.com Dataisnature is a weblog of personal and recreational research containing information and links covering the following topics – Robot Art, Algorithmic and Procedural Art, Computational Aesthetics, Glitch Aesthetics, Vj’ing, Video Art, Computational Archaeology and similar subjects.
  • http://www.free-soil.org Free Soil is an international hybrid collaboration of artists, activists, researchers and gardeners who take a participatory role in the transformation of our environment. Free Soil fosters discourse, develops projects and gives support for critical art practices that reflect and change the urban and natural environment. We believe art can be a catalyst for social awareness and positive change.
  • http://www.generatorx.no Art, code and VJ

Sistemi sociali:

Tecnologia:

Architettura & Design

Architetture presto inutili – Paesaggi digitali

credits: http://www.flickr.com/photos/10404945@N05/884242901

La storia dell’uomo può essere narrata attraverso oggetti —e funzioni— inventati in relazione alle contingenze. In ogni epoca individui o gruppi di persone si sono dotati di strumenti materiali che, grazie alla loro utilità, hanno aiutato l’uomo a sopravvivere e a vivere.
In relazione alla piramide di Maslow, è affermabile che l’uomo occidentale contemporaneo ha più o meno le possibilità e capacità di arrivare ai vertici della gerarchia dei bisogni. Tali bisogni sono spesso soddisfatti attraverso gli oggetti e le loro funzioni, ad esempio: una ciotola per abbeverarsi o raccogliere il cibo; la casa per ripararsi, cucinare, riposare, amare; un elemento simbolico (da un totem ad una chiesa) utile a identificarsi e a consolidare il senso di appartenenza. Oltre alle funzioni primarie si trovano tutti quei bisogni riconducibili a simboli e oggetti che un tempo erano accessibili a pochi individui, ma che nel mondo occidentale e contemporaneo sembrano scontati e dovuti. Automobili, gite fuori porta, computer, vestiti, trattamenti di benessere, telefoni, etc. sono figli di questo incredibile periodo di benessere che sempre più individui stanno vivendo. Parallelamente le città si dotano di servizi e infrastrutture utili a supportare lo sviluppo e la crescita della ricchezza e del benessere. Nel contesto urbano i cittadini, supportati dalle politiche del welfare state, possono godere di trasporti pubblici efficienti, parchi, scuole, erogazione di luce, ecc. Non solo i governi offrono funzioni e servizi, infatti i privati, in luoghi deputati (ristoranti, cinema, palestre, negozi in generale) vendono qualsiasi cosa.
Nella società del consumismo tutto è voluto, tutto è venduto, in qualsiasi forma, in qualsiasi luogo. Soffermandosi sulla dimensione materica degli oggetti e dei luoghi deputati ad accoglierli, mostrarli, consumarli, oggi stiamo vivendo un processo di smaterializzazione o digitalizzazione di tali oggetti e servizi. Tra tutti si può pensare alla musica che è fruita digitalmente senza bisogni di supporti materici: i vecchi dischi, musicassette, cd. Tutto corre sul filo delle Information and Communication Technologies, e a volte anche senza fili, se si pensa al Wi-Fi. Quali effetti potrà avere questo cambiamento nelle nostre città? Se gli oggetti si smaterializzano, cosa succederà ai luoghi di vendita e consumo dei prodotti? Da cosa verranno sostituiti questi spazi/servizi? La crisi dello spazio pubblico aumenterà ancor di più oltre agli effetti dati da automobili, tv e paura?
A termine di questo articolo provo a raccogliere, in modo più o meno esaustivo (in un ordine poco ragionato) tutti quei luoghi che oggi sono scomparsi o in procinto di perdere la loro funzione a causa della conversione digitale.

ciò che era/è il passato o presente -> (sostituito/a da) -> ciò che è/sarà il futuro o presente

  • sale giochi -> console e mobile game
  • cabina telefonica -> cellulare
  • agenzie di viaggio -> booking on-line
  • poste -> e-mail
  • cambia valute -> sportello bancomat
  • banca -> home banking
  • negozi di musica -> pirateria di musica digitale e itunes store
  • cinema porno -> youporn e compagni
  • librerie e edicole -> ebook, blog
  • museo -> visite virtuali
  • caselli autostradali -> navigatori satellitari e sistemi di pagamento on-line
  • stadio -> streaming on-line
  • copisterie e laboratori di sviluppo e stampa -> schermi digitali
  • qualsiasi luogo deputato all’incontro e alla comunicazione -> chat e video chiamata

FixMyStreet e SeeClickFix in Italia?

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Durante il corso del mio dottorato, mi sono interessato agli strumenti Web-based ideati e sviluppati —un po’ per interesse economico e un po’ per questioni sociali ed etiche— per la gestione e il governo del territorio, soprattutto a scala locale. Con questo articolo pongo le basi per una riflessione in merito all’introduzione in Italia di servizi come Fix My Street e See Click Fix.
In breve, i suddetti siti sono due piattaforme crossmediali pensate per consentire ai cittadini di segnalare alle Amministrazioni Pubbliche Locali: pericoli causati dal naturale deterioramento del manto stradale e in generale di evidenti problemi negli spazi pubblici.
Il servizio è molto semplice in termini di regole ed effetti desiderati. I cittadini riscontrano un disagio (ad esempio una buca a terra), lo segnalano sulla piattaforma, l’amministrazione e/o l’ente gestore prende in carico il problema e segnala l’avvenuta soluzione. La semplicità è lampante, tanto da farci esclamare: «tanto ci voleva?!?».
In Gran Bretagna e negli Stati Uniti d’America, rispettivamente Fix My Street e See Click Fix, “funzionano”, ovvero sono utilizzati da molti cittadini-utenti e le Amministrazioni “hanno imparato” a leggere le segnalazioni e notificare la soluzione del problema. Entrambe, intrinsecamente con la dimensione Web, sono piattaforme globali: chiunque può segnalare problemi, ma il vero problema è l’attesa, e la speranza, che qualcuno si occupi della questione.
Dato per assodato il gap tra tecnologia e politica, gli amministratori italiani sono, chi più, chi meno disinteressati e impreparati a interagire digitalmente con i cittadini. In realtà, ad esempio, posta certificata e firma digitale sono state introdotte obbligatoriamente nella prassi amministrativa. Questi, insieme ad altri servizi di e-democracy rivolti ai cittadini e interni alle PA, facilitano e snelliscono la burocrazia e aumentano l’efficienza del governo. Pertanto, cosa stiamo aspettando a “forzare” l’utilizzo di piattaforme di segnalazione come Fix My Street o See Click Fix? La risposta più azzeccata è «ci vuole al tempo», mentre quella probabilmente più appropiata e interessante da analizzare è «comandano le lobby».
Il fenomeno lobbistico si verifica quando un gruppo o un singolo fa pressione perché le proprie idee e interessi vengano supportati o adottati dalle Istituzioni. In altre parole, non avremo servizi di questo tipo, fino quando le organizzazioni di FixMyStreet o SeeClickFix, non prenderanno contatti con l’amministrazione italiana (probabilmente con il Ministero dei Trasporti).
La seconda possibilità, per cui questo tipo di servizi possano essere introdotti in Italia, è data dallo sviluppo di piattaforme Web da parte di programmatori nostrani, chiamati da amministrazioni lungimiranti. Infatti alcuni Comuni stanno provando ad introdurre/offrire ai propri cittadini servizi di e-participation. Si segnalano in questo senso le esperienze di Milano con PartecipaMi e di Venezia con Iris Venezia 2.0. Analizzando quest’ultime piattaforme si evince il carattere locale in termini di numero di utenti, di efficacia ed efficenza. Per sostenere progetti di questo tipo ci vuole il supporto delle Istituzioni, il budget necessario e l’entusiasmo dei cittadini rimasti soddisfatti del servizio in quanto i feedback dell’Amministrazione informa puntualmente degli effetti degli interventi.
Inoltre, per progetti a scala nazionale – (trans) regionale – provinciale – comunale (da leggersi tutta la gerarchia territoriale) occorrerebbe interfacciarsi con un’Agenzia di servizi super partes che si ponga come intermermediario tra i cittadini e le Provincie (entità governativa più aproriata in quanto si occupano tra l’altro delle infrastrutture viarie).
Raggiunti questi requisiti imprescindibili è possibile rivolgere l’attenzione alla questione dimensionale, ponendosi il seguente dilemma: «servizi locali o servizi globali in spazi locali?». Rispettivamente da una parte avremo il sapore nostrano di un progetto, dall’altra avremo la certezza di un efficenza del servizio.
Se il servizio è locale anche l’ambiente Web dovrebbe seguire logiche locali (linguaggi, leggi, politiche, target). L’Internet generalista risulta vincente per servizi e dimensioni di tipo globale. A livello locale cosa succederà? Le esperienze di Foursquare, Gowalla e SCVNGR fanno riflettere. Da una parte si intravede la forza di penetrazione spaziale di tali servizi, dall’altra si riscontra che i temi e discussioni trattati risultano scollati dalla dimensione locale. Sui social network basati sulla posizione geografica di contenuti e utenti, fino ad ora, i cittadini si approcciano con dinamiche generaliste e globali. In altre parole, raramente discutono di problemi riconducibili alle questioni della gestione/manutenzione dello spazio pubblico.
Lentamente anche in Italia si supererà il digital divide e presto avremmo servizi di questo tipo promossi dall’alto, dal basso (social hackerism, vedi CriticalMap) o da società competenti (vedi Anas), ma ciò che rimane imprescindibile è il feedback e la sicurezza che la mia segnalazione venga presa in carico, che essa abbia un riscontro tangibile nel mondo reale e che il mio grido non echeggi nell’infinito mondo digitale.

Esplorazione e analisi virtuale del territorio

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Rabbrividiremo al pensiero di esplorare una porzione di territorio in modo virtuale. La parola “esplorazione” porta con sé sensazioni di pericolo, avventura e viaggio: emozioni che si possono incontrare solo nel mondo reale.
Quello virtuale è rassicurante. La visita digitale parte, si svolge e conclude comodamente dal divano di casa. Per tali ragioni, il titolo di questo articolo dovrebbe essere “visita virtuale al territorio”.
Bhè, sorvoliamo, anzi esploriamo.

La possibilità di collocare geograficamente un dato viene fornita di default dai dispositivi elettronici dotati di GPS. Tutti gli smartphone e molte fotocamere, abilitando il GPS, scrivono all’interno del file le coordinate geografiche del punto in cui si scatta una foto, o in generale, quando si produce un contenuto. “Uplodando” queste, su portali dedicati a raccogliere specifiche tipologie di dati (vedi in generale le foto con Flickr) o sui social network (vedi per tutti Facebook e Twitter), successivamente è possibile navigare tali contenuti su una mappa. Effettuando una ricerca e delimitando un’area geografica è possibile estrarre contenuti riferiti ad un ambito d’interesse [la parola “ambito” è da leggersi declinandola come “tipologia di dati” e come “territorialmente collocato”].
Le tecnologie informatiche e i nuovi media, nel loro impetuoso sviluppo, ci permettono, oramai pienamente, di leggere informazioni territoriali, in quanto, i contenuti prodotti da terzi o da utenti comuni sono georeferenziati. Dalle estrazioni è possibile generare fotografie dinamiche del territorio che, con le dovute precauzioni e senso critico, possono far emergere caratterizzazioni del territorio o puntuali informazioni generate dal basso.
Attualmente è oramai naturale esplorare virtualmente un terrritorio con Google Street Wiev, navigare foto georeferenziate con Google Maps foto, altrimenti con la navigazione geografica di Flickr. A questo si affiancano strumenti che collocano geograficamente informazioni testuali di carattere qualitativo; vedi: Facebook places, Gowalla, Foursquare e l’interessantissimo SCVNGR.
Gli esempi riportati, comprendono siti Internet che archiviano dati a livello globale, ma, in base agli ultimi trend, i servizi Web puntano ad entrare nella dimensione locale e nella sfera di comunità (per tale ambito territoriale si vedano le applicazioni “per il proprio quartiere”: BlockChalk e Antengo).
A fine 2010 solo il 4%  degli utenti online —quindi persone fisiche— utilizza “servizi in movimento”, per cui non si può certo pensare che tali dati possano formare un campione rappresentativo. Inoltre le informazioni che riguardano espressamente temi d’interesse locale e utili alla gestione del territorio (inquinamento, criminalità, viabilità, economia, servizi, etc. sotto forma di storie e desideri) sono ancora meno.
Tuttavia, su scala vasta, grazie alle APIs messe a disposizione dai programmatori dei siti è possibile, grazie a motori semantici e ai webgis, fornire interessanti visualizzazioni del territorio, utili, in qualche modo, a dare indicazioni in merito all’area geografica d’interesse.
Le previsioni per lo svilluppo del Web nel 2011 riportate da Mashable prevedono una crescita delle location-based information e dei servizi Web in grado di archiviare e gestire tali dati. La sfida interessante che si apre è sviluppare una piattaforma in grado di aggregare tutti i dati (prodotti da terzi e archiviati in siti che permettono di geolocare), interrogare e quindi generare informazioni utili alla gestione e alla pianificazione del territorio.
Anche questa volta Google vincerà?

Venn diagram

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Izmo utilizza questo strumento principalmente in relazione alle attività di Esplorazione e analisi urbana. Izmo use this tool mainly in relation to the activities of  Urban exploration and analysis.

I diagrammi di Venn detti anche “Chapati diagram” sono dei cerchi (insiemi) disegnati per indicare diversi gruppi di elementi (es. attività, gruppi sociali, usi del suolo, ). Ad ogni cerchio può essere associata una dimensione, una posizione, un colore che indica un valore quali-quantitativo. Questi si sovrappongono nel caso in cui gli elementi appartengano a più gruppi/insiemi.
I diagrammi di Venn sono utili per illustrare e analizzare lo stato di un ambiente o di un gruppo sociale. Possono aiutare a identificare la posizione, la rilevanza, l’accessibilità e la disponibilità di risorse o altri elementi sul territorio.

Missioni urbane

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Izmo utilizza questo strumento principalmente in relazione alle attività di Esplorazione e analisi urbana e ha avuto modo di applicarlo concretamente nel corso del progetto Open up Urban Space. Izmo use this tool mainly in relation to the activities of  Urban exploration and analysis and Social events, Izmo was able to apply it in practice during the projects Open up Urban Space.

La città è sempre stata, per lo più, sfondo e teatro delle attività umane legate al lavoro e agli interessi economici e politici. Nulla di buono insomma. Per il relax e il divertimento c’erano la campagna e le romantiche gite fuori porta.
In verità, anche nello spazio urbano era possibile divertirsi, ma solo in spazi chiusi e dedicati a tali attività (vedi: teatri e stadi).
Recentemente, l’aumento della polazione urbana, della ricchezza e dei servizi al cittadino, ha portato alla nascita di utilizzi alternativi dello spazio pubblico (vedi: giochi di stada, installazioni, arte, sport e teatro di strada).
Oggi la fantasia non ha più limiti e, anche in risposta alla crisi dello spazio pubblico, numerosi collettivi, studi (vedi: esterni.org) e gruppi inventano nuovi modi per utilizzare la città. Il caso più emblematico è Critical City (ora Upload) che per definizione è:

un pervasive game che attraverso una piattaforma web porta i giocatori ad uscire di casa e chiede loro di realizzare “missioni” nella città. Le missioni sono azioni ideate per far interagire i giocatori con lo spazio urbano in modo nuovo, divertente, spesso provocatorio, sempre inaspettato.

Una missione o un’esecuzione è un’attività che porta i cittadini a interagire con spazi e persone in modo alternativo e ludico [oserei dire folle]. Per quanto concerne i luoghi, gli organizzatori portano i cittadini/giocatori ad attraversare, osservare e utilizzare, fino a riqualificare, spazi mai visti prima o, in  alternativa, quelli in cui si è soliti vivere, al fine di sensibilizzare, stimolare e responsabilizzare gli stessi partecipanti.
Per quanto riguarda le persone, i  cittadini/giocatori interagiscono, parlano, dialogano con sconosciuti o con i propri vicini di casa, generando scambio, solidarietà, relazioni inaspettate, sorpresa [quindi comunità].

Per comprendere meglio cosa sono le missioni urbane riportiamo di seguito alcuni esempi di “missioni urbane”:

  • compra un etto di torcetti. se non sai cosa sono chiedi (buy 1hectogram of “torcetti”. if you don’t know torcetti ask to somebody)
  • segui per 10 min la prima persona che vedi e poi cambia persona (follow for 10 min the first people that you find. than change the person)
  • voltati e cammina all’indietro (da ripetere ogni 2 min) (turn back and walk back in the same direction, make it 2 times)
  • tocca e fai strisciare la mano sul muro che ti è a fianco (touch the wall next to you and slide the hand on it for 10 mt)
  • cammina per 1km guardando in alto (watch the sky and walk for 15 min)
  • fatti 3 foto con un 3 indigeni (take three picture with 3 different inhabitans)
  • farsi tradurre un proprio proverbio (ask somebody to translate “è inutile piangere sul latte versato”)
  • segui il rosso! (follow the red color)
  • vai nella direzione del vento per 10 min e poi verso il sole (walk an follow the wind direction than to the sun)
  • trova il primo odore che senti e seguilo (follow the firs smell that you feel)
  • orientati con la mappa della tua città (orienting as you were in your city)

Altre? vai su http://criticalcity.org/posts?section=hall_of_fame

Regole di deriva urbana

regole_deriva_urbana

Da tempo voglio scrivere un articolo sulla nostra Wikizmo riguardo le “regole” di deriva. Partendo dal presupposto che regole in deriva non dovrebbero esistere, al contrario, potrebbe essere interessante introdurle. Questi esperimenti risalgono da esperienze condotte anche dagli stessi situazionisti; prima dai flaneur o dopo con le visite dadaiste, fino alle deambulazioni surrealiste.
La deriva urbana non ha regole o meglio ne ha solo una: non averne. L’imperativo è perdersi per scendere tra le pieghe del territorio.
Tuttavia alcune regole di esplorazione si sono diffuse anche tra i viaggiatori comuni, tant’è che la Loney Planet ha pubblicato un libro a riguardo: “Lonely Planet Guide to Experimental Travel“.

Provo qui di seguito a elencare qualche regoletta (in ordine casuale):

  • percorsi a linea retta (fino ad arrampicarsi sui palazzi)
  • seguire le persone (vedi le esperienze di Vito Acconci)
  • salire su i bus e scendere dopo due o tre fermate e saltare nuovamente sul primo che passa (vedi anche il progetto AWOL)
  • descrivere i luoghi attraversati via telefono ad un amico, il quale deve darti indicazioni (fatto a Vienna:, Marco mi raccontava cosa stava vedendo-attraversando e io da Torino gli dicevo dove andare, girare)
  • lasciarsi trasportare da un cane (percezione olfattiva e vagabondaggio)
  • tracciare per mezzo di un gps disegni assegnati (vedi Gps Drawing)
  • seguire il cibo o altra sensazione-oggetto (noi abbiamo organizzato una deriva dal nome “deriva gastropixellare“)
  • seguire un dato colore, rumore, stimolo
  • seguire la direzione del vento, poi del nord, verso il sole…
  • utilizzare la mappa di un’altra città (es. fare una deriva a Piacenza con la mappa di Torino)
  • ubriacarsi o drogarsi
  • bendarsi o usare la sedia a rotelle (per vivere la città come un disabile)

Ogni anno si inventano nuovi esperimenti, i quali vengono presentati a New York, a settembre in occasione del festival di “tecniche geografiche di esplorazione”: Conflux (vedi l’archivio tutte le esperienze).

L’esplorazione è una passione, un passatempo, un sentimento forte verso lo spazio urbano, è una “figata” fare deriva. Un divertente esperimento sarebbe quello di selezionare un’area e a partire sempre da un unico punto provare le differenti “regole” per poi annalizzarle. Ovviamente ognuna avrà i suoi tempi, percorsi, incontri, distanze e sensazioni diverse. Propongo qui di seguito una possibile tabellina da compilare:

Titolo deriva | Data | Periodo temporale | Luoghi attraversati | Tempo metereologico | Mappa del percorso | Tipo di deriva | Sensazioni deriva | Sensazioni ambiente urbano | Risultati ottenuti | Strumenti di raccolta utilizzati | Colori, Rumori, Odori | Limiti, emergenze, landmarks | Idee e proposte progettuali scaturite | …….

Fatte le derive e compilata la tabella sarebbe interessante leggere i risultati in modo trasversale.

Altrimenti bando alle regole e divertiti e raminghi sul territorio, camminate. Fa bene allo spirito e alla mente.

Luoghi fuori dall’ordinario

luoghi_fuori_dall'ordinario

Il turismo è basato sui visitatori e sulle loro mete. Quali? I luoghi che attraggono i turisti sono caratterizzati da peculiarità geografiche-fisiche e/o da opere uniche dell’uomo. Tralasciando l’ambiente naturale, le suddette opere quali sono? Cosa ci attrae? Cosa visitiamo? Quali sono le caratteristiche di tali opere?

Il prodotto dell’uomo sul territorio è assimilabile a edifici, costruzioni o infrastrutture: tutti manufatti che hanno trasformato il territorio e che per la loro unicità e bellezza, attraggono milioni di turisti. Analizzando i tratti comuni, gli scopi e ragioni della loro realizzazione, emerge un interessante aspetto: la maggior parte è frutto della follia dell’uomo. Mi spiego. Iniziando con le piramidi come primo esempio. Esse avevano la funzione di tomba e di monumento per celebrare la grandezza del sovrano. Le piramidi venivano costruite da schiavi, che faticavano e morivano per il volere di una “folle” persona.

Un’altro esempio? La muraglia cinese, ho scoperto da poco che la sua costruzione è stata resa possibile da migliaia di prigionieri schiavizzati e ha comportato centinaia di vittime.

Cosa andate a vedere quest’estate? (tralasciando la natura) L’attrazione può essere il colosseo? Teatro di cruente battaglie e lotte tra schiavi, bestie e persone da giustiziare. Un castello? Abitazione e costruzione difensiva, nonchè macchina da guerra. Una chiesa? Dimostrazione dell’uomo all’avvicinamento a dio.

Prendiamo tutti i manufatti nell’elenco del patrimonio UNESCO, tutti sono accomunati dalla follia di un individuo o un gruppo di essi che imponendo il loro volere hanno eretto costruzioni come simbolo del loro potere, per sollazzare i propri piacieri o per dimostrare al divino ciò che si può fare per lui.

Non suona alquanto male tutto ciò? Abbiamo ancora voglia di andare a vedere una piramide azteca dove venivano sacrificate le persone? Visiteremo ancora teatri di battaglie? Luoghi di guerra? Le armerie reali?

Certo, lo faremo ancora, quella è la nostra storia. Ciò che caratterizza l’uomo. Segno del passato e monito per un futuro migliore. Tuttavia ciò non escude la stranezza di un turismo impostato sulla visita a edifici che verranno visti e mostrati per la loro grandezza, potenza, unicità e forza. Il turista, l’uomo rimane affascinato da tutto ciò. Bhè io non molto. Rimango basito nel pensare che alla base di un castello dei poveri venivano bruciati vivi e che nei forti morivano centinaia di soldati. Il grandour distoglie facilmente l’attenzione dalle ragioni e dagli utizzi di tali edifici. Occorre pertanto mostrare al turista tutta la realtà cruenta celata dalla grandezza architettonica, O forse viene già mostrata e proprio per questo accorriamo a visitarla.

Esplorazione Urbana

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L’esplorazione urbana (o rurale) di luoghi abbandonati diventa un tema sempre più attuale. Inserisco una serie di link a siti che si occupano di questo e lancio una discussione: quali sono i rapporti, le relazioni le connessioni fra l’esplorazione e il progetto? in che modo dialogano?

Spesso i gruppi di ricerca nati negli ultimi anni incentrano (o iniziano) le proprie riflessioni partendo dai “luoghi di confine sociali ed urbani…”. Questo è sicuramente un segnale importante e significativo: l’attenzione verso il “diverso” verso ciò che è stato “dimenticato” un frammento di spazio che passa “alla storia” per negazione: diventa reperto per il fatto che nessuno si ricorda della sua esistenza. Vedo con interesse (e condivido) questa attenzione, ma mi domando perchè quei luoghi e non altri? quali loro caratteristiche intrinseche gli hanno portati alla nostra attenzione? o forse è più un discorso di sistema, la loro posizione nella città? Mi chiedo se sia ancora possibile separare la città in “tipologie” differenti di spazi urbani (ex zone industriali, centro, residenziale)? In linea di principio (tassonomia dello spazio e/o delle funzioni) questo può funzionare, catalogare ci da tranquillità e sicurezza, ma non corriamo il rischio di semplificare l’ecosistema alterandolo alla base. La linea proposta è quindi: 1) definire quali sono i luoghi abbandonati (può essere abbandonato anche un centro commerciale in piena attività?) 2) capire come dialogano e si legano ad altri luoghi (abbandonati o meno) 3) capire come si lega a queste riflessioni la modifica di quel luogo e del suo contesto (il progetto architettonico). Forse è troppo ambizioso come fine, ma la domanda a cui vorrei rispondere è: in quale relazione stanno esplorazione (derive) di luoghi (abbandonati o no) e il progetto architettonico? Sicuramente c’è un fattore emotivo e conoscitivo: dopo aver “vissuto” un luogo, esserne entrato in contatto ho una “visione” differente, più “reale” e quindi sarà più naturale immaginare modifiche coerenti per quel luogo. Oltre a questo penso che possano esserci anche altri legami, potrebbero esistere delle regole “aperte” per giungere dall’esplorazione al progetto che possano funzionare da strumenti. Ovviamente non si può pensare ad un metodo chiuso, ma piuttosto a delle regole (semplici) in grado di combinarsi fra di loro (vedi Sistemi Complessi). Uno di questi strumenti aperti potrebbe essere finalizzato alla costruzione di mappe del luogo (fisiche, emotive, dei movimenti, storiche, statistiche, emozionali) sulla scia delle immagini psico-geografiche dei situazionisti. Continua…


  • Stalker
  • Aranel.splinder.it: l’abbandono, il vuoto, i non luoghi, la città nel suo complesso. Un viaggio alla scoperta di Milano.
  • sciatto produzione s p a c e is fundamental in any form of communal life; s p a c e is fundamental in any exercise of power . (Michel Foucault; Space, Knowledge and power, 1984.)
  • Infiltration.org
  • webring

Oggetti metropolitani

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la prima foto ritrae una bottiglia piena d’acqua con teste d’aglio galleggianti

Gli oggetti metropolitani assomigliano alle leggende metropolitane: entrambi nascono dalla mente diabolica di qualcuno che in modo consapevole o in buona fede, inizia a diffondereli con il passa parola. Il verbo attecchisce rapidamente fino ad allargarsi a macchia d’olio.

Gli oggetti metropolitani, a differenza delle leggende, non sono composti di sole e innocue parole bensì modificano visibilmente il territorio. Le leggende restano racconti a cui credere o no, da trasmettere o bandire. Gli oggetti sono difficilmente eliminabili: anche se non ci credi sarai costretto a vederli. Gli oggetti metropolitani per fortuna seguono le mode, ma necessitano di anni per scomparire: fino al momento in cui la vittima del passaparola realizza di esser un anello della catena (di sant’antonio). Sentendosi fesso cancella mestamente le prove della sua stupidità.

¿Meglio l’oggetto terribile da appendere, attaccare, apporre oppure il beneficio per la maggior parte delle volte inesistente? ¿Meglio la pipì del cane sulla facciata o una sfilata di bottiglie di plastica appoggiate a tutti gli angoli di un edificio?

Segue una breve lista di alcuni fantastici oggetti metropolitani:

  • i fogli di stagnola per allontanare i piccioni dai vasi sui balconi
  • l’ovetto kinder che addobbava le antenne delle auto con il fine di captare meglio il segnale radio
  • le bottiglie di plastica anti pipì del cane
  • i lucchetti degli innamorati (in verità hanno la loro funzione: rappresentano l’unione indissolubile di 2 deficienti)

vi ricordare qualcos’altro???

Hacking design

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Kartell – Take hacked by alegrella AKA Starck famme ‘na pippa!

Molti sostengono, per altro a ragion veduta, che gli oggetti di design sono tanto belli quanto poco funzionali. Basta pensare allo spremiagrumi di Philippe Starck progettato per Alessi. Il famosissimo treppiedi è diventato il simbolo di un oggetto esteticamente accattivante ma che non assolve la sua funzione. Utilizzando Juicy Salif (1991) il succo non si convoglia verso il basso ma schizza ovunque.

L’unica positività di questi oggeti è quella l’estetica; tale caratteristica li fa diventare, dopo il primo utilizzo, dei bei soprammobili; delle sculture.

Spesso le opere dell’ingegno umano sono imperfette come i loro ideatori e fortunatamente si prestano a essere ripensate, rivisitate. Si può remixare un po’ tutto: dalla musica alle ricette di cucina. Pensate a customizzazioni azzardate di automobili o alle rivisitazioni dei piatti regionali. Tralasciando l’opinione che la copia originale è sempre la migliore e che mettere le mani su un opera è considerato un delitto, anche gli oggetti di design si possono modificare, ripensare.

Ikea hacker è un esempio perfetto. La comunità on line, pervasa dallo spirito hacking, mediante il web 2.0 condivide sul blog le modifiche degli oggetti acquistabili da Ikea. Gli oggetti Ikea costano poco e sono pensati per essere montati dagli stessi acquirenti. Tale caratteristica solletica l’intelletto di improvvisati designer che al tradizionale montaggio preferiscono la scomposizione e il riassemblaggio. I salti creativi donando così nuove funzioni e potenzialità agli oggetti acquistabili a basso costo.

L’esperienza di modificare un pezzo di design è capitata anche al sottoscritto. La lampada Take di Kartell progettata da Philippe Starck è il tipico oggetto da “idea regalo”: costa poco, è carino e fa la sua porca figura. Peccato che accechi; cosa non da poco per una lampada da tavolo. La Take illumina in modo diffuso un po’ tutto tranne ad altezza occhi. La forma prismatica del diffusore convoglia i raggi intensificandone la forza. L’effetto abbaglio è inevitabile: il lettore viene così attraversato da violente lame di fotoni.

Le soluzioni possono essere due: si accantona la lampada declassandola a inerte scultura o la si modifica ingeniandosi un pò. Bene! Se possedete Take e siete infastiditi dai sui raggi luminosi prendete la carta forno e ritagliatela a doppio tronco di cono con il lato corto sovrapposto, piegate in due sullo stesso lato e infilatelo su una mezza cappelliera.

Dalla foto qui sotto avete la comparazione prima-dopo tipica degli effetti dimagranti. Finalmente accendo la lampada e piacevolmente leggo. Costo dell’operazione: 0.01€ di carta forno + 5 minuti di tempo.

Nota: l’oggetto è sempre di Philippe Starck. Di nuovo?!? Ok, che fa tutto lui e qualcosa può uscirgli male ma è anche vero che sbagliando si impara…

hacking_design_02

Orizzontamenti

piani_render

render di Alessandro Grella per il progetto “La Puddinga”

Da molto tempo ho ridotto l’architettura ad un insieme di piani.

La caratterizzazione spaziale dei luoghi è prodotta da innumerevoli componenti volumiche che delimitano e formano l’ambiente, ciò che ci circonda.

Gli elementi naturali si dispongono spazialmente seguendo le “vicende” morfologiche e le caratteristiche locali. Il prodotto dell’uomo, l’artificiale è facilmente leggibile e si distacca dal contesto naturale assumendo peculiarità tipiche dei luoghi e delle epoche. Le architetture si elevano dal piano di campagna costituendosi in volumi: in più costruzioni assemblate.

Attraverso un esercizio di riduzione è possibile sintetizzare lo spazio artificiale in elementi verticali e orizzontali. Muri e solai.

E’ facile notare e avere una percezione maggiore per gli oggetti che delimitano, stanno di fronte, conferiscono la forma. I muri, le facciate, le pareti assumono una rilevanza dominante nello spazio; percettivamente hanno una valenza maggiore. Vero!

Vero, ma ribadisco, il particolare e momentaneo interesse per i piani, per le superfici orizzontali. Sono rapito e stimolato dalla materia che calpesto, che mi sovrasta; tanto da prevaricare il valore simbolico del muro. La percezione corporea di uno spazio è una questione di spina dorsale, di vibrazioni, di punti (anzi di piani) d’appoggio. Il mio corpo riceve influssi positivi da superfici eleganti, fluide, integrali; pulite. Inconfutabilmente lo sporco, il rifiuto si deposita a terra; dev’essere evitato. A terra mi siedo, sulla terra cammino, il mio corpo si muove e spostandosi riceve percettivamente sensazioni visive ed entra in relazione diretta con il terreno. A differenza del muro, con il piano di calpestio ho un contatto fisico. Avete mai toccato un muro? avete mai ricevuto una sensazione tattile da una parete? Sì! sicuramente, ma è altrettanto probabile che l’abbiate evitato per non ferirvi con un bugnatino, con un bocciardato; per non far cadere un quadro.

Il cieco in un ambiente sconosciuto ha come unico punto di riferimento il piano di stazionamento; per muoversi gli occorre tastare con il bastone il terreno di fronte a se; riceve delle informazioni tattili indirette: ascolta la superficie. Il muro per lui è solo un ostacolo.

Allora, l’architettura di cosa si compone? Quali elementi formano l’artefatto? Il gesto progettuale di cosa si deve occupare? Di orizzontamenti: terrazzi, soppalchi, mezzanini, mensole, marciapiedi, solai, gradini, ecc. In un disegno d’insieme, spaziale, i piani si possono incrociare, sovrapporre bucare, piegare; una composizione volumetrica in dialogo con il contesto.

In una realtà, soprattutto nazionale, i vincoli e le preesistenze giocano un ruolo dominante durante le pratiche di progettazione architettonica. L’ambiente e il costruito sono una condizione oramai inevitabile; elementi di dialogo e scontro. Avvolgere, intersecare l’esistente in un abile gioco progettuale è un esercizio che affascina. Il risultato prodotto è forma, spazio e luogo.

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Al mare

nell’eventualità di (ri)pensare ad un’architettura

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Emergono in questo breve scritto situazioni, elementi e azioni (in grassetto) che l’architettura dovrà in parte soddisfare, sopperire, facilitare. Il funzionalismo? Cos’è?!? I 20 comandamenti.

Prologo

Andiamo il prossimo weekend al mare? hmm. Sì! Allora partiamo venerdì sera e ritorno domenica, magari sul tardi così ci evitiamo le code! Allora è fatta, deciso.

Venerdì sera

Fuga in grande stile dall’ufficio. Salto a casa per preparare alla rinfusa la valigia(1), getta il tutto in auto(2) e via! Cosa vuoi fare arrivati dopo ore di viaggio? Cenetta veloce in pizzeria, ma magari prima si passa ad accendere il riscaldamento(3) e mollare i bagagli. Apri, avverti un terribile odore di chiuso(4) tempo due secondi e sei al ristorante. Stanco morto torni e realizzi che c’è da fare il letto(5). Passato un attimo di sconforto si procede. Dentini e pipì con l’utilizzo dei prodotti da bagno(6) e tutti a nanna.

Sabato

Bèh dipende molto dal tempo meteorologico e dal sonno ma in ogni caso è tipico svegliarsi con tutte le più grandi intenzioni: godersi la giornata ed approfittare di ogni minuto. Si parte da una colazione(7) energica sul terrazzino(8) circondato dalla esplosioni di vegetazione autoctona(9). Si ritira tutto in cucina(10) costumino e tutti al mare. Alt! Troppo facile. Andare al mare implica un sacco oggetti da spiaggia(11) o attrezzature sportive(12). Tralasciando cremine, scleri familiari, acqua salmastra(13), sabbia(14); dopo una mezza giornata di mare si affronta l’amletica scelta: pranzare in spiaggia, tornare a casa per il pranzetto e successiva siesta(15) o estremamente saltare il pasto. Tale scelta rafforzerà il senso di libertà e l’inettitudine, caratteri fondamentali di qualsiasi vacanza. La sera, tornati dal mare, doccia calda(16), balsamo, crema dopo sole e ci si prepara a sfoggiare la prima abbronzatura con abiti freschi ed eleganti. Cena fuori, svaccati in casa, da amici a scrocco, bhè questi sono affari vostri e saranno il preludio di una dolce, buonanotte.

Domenica

Si parte con una lacrimuccia. La vacanza è al termine, ci si prepara rassegnati al ritorno, ma, ma c’è ancora mezza giornata di mare, di libertà. Tornati dalla spiaggietta, dalla gitarella, dalla barca, è ora per un tardo pranzo domenicale. Tutti seduti a tavola pronti per la grande abboffata. Panza piena, stiracchiata e, rilassato negli ultimi istanti di vacanza, ammiri la tua abitazione i suo colori e materiali(17). Pronti per la partenza intelligente, inizia lo sbattone per mettere in ordine(18) tutto, ed ecco l’imprevisto: si rompe(19) qualcosa. Accidenti! Bhè. Chi se ne occupa(20)? Chi verrà dopo di te? Doppio accidenti. Realizzi che sarai tu, di nuovo, al mare!

(1) valigia: ripiano per aprirle, tenerle aperte o per disfarle facilmente;

(2) automobile: parcheggio coperto o scoperto (da evitare sotto gli alberi con la resina);

(3) riscaldamento: tre possibilità: la prima, come descritto si può passare precedentemente da casa ad accendere. Seconda, il tuo vicino, o chi per lui, ha l’accesso all’abitazione e previa chiamata passa ad accendere. La terza possibilità è la domotica: invii un sms al tuo impianto di climatizzazione con l’ora di arrivo e la temperatura che vorrai raggiungere;

(4) odore di chiuso: da assicurare una naturale ventilazione per il ricambio dell’aria e mantenere basso il tasso di umidità;

(5) letto: oltre a sopperire a elevati standard qualitativi è consigliabile una conformazione del letto che permetta un veloce cambio delle lenzuola. Da ricordarsi inoltre un buon copriletto (per i periodi di disuso) e copri materasso (qualcuno lascia sempre gli asciugamani bagnati sopra al letto);

(6) prodotti bagno: alcuni li porti da casa altri sono stanziali;

(7) colazione: è abbastanza scontato che si voglia consumare i pasti su un bel terrazzino; molto comodo un carrellino o un ripiano per appoggiare cibi e oggetti;

(8) terrazzino: esposto a sud e vista mare, prendere il primo sole del mattino e godersi un romantico tramonto;

(9) vegetazione autoctona: è pressoché scontata la presenza di piante e fiori tipici della zona ed è più ovvia la presenza di un impianto di irrigazione nonché la visita settimanale di un giardiniere;

(10) cucina: lo devo dire? Spaziosa, bella, comoda, dotata… sicuramente con lavastoviglie (non volete mica lavare i piatti in vacanza) e di un freezer (altrimenti i gelati dove li mettete?);

(11) oggetti da spiaggia: occorre sicuramente uno spazio consono dove appoggiarli momentaneamente e deporli durante l’inverno;

(12) attrezzature sportive: idem come sopra;

(13) acqua salmastra: il sale è la vita, in realtà è una noia sulla pelle e quindi occorrerà disfarsene frettolosamente sotto la doccetta del terrazzo. Per quanto riguarda la pelle, dell’edificio, se vicina al mare, i materiali e finiture dovranno essere resistenti alla salsedine;

(14) sabbia: sciabattando sul terrazzio la sabbia verrà seminata ovunque, poco importa con una bella “cannata”/“pompata”, acqua e sabbia scorreranno verso il pozzetto. In casa è un altro paio di maniche e l’unica soluzione sarà armarsi di pazienza ed una scopa o ancor meglio di una buona aspira polvere;

(15) siesta: zzzz… il momento più gratificante dell’intero weekend. Dove goderselo se non sotto una tenda da sole o una pergola, comodamente adagiati su uno sdraio o un’amaca? Zzzz…;

(16) doccia calda: calda per tutti e fila per accedervi. È consigliabile l’utilizzo di impianti solari termici per attenersi ad un minimo di ambientalismo ed all’economia domestica;

(17) colori e materiali: fate un po’ come credete. La possibilità di costruire ex novo al mare sono remote (grazie abusivismo e grazie Legge Galasso) quindi molto più spesso ci si insedia in abitazioni esistenti. É possibile modificare i rivestimenti, colori, gli arredi. Da ricordare: non c’è limite al peggio;

(18) ordine: non ci sono scuse. Siete ricchi? Lo farà un addetto pagato altrimenti un’ora di olio di gomito non ve la toglie nessuno;

(19) rompere: si rompe sempre qualcosa soprattutto quando alcuni elettrodomestici non vengono utilizzati per un lungo periodo. Consigli: possedere un’aggiornata rubrica di operai e artigiani oppure un amico nella zona che possa consigliarvi la persona giusta o il factotum di turno;

(20) occupa: non è così remota la possibilità di affittare casa. Le spese di gestione, tasse, bollette incidono e il possesso di una casa al mare grava sul reddito! Oppure lasciare le chiavi ad un amico, ad un parente è naturale, capita soprattutto se volete fare i brillantoni. Come fare se siete tanto affezionati i vostri suppellettili e arredi? Due possibilità: chiudere un occhio e due quando si ritorna ad impossessarci della casa; oppure rifornire l’abitazione di doppi corredi e mobilio di basso profilo.

 

Terrace houses

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Terrace houses in Newcastle upon Tyne

Durante il mio periodo di corsi all’estero (Postgraduate Certificate in European Spatial Planning – 2008 – Newcastle upon Tyne – UK) ho seguito un interessante contributo del professor Michael Edwards riguardo Urban and Land Economics. Successivamente si è svolta una lunga discussione libera, durante la quale sono riuscito a soddisfare una mia curiosità: le terrace houses. Un vero incubo personale.

La semplice domanda rivolta al professore, preceduta da una congrua premessa, è stata: “Why do they all look the same?“. Perchè sono tutte uguali?

Facciamo un gioco: prendete una persona bendata e gettatela in una qualsiasi periferia inglese, come potrebbe riconoscere dove si trova? Leed, Manchester, Londra, Cardiff, etc. impossibile, sono tutte uguali.

In Italia è ben diverso, ogni città ha le sue peculiarità, belle o brutte che siano le architetture sono differenti; posseggono materiali e stili diversi derivanti dalla sensibilità personale dell’architetto progettista che gioca con materiali e tradizioni locali. In Italia si possono leggere le città, la cultura, la stratificazione storica e le fasi di espansione urbana.

Le città inglesi invece sono oramai compromesse da un’antropizzazione selvaggia basata su dettami stilistici nazionali e fattori contingenti dell’epoca. Un vero peccato. I sobborghi sono davvero tutti uguali, non hanno un carattere proprio, provocano nausea da ripetizione edilizia. Passando tra le vie sui mega doubledeck la ripetizione a mitraglietta del modello abitativo è imbarazzante, disorientante.

Finalmente ho trovato le motivazioni, l’origine del fenomeno che accomuna tutte le città inglesi:

  • 1860 buiding regulation, per prevenire i frequenti incendi. Un regolamento edilizio restrittivo
  • dalla seconda metà del IXX secolo inizia un’inarrestabile crescita demografica e il fenomeno immigratorio dalle colonie
  • crisi dell’agricoltura: si produceva di più; si sfruttavano i campi meno fertili; diminuzione dei prezzi dei prodotti agricoli. Conseguenza:gli impresari compravano i terreni a basso costo dagli agricoltori in crisi
  • new form of credit (bulding society) nascita del sistema dei mutui
  • burocrazia snella e veloce priva di procedure finalizzate al rilascio dei permessi
  • viene venduto tutto: edificio e terreno. Le vie, il sistema viario è ceduto alla municipalità. Gli impresari costruiscono, vendono e si spostano per un nuovo intervento
  • il sistema legislativo inglese non prevede l’obbligo di firma da parte di figure professionali quali l’architetto o l’ingegnere per certe tipologie di costruzione, tra cui le terrace houses. In altre parole non c’è bisogno di un architetto; le imprese comprano i progetti che replicano in serie
  • non vi sono regolamenti comunali ma nazionali (non esiste un piano del colore…)
  • le compagnie sono tradizionaliste e gli inglesi pure quindi il sistema regge. non ci sono rischi
  • cheap labour. Manodopera a basso costo. Tutto l’edificio è costruito in opera attraverso una squadra di semplici lavoratori dequalificati
  • non esiste il concetto di architettura, bensì solo quello della costruzione finalizzata all’abitazione

Il risultato sono città piatte, uguali. Tutte incredibilmente simili. Attualmente però si sta avviando un lento processo di modifica. Un cambiamento che interessa per lo più le grandi città, ricche e multietniche. Qui di seguito si enunciano le motivazioni di tale trasformazione:

  • stranieri, ricchi stranieri acquistano case in città e le riqualificano. Un ammodernamento radicale dell’impianto abitativo. Si vedano alcuni esempi nelle riviste di architettura
  • CABE – The Commission for Architecture and the Built Environment promuove un’edilizia più consapevole, ecosostenibile e legata alle tradizioni locali
  • il poco spazio costruibile fornisce lo spunto per l’appropriazione di vecchi edifici, fabbriche e casette con la loro radicale trasformazione
  • le piccole imprese edili, quelle che hanno “spalmato” l’Inghilterra di casette sono state acquistate da grandi costruttori edili

Ribadisco concludendo: è un peccato. Il turista che visita l’Inghilterra sarà circondato dalle terrace houses, ovunque vada ritroverà un modello edilizio indiscriminatamente diffuso.

Il territorio inglese è formato dal famoso countryside, poi vengono gli identici sobborghi, infine i centri storici, anch’essi con una tendenza ad assomigliarsi. Tutte le città sono state accomunate dal boom industriale, la crisi del modello fordista e una lenta rinascita suggellata dalle grandiose riqualificazioni urbane. Con il passaggio al nuovo millennio le aree centrali lungo i fiumi sono state trasformate, attraverso la demolizione di vecchie industrie e la costruzioni di nuovi ponti, centri culturali, auditori… appunto, a ripetizione! La mega macchina edile inglese con la mano di sir Norman Foster ha nuovamente ripreso a funzionare con le stesse tipologie e stile architettonico.

Una condanna o forse una incapacità di valorizzare il contesto locale e ascoltare il territorio.


Un commento molto interessante di un mio compagno di corso Sakkarin SAPU: le terrace houses sostanzialmente hanno uno stile democratico, accomunano tutti, dai più poveri al primo ministro inglese. La residenza al 10 di Downing Street è molto simile a tutte le casette dei sobborghi cittadini inglesi.

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Bibliografia consigliata

Ball M. (1983), Housing policy and economic power, Routledge

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Pusher e tossici come indicatori urbani

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L’altra sera portavo il cane giù, a fare la pipì. Giunti al parchetto sguinzaglio la bestiolina e iniziamo a passeggiare. Nel buio scorgo dei loschi personaggi e in un angolo ancor più buio due tossici si facevano, i loro affari. Allora richiama il cagnetto e via su un’altra strada.

Oggi ricollego l’episodio con un fatto di cronaca che marginalmente ho vissuto: un poliziotto inseguiva un pusher che per sfuggire la cattura ha attraversato i binari. Nel frattempo sopraggiungeva un treno; il puscher è scappato, il poliziotto è finito sotto.

Cosa unisce i due episodi? La spina, il soprannome del passante ferroviario di Torino. Da anni oramai sull’asse nord-sud persiste il cantire per l’interramento della ferrovia. Traggo una conclusione: lo spaccio e il consumo della droga si è spostato lungo la spina. Bene, periodicamente i luoghi della droga si spostano, ipotizzo ogni sei mesi. Dove? Parchi, rive dei fiumi, fabbriche dismesse. Ora lungo un cantire. Cosa uniscono questi luoghi? Lo stato di abbangono, la fatiscenza, l’inettitudine di uno spazio urbano ad assumere una precisa funzione e una propria vitalità. Luoghi abbandonati, nascosti; dediti ad accogliere la disperazione di qualcuno che nell’ombra può farsi, i propri interessi. Tali spazi rimangono così fino ad arrivare agli onori della cronaca per qualche fatto o fattaccio (vedi il poliziotto sotto il treno). Da quel momento inizia la bagarre mediatica, politica e i progetti di trasformazione o le politiche di salvaguardia.

Ribaltando il tutto e riprendendo il titolo dell’articolo “Pusher e tossici come indicatori urbani” si potrebbe sostenere che i luoghi che necessitano l’attenzione di politici e pianificatorio sono dove si concentra lo spaccio e il consumo di droga.

Questa tesi può essere sostenuta dall’esperienza di toxicpark: il parco sulla riva Strura a nord di Torino che si è resa famosa anche a livello nazionale per lo stato di degrado, le grandi retate e i volti consumati dei tossici. Da quella grave incresciosa situazione sono nati dibattiti, interrogazioni e progetti. Si sono pianificati investimenti per un campo da golf e aree destinate a concerti ed eventi.

Il cantiere della tra due anni finirà e la comunità della droga si sposterà altrove. Destinazione presumibile: luoghi urbani abbandonati e degradati. Partendo dal presupposto che le città perfette non esistono, troveranno qualche altra piega buia della città ad accoglierli.

Concludo affermando che paradossalmente non occorrono osservatori per comprendere dove e come pianificare, non occorre discutere riguardo indicatori efficaci e dinamici, puscher e tossicci ci aiutano a comprendere l’evoluzione e lo stato di salute delle nostre città.

Visitando il residence di Nouvel a Cap d’Ail

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A pasqua 2008 cosa vuoi fare? Un viaggetto! Come d’abitudine una vista ad un’architettura è d’obbligo. La scelta è ricaduta sul residence progettato da Jean Nouvel situato per l’esattezza a Cap D’Ail nelle vicinanze di Monte Carlo (google maps) Francia.

Vestita la maschera di faccia da c. abbiamo suonato e domandato, grazie al magnifico francese di Giulia Carlone, se potevamo introdurci nel residence in quanto architetti appassionati di architettura vera, costruita e visitata, nonché di Jean Nouvel aka Gianni Novello.

Camminando lungo i passaggi progettati attraverso una sapiente gestione spaziale del sito, abbiamo percorso tutto il residence costruito a ridosso della collina. Il complesso residenziale è formato da 174 appartamenti, la zona receptions, una piscina e il parcheggio. Il gruppo Pierre et Vacances è il committente dell’opera inaugurata nel 1991. A distanza di 17 anni lo stato di conservazione dell’opera è ineccepibile, come la progettazione e la messa in opera; cosa dire? Maniacale. Il progetto si legge facilmente e nel farlo si comprende la complessità dell’opera. Il residence è composto da tre strisce di edifici su tre livelli collegati fra loro da percorsi leggeri, in legno, agganciati agli stessi corpi di fabbrica. I camminamenti sono l’essenza dell’opera: conferiscono forma e dinamismo al progetto, nascondono il parcheggio sottostante e collegano tutte le parti del residence.

Sfortunatamente non siamo stati così coraggiosi da chiedere una visita all’interno delle abitazioni; il solo accesso al terrazzi ha reso facilmente comprensibile la qualità dei materiali, del progetto e la loro posa. Povero direttore del cantiere, verrebbe da dire e onore a Nouvel alle prese con una delle sue prime opere.

Senza dir grazie a nessuno siamo usciti e saltati in macchina in direzione Alassio.

sensazione: atmosfera minuziosamente sospesa

nota: nella stessa vacanza, 22-25 marzo 2008, abbiamo visitato anche il Cabanon di Le Corbusier a Roquebrune-Cap-Martin, ma non scriverò alcun articolo a riguardo, finché non avrò visitato anche il suo interno.

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Alberi in scatola

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Gli artisti sono una cassa di risonanza dell’ambiente: ciò che ci circonda. A volte, come in questo caso, l’ambiente preso in considerazione non è solo tutto ciò che ci circonda, ma anche quello naturale, accezione largamente più diffusa in italiano.

Gli artisti fagocitano il mondo, lo digeriscono e rigettano la loro opera al pubblico dominio. Le ragioni del loro operato sono molteplici, il fine in questo specifico è la sensibilizzazione degli individui.

Ho raccolto in questo articolo tre esempi molto simili tra loro. Tre installazioni che dialogano con la natura cercando di nasconderla, di proteggerla in prima battuta dallo sguardo e simbolicamente da ciò che le circonda: un ambiente deturpato dalla mano dell’uomo.

Come spesso accade il nascondere ha più valore del mostrare. A volte il pacco è più bello del contenuto. Invece, il nostro contenitore è malato, il mondo è inquinato. Le opere rappresentano simbolicamente una natura in restauro, circondata da una barriera protettiva. Impacchettati, come oggetti da proteggere dalla violenza dell’uomo, gli alberi si trasformano in opere d’arte. L’arte di madre natura. Un frutto divino da preservare, in teche di cristallo; delle reliquie da preservare e mostrare alle generazioni future.

Christo and Jean-ClaudeWrapped Trees – Fondation Beyeler and Berower Park, Riehen, Switzerland – 1997-98

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Dominique PerraultKolonihavehus installation – Copenhagen, Denmark – 1996

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Iikka HalsoRestoration – Finland – 2000

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Giochi urbani contemporanei

New urban games and sports

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Si può giocare ovunque. Indoor o outdoor. Se si gioca fuori, lo si fa dove possibile, dov’è più consono, in uno spazio che meglio si addice alla pratica ludica. Ampi spazi posso accogliere i pali, il gioco del calcio. Più frequentemente è, o forse meglio, era frequente trovare bambini giocare a calcio in ritagli di strada, con una sola porta delimitata da due maglie. Ci si arrangiava. Più organizzato, probabilmente data l’età dei giocatori, sono le bocce, altro gioco molto comune, praticato in spazi semipubblici. Ben prima c’era la balina, il quadrotto, il pirlì, la lippa, etc: giochi di strada praticati nelle piazze, in strada, ovunque. Ora si gioca indoor, si teme per i propri pargoli, la strada è oramai territorio inaffidabile e prontamente demonizzato dai media. I risultati sono due: i giochi contemporanei sono cose per grandi; per quelli tradizionali occorre organizzare eventi celebrativi. Seguono alcuni esempi di nuovi giochi urbani contemporanei; mentre Tocatì è il festival organizzato a settembre nel centro storico di Verona per celebrare i vecchi giochi di strada.

L’elenco potrebbe continuare in quanto la città è uno spazio libero, pronto all’interazione; la città è un attrezzo è un campo da gioco. Occorre inventiva, follia e la voglia di riappropriarsi dello spazio pubblico. L’esercizio è semplice: prendi uno sport, un gioco e praticalo per strada, in piazza; utilizza superfici e i manufatti architettonici come ostacoli.


Altrimenti seguite l’evolversi di www.criticalcity.org. Attraverso il web la community CriticalCity si sta organizzando per ideare nuovi giochi, nuove sfide da disputarsi tra le vie delle città. Lo scopo della rete di giocatori urbani è quello di riportare il divertimento nella vita di tutti i giorni riappropriandosi dello spazio pubblico.

Summer Schools

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Reduce da due summer school non posso che dichiararmi estremamente soddisfatto per il loro valore formativo e ludico. Le summer school che ho frequentato quest’estate sono molto diverse come impostazione: Helsinki very international, Ivrea all’italiana; non aggiungerei altro.

L’intento di quest’articolo è quello di raccogliere gli indirizzi web delle scuole; purtroppo su internet non ho trovato un elenco esaustivo. Spero che gli avventori di questa pagina possano aiutarmi segnalandole alla nostra mail: associazione@izmo.it

Inoltre, il giorno che qualcuno volesse organizzare una summer school, riporto alcune osservazioni – personali, gli ingredienti per una buona riuscita:

  • periodo luglio – agosto
  • durata 2-3 settimane con week-end libero
  • dimensione internazionale
  • basso costo di iscrizione
  • città di interesse turistico
  • offerta vantaggiosa di alloggio e vitto
  • organizzazione di esperienze ludiche
  • divulgazione e promozione efficace
  • calendario, tempi e organizzazione del lavoro molto precisa
  • preciso argomento e obiettivo di studio-lavoro
  • lezioni e laboratori
  • professori di alto profilo
  • pluralità di insegnamento e punti di vista
  • pluralità di mezzi didattici: cinema, fotografia, strumenti elettronici
  • divisione tra organizzazione, amministrazione e docenza
  • dibattito e scambio con i professori
  • tempo libero a disposizione degli studenti
  • studenti e professori devono rimanere in contatto, in rete
  • offerta di occasioni e opportunità lavorative e di ulteriore formazione

Elenco summer schools

In ordine casuale: url – città – principali tematiche

Transect walk

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Izmo utilizza questo strumento principalmente in relazione alle attività di Esplorazione e analisi urbana. Izmo use this tool mainly in relation to the activities of  Urban exploration and analysis.

Il transect walk è un’azione ideata per reperire informazioni dal territorio attraversato. Fondamentalmente il transect walk è una camminata, non errabonda, ma con un percorso specifico e ben studiato. Le informazioni reperite sono suddivise in categorie, anch’esse decise a priori in base agli obiettivi della ricerca.

Inoltre il transect walk, strumento utilizzato soprattutto dai geografi, ha i seguenti fini e scopi:

  • è opportuno effettuarlo con gli abitanti del luogo per reperire informazioni che possono sfuggire al progettista, pianificatore, ricercatore;
  • è interessante incrociare le informazioni con le mappe disegnate e schizzate dalla popolazione locale;
  • è utile anche per reperire informazioni storiche, per definire una storiografia dell’area;
  • è interessante effettuare l’analisi della zona in entrambi i lati del cammino. In contesti urbani, le aree attraversate, possono avere un carattere completamente differente. Ad esempio: da un lato abitate “con cura” e dall’altro in stato di abbandono, inquinate o stilisticamente differenti;
  • più camminate parallele possono reperire un gran numero di informazioni che, organizzate in layers, possono fornire la stratigrafia della zona;
  • è possibile leggere e incrociare informazioni di tipo qualitativo e quantitativo.

Il transect walk che segue è frutto dell’attività sul territorio di Arabianranta, quartiere di Helsinki. Questo metodo di esplorazione territoriale mi è stato insegnato durante la Summer School 2007 che ho appena terminato. Il fine dell’esercizio era registrare informazioni riguardanti la forma del territorio, i tipi di vegetazione, materiali, sensazioni e stili architettonici; per utilizzarli come stimolo per un progetto architettonico.


A transect walk is process to collect data and information from the environment following a straight trek. Cross-sectioning the territory is possible to observe and note characteristics; in accord to the aims of the work.
Our exercise on transect walk was conducted in order to learn the shape of the land, greenery, type of materials, architecture styles and environment feeling as: colors, reflections and transparencies.

The data collected are usefully used to realize what kind of urban settings is Arabianranta.

Observations:

  • Two transect walks should be done because the urban plot could be totally different between a side to an other.
  • It could be further interesting to take more than two transect walk looking for cross the information in different layers.

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arabianranta_transact_walk