Deriva urbana

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Izmo utilizza questo strumento principalmente in relazione alle attività di Esplorazione e analisi urbana, Animazione territoriale e ha avuto modo di applicarlo concretamente nel corso dei progetti Terni 24h, Geografia relazionale nello scalo Vanchiglia, El Barrio Workshop, Einstein school workshop. Izmo use this tool mainly in relation to the activities of  Urban exploration and analysis and Social events, Izmo was able to apply it in practice during the projectsTerni 24h, Geografia relazionale nello scalo Vanchiglia, El Barrio Workshop, Einstein school workshop.
For a english treatment of Dèrive, the reader should refer to Dèrive | Urban Drift

La deriva era il principale mezzo esplorativo dei membri dell’Internazionale Situazionista, movimento rivoluzionario formato da artisti, architetti e studiosi di tutta Europa, attivo dal 1956 al 1972, anno ufficiale del suo scioglimento. L’I.S. è stato forse il più importante tentativo collettivo di costruire una critica alle nuove forme di dominio che si erano create in quegli anni, quali il consumismo e le nuove condizioni del capitalismo. Attraverso una critica radicale della società, essi auspicavano una rivoluzione culturale, con il superamento dell’arte e con l’intento di costruire situazioni. Il gruppo si fece promotore di un rinnovamento anche nel campo urbano, in aperta polemica con il funzionalismo dilagante, attraverso una nuova architettura e l’esplorazione psicogeografica dei siti: la deriva appunto. Gli studi psicogeografici si propongono di esaminare come le percezioni e le sensazioni soggettive, i desideri e le preoccupazioni individuali siano influenzati dalla geografia dell’ambiente urbano e, allo stesso tempo, come questi elementi influenzino e diano forma a quella geografia. La tecnica principale della psicogeografia consiste dunque nella deriva: un percorso libero, ma critico, sul terreno urbano. Compiere una deriva significa lasciarsi andare alle sollecitazioni dell’ambiente, scegliere in modo non razionale il percorso da seguire, smarrirsi consapevolmente fra le pieghe della città. E’ una tecnica ‘spontanea’ di esplorazione urbana che mira alla comprensione e alla conoscenza della città, percorrendola assolutamente fuori dagli itinerari turistici e irrimediabilmente seguendo direzioni accidentali, senza alcun tipo di limitazione o delimitazione. Questo per soddisfare non soltanto un interesse esplorativo, ma soprattutto per raggiungere un ‘disorientamento emozionale’ nell’osservare un nuovo contesto ambientale o i dintorni di un quartiere conosciuto, ma mai attentamente osservato. Prendendo spunto da questa pratica, l’attività del laboratorio Deriva si articola in una prima fase di esplorazione in gruppo nell’area di studio, non seguendo una mappa o un percorso prestabilito. Fissato il punto di partenza, i confini, il tempo di esplorazione ed eventualmente il punto di arrivo, si procede in modo libero, cercando di esplicitare le sollecitazioni indotte dall’ambiente circostante. Sono messi a disposizione vari mezzi, che ogni partecipante potrà scegliere di utilizzare liberamente, se non è fissato a priori un mezzo prestabilito. Nelle nostre varie esperienze sul territorio abbiamo individuato come mezzi più idonei la macchina fotografica, il blocco per schizzare e per appunti, il registratore audio, la cartina muta, ovvero una mappa del luogo senza alcuna indicazione didascalica dei luoghi, la telecamera e il binocolo. Sono mezzi che ognuno può scegliere di usare in base alla propria sensibilità o al risultato che si vuole ottenere in termini di dati raccolti. Questi permettono di focalizzare l’attenzione e di amplificare le potenzialità dei sensi. Servono da setaccio per focalizzare gli elementi che costituiscono la complessità dello spazio e permettono di raccogliere dei dati oggettivi che possono essere facilmente riorganizzati. A questa fase esplorativa possono seguire uno o più incontri di rielaborazione collettiva, col fine di focalizzare l’attenzione sull’esperienza, sulle sensazioni e sollecitazioni registrate, con l’opportunità di instaurare un dibattito critico e l’avvio di proposte progettuali. Gli obiettivi del Laboratorio deriva sono quelli di innescare una partecipazione attiva dell’utenza verso il territorio circostante, sia come consapevolezza personale dell’oggettività e delle potenzialità dei luoghi, sia come reale interesse e propositività nei tavoli di discussione. L’attività proposta si pone l’intento di riattivare lo spirito di osservazione e la curiosità per la città e per il quotidiano che ci circonda e che non sembra più sorprenderci, per cercare di aumentare la propria sensibilità nell’osservare e nel vivere.

Si veda anche:

Progettazione partecipata

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La progettazione partecipata è un processo che per definizione tende a far interagire il professionista (progettista) con l’utente che usufruirà del prodotto, allo scopo di creare un interscambio d’idee e un momento di confronto tra esigenze del fruitore e immaginario progettuale. Un percorso di elaborazione di questo tipo è una forma di intervento nel quale assume rilievo primario il progetto, nella sua complessità e totalità. La costruzione di eventi e situazioni è basata essenzialmente su una chiara definizione dei dati di sfondo, degli obiettivi, generali e specifici, delle attività, della tipologia del target e delle modalità del suo coinvolgimento, oltre che delle risorse necessarie, finanziarie, umane, organizzative e strutturali, delle metodologie di intervento e degli eventuali contenuti e metodi di valutazione. La progettazione, come metodo, è “partecipata” se e quando viene costruita non dai soli progettisti, bensì dalla cooperazione sinergica tra tutti gli attori interessati, gli esperti e i soggetti ai quali essa è indirizzata. La partecipazione, dunque, indica una modalità attiva e socialmente visibile di contributo alla progettazione da parte di coloro che sono destinati a diventare utenti del progetto. Il ruolo dell’esperto, lungi dall’esserne sminuito, ne viene valorizzato. Il progettista viene coinvolto in modi assai più articolati: infatti, anziché lavorare in forma autonoma e isolata, è costretto a comunicare le proprie idee in modo efficace e, soprattutto, a promuovere un contributo altrettanto efficace da parte dei propri interlocutori, che esperti non sono e che, quindi, vanno sostenuti. La progettazione partecipata, insomma richiede da parte dell’esperto, capacità di promozione della comunicazione efficace e promozione della partecipazione altrui. Il suo ruolo diventa così più complesso ed insieme più interessante. La progettazione partecipata è stata finora prioritariamente utilizzata nell’area dell’ambiente per migliorare la qualità urbana e consentire ai cittadini, soprattutto quelli più deboli, bambini, anziani ed emarginati, di far sentire la propria voce nelle scelte urbanistiche. E’ però anche usata come metodo generalizzato dell’animazione, per il coinvolgimento diretto dei gruppi, specialmente adolescenziali, nella costruzione delle attività e, soprattutto, dei luoghi fisici che le dovrebbero ospitare in futuro.

Per diritto ricevuto

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Il titolo di questa pagina è volutamente lo stesso del trafiletto comparso ieri sulla stampa per la rubrica Buongiorno di Gramellini.

Leggere queste 20 righe ogni giorno dovrebbe essere una buona abitudine per tutti. Sono divertenti, pungenti ma soprattutto, per quanto mi riguarda, mi fanno capire che in fondo la pensiamo tutti nello stesso modo, siamo tutti nella stessa barca.

Beh, si. Perchè a volte mi sembra proprio di essere un’aliena in mondo che va avanti tranquillo, che non si scandalizza più per niente e che vive pacifico…subendo.

E così ritornando all’articolo di ieri, per diritto ricevuto appunto, leggevo di una lettrice che in treno è scopiata a ridere insieme ai suoi compagni di viaggio per un annuncio un po’ curioso dall’altoparlante del treno: ehi, siamo in perfetto orario.

Gramellini scrive:

“Una volta erano solo i bambini a vantarsi di aver fatto il proprio dovere. Ma in un quadro generale di regressione all’infanzia appare inesorabile che le grandi aziende a contatto col pubblico adeguino la strategia seduttiva. Non più soltanto minimizzare i disagi, ma enfatizzare il dovuto come se fosse un regalo. […]

Il gioco è meno ingenuo di quanto sembri.

Se i nostri diritti cominciano a essere spacciati per valore aggiunto, alla lunga finiranno per diventarlo davvero e costeranno ancora di più.

E allora cosa dire delle offerte di lavoro di oggi?

Ti parlano di lavoro, di gruppo, di imparare e poi come se fosse un fatto straordinario, fuori dalla norma, quasi un favore, ti propongono un rimborso spese da fame.

Ma allora? Il lavoro non prevede un compenso? uno stipendio?

Non è normale?

No. Non è più normale.

Non è raro sentirsi dire in risposta ad una richiesta per far valere i propri diritti: ehi, io ti faccio lavorare! Cosa pretendi?

Ma il problema ha radici profonde e ramificate.

Se io mollo, lascio, rinuncio, dietro di me ci sono decine di ragazzi, neolaureati come me, che accetteranno, presi dalla disperazione e dall’abbaglio di 100 euro in tasca.

Come far valere i propri diritti?

Non c’è un modo. Mettersi contro il capo, vuol dire correre il rischio di rimanere con le mani in mano per troppo tempo. Torino è più che altro un paese grosso,più che una piccola città.

Tutti si conoscono e tutti parlano. Se tu crei grane nessuno ti chiamerà più.

E’ terribile.

Se lavoro, produco, non regalo niente. Faccio guadagnare qualcuno. Ed è giusto e ovvio essere ripagato.

Un rimborso delle mie spese prevede: affitto+spese= 220 euro vitto: 15 euro x 30 giorni= 450 euro trasposto: 1.80 x 25 giorni= 45 euro Totale: 715 euro

e sei solo andato a lavorare! Non sei uscito e non hai niente addosso

ma come dice Gramellini:

Se i nostri diritti cominciano a essere spacciati per valore aggiunto, alla lunga finiranno per diventarlo davvero e costeranno ancora di più.


grande gabri, bellissimo articolo, la penso proprio come te. stefano

La Città Incantata

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TITOLO: la città incantata/ Spirited Away

TITOLO ORIGINALE: Sen to Chihiro no kamikakushi

REGIA: Hayao Miyazaki

GENERE: Animazione

NAZIONALITA’: usa/giappone

ANNO 2001

DURATA 125′

PRODUZIONEToshio Suzuki

DISTRIBUZIONE Mikado

colore

commento personale

E’ semplice ma nello stesso tempo molto difficile. Ha vari livelli di lettura ed è adatto a tutte le età.

I disegni sono strepitosi, niente a che vedere con la finzione 3D disney o dreamworks, sono alla vecchia maniera dei cartoni animati che abbiamo amato da piccoli.

La colonna sonora da un senso di magia in più. Ve ne consiglio nettamente la visione!

per maggiori informazioni visitate il sito ufficiale http://www.mikado.it/lacittaincantata/home.html

trama (dal sito http://www.filmup.com/sc_spiritedaway.htm )

La piccola Chihiro sta viaggiando con i genitori verso la sua nuova casa. Improvvisamente il padre e la madre vengono attratti da alcune strane rovine. Affascinati e affamati si fermano per dare un’occhiata e per cercare qualcosa da mangiare. Nel frattempo la bambina si guarda intorno: quando cala la notte le porte di un nuovo straordinario mondo si aprono per lei. Per ritornare al suo mondo e riabbracciare i genitori, Chihiro affronterà avventure incredibili, conoscerà personaggi straordinari e imparerà il senso dell’amicizia.

Le università

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Sappiamo tutti quanto conta l’università, o l’istituto in generale, dove si studia. I professori e le strutture ti danno molto, ti possono stimolare o deprimere.

Tramite articoli, voci di corridoio, persone note uscite da…, possiamo farci un’idea delle realtà universitarie e di ricerca attive nel mondo.

Siamo soddisfatti delle nostre? scrivete tutto! Io per iniziare metterei:

  • la “nostra” universita’ Politecnico di Torino
  • la facoltà dove ho studiato in erasmus: Kunsthochschule Berlin Weissensee KHB
  • il sogno di tutti: il mitico MIT
  • l’universita’ dove hanno studiato piu’ o meno tutti i grandi olandesi TU DELFT

Software libero

Il software libero: una opportunità di sviluppo economico e culturale

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Spesso si discute sulla progressiva marginalizzazione che l’Europa, e l’Italia in modo particolare, sta subendo in campo economico: la globalizzazione, e la grande crescita di quel gigante demografico ed ora economico che è la Cina, stanno sempre più spostando l’asse economico del mondo verso il Pacifico ed il Sud Est asiatico. Altrettanto spesso si parla del rischio di un analogo impoverimento tecnologico dei nostri Paesi: è notizia di pochi giorni fà che negli Stati Uniti d’America crescono le proteste, favorite dal clima pre-elettorale, per l’outsourcing di migliaia di posti di lavoro in India, non per produrre scarpe, ma per sviluppare software e gestire i call center telefonici di importanti aziende statunitensi; a quanto pare è normale ormai per gli americani chiamare il servizio clienti per esempio di una azienda di servizi, e sentirsi rispondere da un giovane con accento indiano. Ora, a parte le probabili esagerazioni ed esasperazioni, è innegabile che la globalizzazione sia anche questo, favorita dall’evoluzione tecnologie delle telecomunicazioni e dallo loro convenienza economica; sui grandi volumi di traffico, una te lefonata tra gli Usa o l’Europa e il Terzo (?) Mondo costa quanto una telefonata nazionale. Ma come si può reagire? La ricetta sembra semplice: puntare sull’innovazione, di processo e di prodotto, e sull’educazione, sulle capacità dei nostri giovani di competere a livello globale. Ma tra il dire e il fare come al solito c’è di mezzo il mare: le risorse economiche da investire sono quelle che sono, specialmente al Mezzogiorno, e spesso le si impiega in modi che finiscono per sortire l’effetto opposto a quello che ci si era prefissi. Diventare competitivi significa spesso scegliere una strada diversa, che porti all’indipendenza e alla libertà e permetta di aggiungere veramente del valore a quello che si fà. Di tutto ciò sono nemici i monopoli, in special modo quelli, imposti da lontano, che impediscono il nascere e svilupparsi di competenze veramente innovative in sede locale. L’esempio che vogliamo trattare in questo articolo è il software; il software è, genericamente parlando, l’insieme dei programmi che fanno funzionare i computer, ma non solo: oggigiorno anche i telefonini, le apparecchiature e le infrastrutture elettroniche funzionano grazie al software. Il software è qualcosa di immateriale: in teoria chiunque, con le necessarie conoscenze e competenze, un computer e un bel pò di tempo a disposizione potrebbe “scrivere” tutto il software necessario per far funzionare un computer. Diverso è il discorso con l’hardware, cioè la parte “materiale” dei computer: per produrlo, oltre alle conoscenze, sono necessarie le fabbriche, i macchinari, le materie prime. L’unica materia prima del software è l’intelligenza umana. E questo è proprio quanto è successo negli anni scorsi e sempre più sta succedendo in questi anni: giovani svegli, appassionati e capaci, distribuiti in tutto il mondo e in comunicazione tra loro grazie ad Internet, hanno scritto e continuano a scrivere ottimo software che, in teoria, ma soprattutto in pratica, può sostituire il software prodotto dalle grandi aziende. Come è possibile tutto ciò? E’ possibile perché quello che viene scritto è software libero. Che cosa è il software libero? Partiamo dalla definizione (www.gnu.org/philosophy/free-sw.html) data da Richard Stallman (www.stallman.org), colui che negli anni settanta, per non essere costretto dal proprio datore di lavoro a negare agli amici e colleghi la libertà di conoscere, usare e condividere il software da lui scritto, si è licenziato e ha fondato il progetto GNU (www.gnu.org/home.it.html) e la Free Software Foundation (www.fsf.org): l’espressione “software libero” si riferisce alla libertà dell’utente di eseguire, copiare, distribuire, studiare, cambiare e migliorare il software. Più precisamente, si riferisce alle seguenti 4 libertà: – libertà di eseguire il programma, per qualsiasi scopo (libertà 0) – libertà di studiare come funziona il programma e adattarlo alle proprie necessità (libertà 1). L’accesso al codice sorgente ne è un prerequisito. – libertà di ridistribuire copie in modo da aiutare il prossimo (libertà 2) – libertà di migliorare il programma e distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio (libertà 3). L’accesso al codice sorgente ne è un prerequisito. Il codice sorgente è la forma del software leggibile dagli esseri umani; questo viene “compilato”, cioè trasformato in una forma leggibile ed eseguibile dai computer: questa è la forma nelle quali viene distribuito il software non libero, che quindi non può essere studiato e migliorato. L’approccio del software libero è possibile perché il software è immateriale e può essere duplicato senza praticamente costi; è un approccio semplice ma rivoluzionario, ed ha dato luogo a tutto il software libero che possiamo usare oggi: GNU/Linux (www.tldp.org), il sistema operativo con il maggiore tasso di crescita di diffusione, l’unico che sta riuscendo a rompere il monopolio di Microsoft, Apache (www.apache.org), il web server di gran lunga più utilizzato su Internet, OpenOffice (www.openoffice.org), la suite di software di produttività individuale capace di sostituire Microsoft Office, Gimp (www.gimp.org), il programma di manipolazione di immagini e fotoritocco che non ha niente da invidiare ai software commerciali più costosi, e migliaia di altri programmi (www.freshmeat.net, http://www.sourceforge.net). Ma il software libero può migliorare la competitività di un Paese, o quanto meno delle Regioni meno favorite dal punto di vista della potenza economica e delle opportunità commerciali? Cosa offre il software libero in questo senso? Innanzitutto (libertà 0) permette di avere accesso a tutto il software che potrebbe servire per avviare o supportare un’attività commerciale, un ente di ricerca, una scuola, un’organizzazione no-profit, un ente locale o un ente culturale. E l’accesso sarebbe a costo zero, per quanto riguarda il costo del software, mentre l’investimento richiesto riguarderebbe il supporto per tale software. Che cosa vuol dire? che non è richiesto pagare licenze all’azienda produttrice del software, perché questo è libero, e quindi (libertà 2) è liberamente ridistribuibile, ma che chiaramente ci vuole qualcuno con le competenze necessarie per farlo funzionare. Questo è vero anche per il software non libero, specialmente in Italia, dove le aziende produttrici di software sono pochissime, e tantissime quelle che supportano software non libero sviluppato all’estero. Nel caso del software libero, però, chiunque può diventarne esperto (libertà 1) senza dover pagare royalties al produttore, e quindi entrare nel mercato della consulenza mettendo sul piatto della bilancia le proprie capacità, con le quali i concorrenti dovranno confrontarsi: diventa difficile vivere di rendite di posizione in quanto tutti partono dallo stesso livello. Se poi vi sono la necessità e la competenza, lo stesso software può essere migliorato (libertà 3) senza dover pagare royalties. Quello che è richiesto nella maggior parte di licenze free-software (per esempio la più diffusa gpl General Publica License – http://www.softwarelibero.it/gnudoc/gpl.it.txt) è di mettere a disposizione i miglioramenti apportati a chiunque lo desideri, offrendo agli altri le stesse libertà di cui si è usufruito. Per le aziende che hanno bisogno di software per funzionare, il vantaggio è che dovranno pagare solo per il supporto, e non per le licenze al produttore, e soprattutto che potranno rivolgersi alla ditta di supporto che preferiscono, senza essere svincolati ai “capricci” del produttore, che (è successo innumerevoli volte) per i più svariati motivi può cambiare politica, e cessare il supporto o ritirare il prodotto dal mercato. I vantaggi del sofware libero, in termini di sviluppo economico e sociale, sono quindi molteplici: immaginiamo che cosa il software libero può voler dire per dei professionisti, che, con un grosso capitale di conoscenze e competenze, ma con un ridotto capitale economico, vogliano entrare nel mercato della consulenza; immaginiamo inoltre che cosa il software libero può significare per la Scuola, da cui quei futuri professionisti devono essere formati: i professori possono, scegliendo il software libero quale ausilio al proprio insegnamento, mostrare ai ragazzi tutto, ma proprio tutto, quanto vi è nel software e nell’informatica: se è vero, come è vero, che la Scuola deve formare competenze e capacità generali e non semplicemente come funziona un particolare prodotto di uno specifico fornitore/monopolista, che cosa c’è di meglio del software libero? (www.softwarelibero.it) I ragazzi potranno scegliere il software migliore, senza vincoli economici, studiarlo fin nei più piccoli dettagli grazie alla disponibilità del codice sorgente, migliorarlo se ne hanno le capacità e la necessità, collaborando magari con altre scuole. Non è più un apprendimento di “dogmi” ricevuti dall’alto, dal fornitore/monopolista di turno, ma un capire che cosa si ha sotto mano e costruire cose nuove, alzandosi “sulle spalle dei giganti”: secondo la migliore tradizione scientifica, si costruisce vera conoscenza capendo quanto ci è stato passato da chi ci ha preceduto, e ha passato il vaglio critico degli esperti del settore, e migliorandolo senza dover inventare tutto da capo; la riusabilità del software libero, garantita dalla libertà 3, permette di fare ciò. Lo stesso per le Pubbliche Amministrazioni, che non useranno i soldi dei contribuenti per pagare licenze a produttori di oltre oceano, ma li spenderanno per ottenere il supporto dei fornitori locali, attivando un circolo virtuoso di investimenti e valorizzazione delle risorse economiche e culturali locali. Non ultimo, un altro vantaggio del sofware libero è la sicurezza intrinseca che software stesso: il fatto che esso sia da chiunque leggibile e verificabile comporta che le falle di sicurezza possano essere corrette velocemente, e soprattutto che si possa verificare che, nascosti nei programmi, non vi siano funzionalità che “spiano” il lavoro degli utenti e comunichino segreti a terzi malintenzionati, o alterino i risultati delle elaborazioni. Pensiamo a quanto ciò possa essere importante se si vuole usare il software per il cosiddetto “voto elettronico”. Per concludere, il software libero è una grande opportunità, che è lì disponibile per essere sfuttata: sta a noi, intesi come entità economiche, culturali o amministrative, conoscerlo ed utilizzarlo al meglio.

Roberto Giungato articolo comparso su

Anxa News

del Luglio 2004, Notiziario della Associazione culturale Anxa di Gallipoli (Le).

Gomorra (rivista)

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GOMORRA

quadrimestrale di architettura urbanistica antropologia sociologia

Meltemi Editore

Pregi: Credo che sia una delle riviste d’architettura più valide nel panorama nazionale, e ben si posiziona anche a livello internazionale. Tratta di temi che riguardano prevalentemente la città contemporanea con articoli molto interessanti di tutti i protagonisti del dibattito nazionale ed internazionale.

Difetti: E’ quadrimestrale = carissima (se guardiamo le pagine e non il contenuto…)

Gomorra

Cosa ne pensa Agnoletto su Arch’it

http://www.meltemieditore.it

Deriva 27 Aprile 2004

partecipanti

Primo debussolamento gastropixellare urbano 27/04/2004

nome chi è? commenti personali
Alessandro gruppo-sfera architetto forse la fame per lo più alimentata dai 250 panini che ci aspettavano è stata una buona arma per sollecitare la ricerca del cibo… ci vuole sempre uno specchietto per le allodole! aggiungo inoltre che è stato molto carino quando dal centro di largo Montebello i gruppi si sono divisi e preso la propria strada in modo casuale… ah! cavolo aggiungo anche questo: interessante la sensazione di sapere, dalle persone incontrate durante la deriva, che un altro gruppo era passato prima di noi per fare foto ai medesimi soggetti
AlessioBosca amico ingegnere informatico che te ne è parso della deriva??
Amici/Marco Bonavia amico dottore in scienze forestali che te ne è parso della deriva??
ChiaraGalvan? amica di Alessandro architetto che te ne è parso della deriva??
Claudio amico ??? che te ne è parso della deriva??
Daniela sorella di Simona architetto che te ne è parso della deriva??
Amici/Daniele Salaris amico di Alessandro sociologo che te ne è parso della deriva??
Elena collaboratrice gruppo-sfera fotografa che te ne è parso della deriva??
Federico Bertoli fidanzatino di Gabriella architetto http://www.boda.it la mia deriva? anomala, forse un reportage sulla vostra serata e sulle persone della deriva.
Federico Ruscalla amico architetto che te ne è parso della deriva??
Gabriella gruppo-sfera architetto sono rimasta sorpresa dal coinvolgimento dei partecipanti!
Michele amico ??? che te ne è parso della deriva??
Gianluca gruppo-sfera ingegnere non vedo l’ora di fare la prossima! Quando??Il 28 maggio al El Barrio!
Sara ex-coinquilina di Gabriella architetto restauratore che te ne è parso della deriva??
Simona gruppo-sfera scienziata della comunicazione mi sono divertita e mi è sembrata una bella serata per tutti..dovremmo festeggiare le mensilità! e speriamo che i partecipanti collaborino anche col sito..creiamo una comunità!
Stefano gruppo-sfera architetto è stata una serata fantastica, mi sono divertito molto più di quanto avrei pensato ed ho visto un grande coinvolgimento di tutti i partecipanti. Ale, attento a quelli che fanno jogging!
Stefania Sabatino fidanzatina di Alessandro architetto De riva et ceteris rebus: ero molto curiosa di vedervi all’opera e mi ritengo soddisfatta di questo primo assaggio di deriva. E le prossime?? Aspetto impaziente!
StefaniaVerrua amica di Alessandro avvocato che te ne è parso della deriva??
Amici/Viviana Rubbo collaboratrice gruppo-sfera architetto che te ne è parso della deriva??

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foto di Federico Bertoli
http://www.boda.it

Peter Zumthor

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Ancora oggi, dopo tanto tempo, posso dire che e’ il mio architetto preferito. E’ cupo, scontroso, superbo ma è anche geniale.

Le sue architetture sono poche, ma come dice qualcuno riferito alle parole, quando progetta…sono pietre!

Come poter non rimanere sconvolti dalla complessa semplicità e dall’aria mistica delle terme di Vals, o ancora della cappella a Sogn Benedetg…incredibile.

In attesa di alcune foto scattate nelle nostre visite, propongo ad ognuno di inserire un commento personale alle sue architetture viste.

Non è un caso il fatto che ho inserito questa pagina oggi. Fra due settimane circa infatti sarò di nuovo alle terme ma questa volta visiterò anche la parte riservata alle cure estetiche (non che io ne abbia bisogno )

Museo d’Arte a Bregenz in Austria

Centro per l’Arte progettato nel 1998.

L’edificio si inserisce con naturalezza nel panorama di Bregenz, nell’isolato tra Kornmarkstrasse, Kornmarkplatz e See-strasse che ha un carattere particolare: è come se qui la città fosse avanzata prudentemente verso il lago, senza un margine definito ma soltanto attraverso interventi puntuali, risalenti già all’età barocca. Non si registra una massiccia edificazione ottocentesca, quanto piuttosto una sequenza di spazi cresciuti lentamente, con punti di snodo delicati.

L’edificio si compone di uno scheletro portante in cemento e di un rivestimento costituito da una parete ventilata in pannelli di vetro traslucido. Vi è accorpato un basso edificio dell’amministrazione e dei servizi, perpendicolare alla Kornmarktstrasse, che da origine a una nuova piazza. Grazie all’accorpamento degli ambienti secondari e di servizio come l’amministrazione, la biblioteca, lo shop, la caffetteria, la libreria, è stato possibile concepire il Kunsthaus come un vero e proprio museo e spazio mostre a conformazione variabile. Al suo interno si è dovuto rinunciare, a causa della limitatezza dello spazio, alla classica sequenza di sale a illuminazione zenitale, cioè la distribuzione orizzontale è stata sostituita dalla sovrapposizione delle sale. Peter Zumthor ha creato una concatenazione verticale, in modo da salvaguardare il principio del percorso continuo. L’itinerario di visita a forma di spirale, non raggiunge le sale assialmente ma tangenzialmente: in questo modo si può cogliere ogni sala con un solo colpo d’occhio.

L’architetto punta su una qualità di luce diffusa in modo che all’interno delle sale si creano zone di illuminazione differenti ma nessuna ombra. I materiali scelti in questo edificio perseguono un intento di sobrietà e armonia infatti la pavimentazione è in graniglia, priva di giunti e grigia (in tonalità diverse a seconda delle sale), e il cemento appare sempre del caratteristico colore grigio morbido. Le murature portanti in cemento armato, attraversate da un sistema di tubature, hanno la funzione di provvedere al riscaldamento o al raffreddamento grazie alla temperatura costante dell’acqua che le attraversa. All’esterno, attraverso le strutture del Kunsthaus e del padiglione dell’amministrazione, lo scheletro e il rivestimento fanno il loro ingresso nello spazio urbano con un rapporto sia di antagonismo sia di armonia. Lo scheletro dell’edificio nero a due piani, con i grandi elementi scorrevoli e lo stretto fronte verso strada, annuncia in materia discreta ciò che al suo interno di questa costruzione la luce diventa tema spaziale. La struttura a scandole di vetro rappresenta un filtro per la luce permeabile all’aria e alle condizioni atmosferiche, è il limite esterno di una fascia che permette alla vista di spaziare a profondità diverse, e che ugualmente segna il confine dell’interno verso l’esterno.


Cappella a Sogn Benedetg in Svizzera

Una piccola chiesa in legno sperduta tra le montagne della Surselva, testimonia la presenza di una nuova architettura svizzera, fatta di forme semplici, di materiali antichi, di particolari costruttivi raffinati e soprattutto di paziente lavoro.

La chiesa, progettata nel 1988 dall’architetto Peter Zumthor, sorge su un colle, sopra le case del villaggio Sogn Benedetg. La nuova cappella adotta come le chiese antiche, in quanto luogo sacro, una forma architettonica particolare che la distingue dagli edifici secolari. Sorge in un luogo privilegiato dalla topografia locale, ma in particolare si distacca dalla tradizione delle chiese locali perchè è costruita in legno. Il campanile, affiancato alla chiesa, è una costruzione simile a una scala a pioli di legno che piano piano si stacca dal fondo e si staglia sul cielo.

Peter Zumthor crea un oggetto architettonico contemporaneo, costruito in modo atipico tuttavia radicato profondamente nella storia dell’architettura e che, nonostante la sua estraneità, innesca ricordi che sembrano essere più preziosi di qualsiasi citazione diretta di una forma antica.

La chiesa è un edificio a un solo ambiente a forma di foglia o di goccia, orientata da est a ovest. Esterno e interno si corrispondono perfettamente. Questa corrispondenza è al contempo semplice e complessa perchè all’esterno la sagoma dell’edificio è slanciata mentre l’interno è arrotondato e introverso.

Dal punto di vista tecnologico la cappella si presenta come una costruzione in legno. Il pavimento di assi è lievemente bombato, appoggia liberamente sul telaio di travi e molleggia sotto il peso dei passi. Questo risuona come se fosse vuoto, e banalmente alcuni potrebbero pensarlo sospeso su uno spazio sottostante inutilizzato, non rendendosi conto che è proprio il vuoto il segreto della costruzione. Trentasette montanti in legno circondano la forma a foglia del pavimento e definiscono lo spazio. Sostengono il tetto che è una struttura, in legno anch’essa, a vene e nervature simili a quelle di una foglia o a centine di uno scafo di barca. Dietro ai montanti si sviluppa la curva della parete perimetrale argentea, costruita e dipinta come un panorama astratto di luce e ombra. Una croce di sottili lamelle davanti alle finestre modella la luce che dall’alto piove sotto il baldacchino. L’epidermide argentea della parete è rivestita all’esterno da scandole.

 


Bagni termali a Vals in Svizzera

Le terme di Vals sorgono in un villaggio isolato nei Grigioni, alla fine di una conca valliva a 1200 metri sul livello del mare. Risorsa importante di questo piccolo villaggio è l’acqua termale che sgorga dalla montagna a 26 gradi centigradi. E’ stato qui eretto a scopo turistico un complesso alberghiero con un nuovo bagno termale.

La nuova costruzione, iniziata nel 1994 e inaugurata alla fine del 1996, è un grande volume in pietra, coperto di erba, incastrato nella montagna con cui forma un tutt’uno. Un soggetto solitario che si oppone all’integrazione con le strutture esistenti, per lasciare emergere ciò che, in relazione al tema, appariva più importante: esprimere un intenso rapporto con la sua imponente topografia. Nello sviluppare questa idea, l’edificio trasmette l’impressione di essere più vecchio della costruzione che gli sta accanto, una presenza senza tempo nel paesaggio.

Peter Zumthor dice che le Terme di Vals “…non sono un’esibizione di giochi acquatici alla moda; esprimono (…) la silenziosa, primaria esperienza del bagnarsi, rilassarsi nell’acqua, del contatto del corpo con la pietra e con l’acqua a diverse temperature in differenti situazioni..” (Peter Zumthor, 1997)

E’ un edificio isolato seminterrato, indipendente dall’albergo esistente al quale è collegato soltanto attraverso un passaggio sotterraneo asfaltato. Superato il cancello di ingresso, si percorre il corridoio che conduce agli spogliatoi e alle docce. La parete di destra, verso monte, come tutte le altre parti della costruzione a diretto contatto con il pendio, è realizzata in cemento liscio, dalla superficie velluatata. A intervalli regolari l’acqua sgorga direttamente dalla “montagna” attraverso sottili tubi d’ottone e lascia sul cemento strisce rosso brune dovute alla sua componente ferrosa. Passando attraverso gli spogliatoi, si giunge a una galleria trasversale lunga e stretta da cui si gode dal primo sguardo d’insieme sulla sala centrale. Una rampa parallela alla galleria conduce al livello dell’acqua. Questo è l’unico punto nella costruzione in cui si percepisce la costruzione della montagna retrostante. Intorno al bacino centrale vi sono quattro grandi pilastri di varie dimensioni disposti come quinte, circondati a loro volta, a una certa distanza, da un’altra corona irregolare di pilatri. Di questi ultimi, quelli verso valle delimitano due grandi logge da cui si gode la vista del suggestivo panorama delle montagne, mentre gli altri individuano stretti spiragli verso l’albergo o verso la piscina esterna. La configurazione dello spazio è rilassante ed emozionante al contempo. Un movimento circolare parte dal centro della vasca e raggiunge la sua accellerazione massima agli angoli dell’edificio. Anche la piscina all’aperto, con la sua disposizione a patio, risponde al medesimo principio, benchè in modo più sciolto e con più agio.

Per quanto riguarda l’acqua è a temperature diverse, non sgorga direttamente dalla montagna, ma attraverso complessi meccanismi e impianti, filtrano e trattano l’acqua contenuta in un grande serbatoio prima di immetterla nei bagni.

Dal punto di vista architettonico la stratificazione uniforme della pietra da l’impressione di una costruzione monolitica. Zone di circolazione, pavimentazione delle piscine, soffitti, scale, sedili, aperture, tutto è dominato dal principio della stratificazione. In questo edificio viene studiato un muro composito formato da liste di pietra naturale (Gneis di Vals, estratta a 1000 metri più in alto nella valle) tagliate sottilmente. La struttura stratificata delle pareti di pietra trasmette un senso di levità non meno che di pesantezza. Questi muri non sono propriamente in pietra, poichè le scaglie verdi formano una sorta di rivestimento che, tuttavia, analogamente a quanto accade nei muri di rivestimento alpini, si è trasformato nel “muro composito di vals”, dato che il calcestruzzo aderisce monoliticamente alla parete di pietra. I singoli listelli del muro composito non sono trattati come blocchi e volumi, ma si presentano in strisce sottili r lievemente sfalsate in superficie, producendo un leggero disegno a rilievo, che mira a dare l’idea di un tessuto. Poichè l’unione di pietra e cemento è percepibile, ne deriva l’impressione tranquillizante che si tratti di un tessuto dotato di profondità, ovvero di un tessuto strutturale, resistente nel tempo. In particolare, i grandi pilastri che racchiudono lo spazio, lo liberano in modo graduale e sostengono le lastre in cemento della copertura, asimmetricamente aggettanti. Le soluzioni tecniche dell’edificio in questione come l’impermeabilizzazione dei pavimenti e delle piscine, canali di troppo pieno e per la pulizia, riscaldamento, condotti per l’aria condizionata, isolamento termico e giunti di espansione sono stati progettati in modo da rafforzare l’aspetto monolitico e omogeneo della struttura, inseriti nella tessitura degli strati o nei giunti della massa di pietra oppure incorporati nelle pareti di pietra e cemento.