La dualità della critica al progetto di Le Corbusier

Arrivato ai suoi confini, il linguaggio, che aveva posto la propria ipoteca sul reale, frantuma senza tregua la propria unità, rifiutando di pacificarsi con ciò che l’ha obbligato all’ esilio. La ‘parole’ architettonica torna così alle sue origini: strumento di autoriflessione, ondeggia sul reale, lasciandovi il segno della coscienza malata di un universo alto borghese che si chiede, sapendo di non poter rispondere, le ragioni del proprio naufragio.

M. Tafuri, Architettura Contemporanea, 1998

Con il progetto di Le Corbusier, in breve tempo, l’India si trovò protagonista della scena architettonica mondiale. Tutto a un tratto quegli edifici monolitici di cemento che la facevano da padrone in quei freddi paesi altamente tecnologizzati, giudicati da alcuni come costosi capricci estetici, divennero razionali ed economici in India. Potremmo dire uno dei primi risultati di quel fenomeno, di cui oggi si parla indistintamente, denominato Archistar.

Assemblea Chandigarh

Palazzo dell’assemblea a Chandigarh, vista generale e in dettaglio

Dagli anni ’50 ad oggi Chandigarh è stata una meta di pellegrinaggio molto ambita, tanto da diventare oggetto di critica per diverse generazioni di studiosi e architetti. In questo mezzo secolo la critica si è distinta essenzialmente tra due categorie: coloro che hanno analizzato il contributo apportato dal progetto all’ architettura indiana e coloro che, superando questo aspetto, hanno letto da più vicino i risultati delle idee dell’architetto francese.

Assemblea Chandigarh

Palazzo del segretariato a Chandigarh, vista generale e in dettaglio della copertura

Questa prima categoria di architetti e critici ha sostanzialmente elogiato il progetto, ad esempio l’architetto indiano Malay Chatterjee parlò di una nuova fiducia nella professione indiana derivante dalla allora nuova Chandigarh:

Gli esempi di ottimismo (…) permettono di spiegare la convinzione romantica condivisa da molti: la modernizzazione e l’industrializzazione dovrebbero risolvere tutti i problemi dell’ India nel corso del decennio. Chandigarh offriva una visualizzazione di tale ottimismo1.

Anche tra esperti e architetti stranieri c’è chi ha sostenuto Le Corbusier in questo progetto, uno per tutti lo storico William Curtis che affermò:

In questo progetto sono state raggruppate numerose idee e risonanze storiche, (…) questo piccolo frammento di pensiero indotto da oggetti della tradizione è un indice di tutta la filosofia che ispira le opere indiane di Le Corbusier“.2

Concludendo col parlare dell’architetto come di colui che realizzò la sintesi di una cultura “universale” e di una cultura “locale”.

Qui di seguito, a sottolineare una visione positiva sul giudizio dell’opera, può essere interessante riportare alcune domande poste recentemente sull’argomento da un meno noto autore:

Perché mai non dovremmo consentire anche all’ India di ospitare un capolavoro della cultura universale? (…) Perché fa paura questa città, che neppure deve confrontarsi con le preesistenze storiche? Perché i suoi ampi viali hanno fatto orrore perfino a Tiziano Terzani?3

Ora riferendomi ad alcuni concetti già enunciati in precedenza, vorrei rispondere brevemente a queste domande.

Un primo suggerimento volge ad una riflessione su ciò che è il concetto di “cultura universale”, questa implica un’evoluzione collettiva che obbliga culture, con diversi tempi di sviluppo, ad omologarsi a un’unica chiave di lettura nei confronti dell’ architettura. Pur sorvolando sul tema del confronto con le preesistenze storiche che, non esistendo, non vedo perché debbano essere create da altri popoli, farei notare che potrebbe esistere uno sviluppo delle arti proprio di una determinata cultura che può non necessariamente omologarsi a quello globale.

Probabilmente, Tiziano Terzani che ha vissuto da vicino i profumi, le superstizioni, i credi, la povertà e la semplicità del popolo indiano, avrà percepito uno sventramento di ciò che è il vivere comune in India che lentamente è violentato dalle ciniche conquiste globali.

Personalmente, per concludere, non riesco a comprendere come, a distanza di così tanto tempo, si possa essere legati a pensieri coloniali e visioni positiviste che pedantemente pongono ancora la ragione Occidentale come punta di diamante della civiltà.

Per ascoltare l’altra categoria di architetti e critici è utile leggere ciò che scrive sull’ argomento Charles Correa nel suo saggio Chandigarh vista da Benares4.

Secondo l’autore, grazie al lavoro di Le Corbusier nel nord e nell’ ovest del paese sorse una particolare coscienza architettonica. Il lessico di Chandigarh e l’interesse per l’architettura hanno dato slancio a un gran numero di studi di architettura, come appunto quello di Correa5.

Parlando degli aspetti negativi degli edifici dell’opera, l’autore, fa notare ad esempio come i frangisole caratteristici degli edifici siano un elemento sfavorevole per cause quali l’accumulo di grandi quantità di polvere, la dimora dei piccioni e l’immagazzinamento di calore durante il giorno che viene ceduto di notte. Paragonando questi ultimi alle soluzioni tradizionali di uso indiano, per proteggersi dal sole, da un giudizio di questo tipo:

Non sono, neanche lontanamente, paragonabili alle vecchie verande, molto meno costose, che proteggono gli edifici durante il giorno, si raffreddano rapidamente la sera e servono, inoltre, come sistemi di circolazione“.6

Maggiori aspetti negativi sorgono oggi dall’analisi urbana di Chandigarh: Correa giudica la città impostata su una struttura feudale con una “separazione fra governanti e sudditi, nella sua divisione in settori improntata al principio delle caste, e così via”.7

Un aspetto ancora più preoccupante (che va a rispondere una seconda volta alla domanda sul perché Terzani orridisca di fronte agli ampi viali della città) è dato dalla bassa densità di costruzioni. Tanto è vero che diventa difficile un sistema di trasporti pubblici, tanto che: “nel bel mezzo di un pomeriggio riarso dal sole, si vedranno poveri indiani sventurati arrancare a piedi o in bicicletta sui rettilinei spietatamente lunghi, fra muri di mattoni, verso l’infinito8.

Sulla scia di Chandigarh nuove città indiane ne seguirono l’impostazione, anch’esse senza curarsi del tenore di vita delle classi medie, portando disagi altrettanto significativi alla popolazione.

Parlando del progetto di Le Corbusier nella sua valenza di conquista culturale, si può lodare se si pensa al meccanismo che ha innescato rispetto ad una nuova coscienza architettonica in India. È possibile però leggere questa influenza come un atteggiamento inconsapevole che frantuma lo sviluppo del linguaggio unico e tradizionale di una cultura, questo è ciò che può essere definito come deculturizzazione di un popolo.

Una deculturizzazione, che tengo ancora una volta a sottolineare, avvenne attraverso l’architettura.


1M. Catterjee, Evoluzione dell’ architettura indiana contemporanea, 1985, p. 127.

2W. Curtis, L’antico nel Moderno, 1988, p. 89.

4H. Allen Brooks (a cura), Le Corbusier 1887-1965, 2001.

5K. Frampton C. Correa, Charles Correa With an Essay by Kenneth Frampton, 1996.

6H. A. Brooks, Le Corbusier 1887-1965, 2001, p.224.

7Ibidem , p. 225.

8Ibidem , p. 225.

La lettura di Chandigarh attraverso le riviste

La trasformazione del mondo inizia dalla trasformazione della nostra mente ed il rinnovamento della nostra mente inizia con la trasformazione delle immagini che introduciamo dentro: le immagini che attacchiamo nei nostri muri e che portiamo dentro ai nostri cuori.

Ward L. Kaiser,A new view of the world, 2005

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Per poter fornire un esempio concreto di come il linguaggio architettonico possa essere influenzato da uno dei mezzi con cui questo processo avviene, riporterò, qui di seguito, una prima analisi dell’opera di Chandigarh attraverso le pubblicazioni di due delle più importanti riviste di architettura italiane: “Casabella” e “Domus”.

Uno dei primi articoli sull’argomento viene stampato nel 1953 su “Domus” dal titolo La carta per la creazione di una capitale. Qui, in una visione positiva del progetto e dell’impresa di una creazione di nuova città, viene spiegato quanto la pianificazione dell’opera sia stata attenta e scrupolosa, mettendo un accento su quali innovativi metodi moderni siano stati impiegati da Le Corbusier: la griglia urbanistica Ciam, il modulor, la “griglia climatica”, il Brise-soleil, la regola delle 7V.

Cito alcune righe dell’ articolo per rendere più esplicito l’atteggiamento con cui ci si poneva rispetto all’opera:

il caso è l’esempio straordinario che questa impresa rappresenta, è la edificazione di una città totalmente pensata e prevista prima della sua costruzione, dalla scelta libera del terreno alla distribuzione urbanistica, al programma economico, alla successione dei lavori, in una applicazione integrale dei metodi informatori della architettura moderna. Una città dove l’ incoerenza e il disordine sono esclusi“.[1]

domus 871

La stessa rivista, a distanza di una decina d’anni,  pubblicò un Omaggio a Le Corbusier, composto da alcune pagine di fotografie di Tapio Wirkkala. In quest’occasione, si può leggere quanto la figura di un grande architetto quale Le Corbusier, possa distrarre dal formulare un giudizio obiettivo sulle sue opere:

Queste fotografie sono un nostro ringraziamento a Le Corbusier: per quello che fa, per la bellezza di cui arricchisce il mondo.(…) La nostra epoca non ha molto da lasciare ai posteri, in fatto di architettura, e il futuro non sembra molto promettente. Queste di Chandigarh, come altre di Le Corbusier,(…) sono già entrate nella storia dell’arte, come le grandi opere della umanità – nonostante gli errori, urbanistici o tecnici, che alcuni vi vogliono cercare; e che il tempo stesso penserà a confutare“.[2]

Ecco che l’articolo citato è un calzante esempio di Soft power, questa volta ottenuto non solo attraverso le immagini di un’opera, ma tramite l’immagine che un architetto crea di sé o che viene creata da coloro che scrivono di quest’ultimo.

Un giudizio contrario rispetto agli articoli precedenti può essere invece compreso attraverso le righe di un articolo di L.Spinelli del 1993, sempre sulla medesima rivista:

Il risultato è quindi quello di una città che, pur innalzando il livello e la qualità della vita, celebra se stessa senza curarsi del rapporto con la realtà. Realtà che vive in maniera tragica la sua contraddizione di città progettata per l’automobile in un paese in cui la bicicletta rappresenta per molti ancora un sogno“.[3]
casabella continutàPassando ora in rassegna le pubblicazioni di un’altra rivista, quale “Casabella”, notiamo come in un primo articolo del 1956[4], Le Corbusier Chandigarh, risulti assente di una particolare critica. Qui viene infatti semplicemente presentata l’opera in un periodo in cui alcuni edifici della città iniziavano a concludersi. Per brevità, non ne citerò i contenuti.

Per trovare le prime critiche su Chandigarh, nelle pubblicazioni di questa rivista, bisogna attendere un articolo del 1988. Quest’ultimo si intitola Chandigarh oggi, dove Madhu Sarin scriveva:

In nessun momento del processo di preparazione del piano si pensò alla sua agibilità a lungo termine o alla accessibilità economica dei vari settori di popolazione a ben progettate abitazioni oppure a zone lavorative.(…) Oggi, 37 anni più tardi, e con una popolazione di 500.000 abitanti, Chandigarh ha tutti i tratti visibili della dualità tipica delle città del Terzo Mondo“.[5]

casabella

A seguire viene riportata un altro tipo di critica fatta poche pagine più avanti da Eulie Chowdhury che parlando di Le Corbusier dice:

il successo, qui, lui l’ ha certamente raggiunto a dispetto degli errori commessi da coloro ai quali venne affidata l’esecuzione delle sue idee: Chandigarh è a mio avviso, la nuova città meglio riuscita in India, se non nel mondo“.[6]

Un ultimo articolo pubblicato entro il 2006, su “Casabella”, è del 1995 intitolato Tafuri e Le Corbusier, dove si posso leggere riportate le parole di Tafuri tratte da Teorie e storia dell’architettura[7]:

Il valore ed i significati dell’architettura superano ciò che l’architettura riesce a realizzare nella società: la cattedrale di Chartres, la cappella dei Pazzi, il Sant’Ivo alla Sapienza, le salines di Chaux, la villa Savoye o il Campidoglio di Chandigarh sono testimonianze di idee che valgono come messaggi al di là dei loro effetti immediati nel comportamento sociale, al di là delle loro conseguenze storiche“.[8]

Gli autori del testo continuando nel loro discorso scrivendo:

Tafuri pensa che Le Corbusier scelse di dedicarsi esclusivamente al Campidoglio e ai suoi edifici monumentali. Il che permette a Tafuri di separare il Campidoglio dalla città circostante, il sito del “Plan”, e di assolvere Le Corbusier da ogni responsabilità nei suoi confronti“.[9]

Lascio a voi intuire quanto, col passare del tempo e con critiche ad un’opera attraverso strumenti quali riviste, il giudizio di un lettore, meno scrupoloso, possa mutare ed essere influenzato. Il caso Chabdigarh è un lampante esempio di quel processo che potremmo definire appunto come Soft power in architettura.


[1] Cfr.(direzione)G.Ponti, La carta per la creazione di una capitale,”Domus”, maggio 1953, p. 1.

[2] Cfr.C.M. Casati, Omaggio a Le Corbusier, “Domus”, settembre 1965.

[3] Cfr.L. Spinelli,Le Corbusier e Kahn in India, “Domus”, maggio 1993

[4] Cfr.(direzione)E.Rogers, Le Corbusier Chandigarh, “Casabella Continuità”, giugno 1956.

[5] Cfr.M.Sarin, Chandigarh oggi, Il Piano a confronto con la realtà sociale, “Casabella”, ottobre 1988, p.18.

[6] Cfr.E.Chowdhury, Chandigarh oggi, Gli anni con Le Corbusier, “Casabella”, ottobre 1988, p.22.

[7] Cfr.M.Tafuri, Teorie e storia dell’ architettura,1970 p. 244.

[8] Cfr.H.Lipstadt H.Mendelsohn, Tafuri e Le Corbusier,” Casabella”, giugno 1995, p.86.

[9] Ibidem p.88

IMMAGINI

[1] http://www.collezione-online.it/rivi…omus%20790.jpg

[2] http://www.designdictionary.co.uk/im…sign/domus.jpg

[3] http://www.radicineltempo.com/(S(sm2…48e129fdbe.jpg

[4] http://www.designdictionary.co.uk/im…/casabella.jpg

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Globalizzazione e soft power in architettura

Chandigarh 2006

Apprese le informazioni che in questo articolo Ianira Vassallo ci fornisce, vorrei proporvi alcune personali, e modeste, osservazioni al progetto di Chandigarh con un breve saggio suddiviso in tre parti per comodità di trattazione. La prima di queste parti, non vi spaventi, vi fornirà alcune nozioni socio-politiche utili per comprendere la seconda, che sfoglia le pagine  di due famose riviste italiane per saperne di più su questa città indiana, e la terza, che osserva il medesimo progetto raccontato su altre fonti per trarre delle conclusioni.

Il modo di ottenere ciò che si vuole per via indiretta è talvolta chiamato “l’altra faccia del potere ”

Joseph S. Nye jr, Soft power, 2005

Qui sotto a confronto due mappe, per mostrarvi quanto un’immagine possa strumentalizzare il sapere di interi popoli. Sulla destra la carta eurocentrica di Mercatore (1569), a cui la maggior parte di noi è abituata a pensare come rappresentazione del pianeta. Sulla sinistra invece la carta di Peters (1973), raffigurante le vere dimensioni dei continenti. La differenza tra le due carte è sostanziale, una è più corretta dell’altra, ma nelle scuole primarie  viene ugualmente insegnato che l’Europa è al centro del mondo e le sue dimensioni non sono tanto piccole rispetto agli altri continenti. Insomma, è lampante, le immagini possono educarci erroneamente.

mappa Peters

Immagini che si sono moltiplicate con l’avvento della globalizzazione, termine violentato ripetutamente dai media che indica un fenomeno che ha origine, secondo alcuni studiosi[1], nel Rinascimento europeo con le grandi scoperte geografiche, lo sviluppo dei commerci intercontinentali e, aggiungerei, con l’avvento della stampa. Avvenimento che si è sviluppato oltremisura con l’avvento del web e che il sociologo inglese Anthony Giddens bene descrive: “intensificazione di relazioni sociali mondiali che collegano tra loro località molto lontane, facendo sì che gli eventi locali vengano modellati da eventi che si verificano a migliaia di chilometri di distanza e viceversa[2].

Definizione di globalizzazione che può essere completata da ciò che scrive il sociologo italiano Luciano Gallino descrivendo il fenomeno come “l’accelerazione e l’intensificazione del processo di formazione di un’economia mondiale che si sta configurando come un sistema unico, funzionante in tempo reale[3].

Egli sostiene che “la globalizzazione è un fenomeno primariamente economico[4], non escludendone la valenza politica e culturale. Ciò significa che l’economia orienta le interazioni sociali spinta da ragioni di mercato. Ora, se porgiamo l’attenzione verso i mezzi con cui questo processo di influenza viene attuato, dobbiamo riportare le parole di Danilo Zolo:

si sostiene che gli imponenti flussi comunicativi, che partendo dai paesi più industrializzati si diramano nel mondo intero, hanno effetti di drastica riduzione della complessità linguistica e culturale, di appiattimento degli universi simbolici e di omologazione degli stili di vita[5].

Questa asserzione, traslata in un contesto specificatamente architettonico, spiega il diffondersi a macchia d’olio di quel processo che, con l’uso del software come strumento di progettazione, contribuisce a far perdere all’edificio il suo valore fisico materiale tanto da apprezzare un’opera, come già altri hanno scritto[6], per il suo aspetto di immagine. Così accade che molti progetti scivolino nel mondo della persuasione da locandina pubblicitaria, assecondando ciò che il mercato richiede loro. La valorizzazione  del progetto come immagine è coltivata anche nelle università, dove lo studente viene indotto a produrre materiale ammiccante, che sia competitivo più sotto l’aspetto della grafica che dei contenuti.

Il rischio di far prevalere l’immagine e non lo spazio costruito nella progettazione è concreto. A tal proposito diviene necessario introdurre il concetto di Soft power. Con questo termine si identifica il metodo di convincimento utilizzato nella politica nazionale e internazionale senza l’utilizzo di incentivi o minacce. Come ci suggerisce J. Nye jr. questo termine non è solo sinonimo di influenza e persuasione ma indica anche la <capacità di plasmare le preferenze altrui. Il Soft power è potere di attrazione.>[7]

È possibile allora ipotizzare che le scelte compiute da riviste o professionisti nel proporre determinati progetti, anche inconsapevolmente, producano Soft power. L’aspetto economico e di mercato nell’architettura ha un ruolo fondamentale, spesso le scelte progettuali sono dipendenti dalla produzione di determinate tecnologie. Ad eccezione di alcuni, il professionista non ha grande interesse propositivo sulla produzione tecnologica, sono le imprese e le committenze a mantenere le redini in questo settore. A questo punto diventa inevitabile chiedersi: le riviste di settore ci propongono linguaggi contemporanei dell’architettura o tendenze di mercato? Difficile rispondere con chiarezza a tale domanda perché confusi dall’attrazione di informazioni persuasive ma immateriali.

Da queste parole si può affermare che le riviste e le loro redazioni loro malgrado fanno parte di un processo globale di informazione che riduce la libera espressione e l’importanza del “piccolo progetto”. Con “piccolo progetto” si intende quel fenomeno di sviluppo di un linguaggio architettonico che, ponendosi contro corrente rispetto alle tendenze di mercato o al gusto globale, non può svilupparsi in maniera più concreta e propriamente culturale.

Ecco perché trovo importante trattare nella parte seguente un’analisi sulle riviste nel loro aspetto di deculturizzazione o, contrariamente, di conquista culturale. Per introdurvi ai contenuti seguenti, vi lascio con ciò che Serge Latouche scrive sulla globalizzazione indotta dall’Occidente, definendola come qualcosa che produce deculturizzazione e sradicamento dei popoli che non sono in grado di resisterle“.[8]


[1] Cfr. A. Sen, Globalizzazione e libertà, 2002, p.4.

[2] Cfr. A. Giddens, Conseguenze della modernità, 1994,p. 71.

[3] Cfr. L. Gallino, Globalizzazione e sviluppo della rete, 2001, p. 125.

[4] Cfr. Ibidem, p. 128.

[5] Cfr. D. Zolo, Globalizzazione una mappa dei problemi, 2004, p. 55.

[6] Cfr. (a cura) A. Petruccioli M. Stella, I paesaggi della tradizione: 34 saggi sul progetto di architettura nell’era della globalizzazione, 2001, p. 10.

[7]Cfr. J.S. Nye jr, Soft Power,the means to successin world politics, 2005, pp. 8-9.

[8] Cfr. S. Latouche, L’occidentalizzazione del mondo.Saggio sul significato,la porta e i limiti dell’uniformazione planetaria, 1992.

IMMAGINI

[1] A confronto carta di Peters sulla sinistra e carta di Mercatore sulla destra

Architettura organica vivente

Goetheanum_primo_secondo
Cammino, o meglio, mi perdo. Un fabbricato di media grandezza mi si para davanti e attrae lo sguardo e il corpo verso il suo singolare ingresso. I miei passi vengono accolti, ascoltati, afferrati, inglobati dalla concavità che esalta la forma di questo confine tra esterno ed interno. Sollevo gli occhi davanti ad una grande porta, su cui un arco tanto ben scolpito rende quasi leggibili le tensioni strutturali che al suo interno vivono in continuo conflitto. Mi decido, entro. Una parete convessa avanza verso me, gonfia mi respinge, generando la possibilità di muovermi solo verso una stanza alla mia destra o un’altra a sinistra. Mi sporgo verso quella di destra ed un ambiente dipinto di rosso accelera i mie battiti lasciandomi percepire un certo calore, forte, espressivo ma anche severo e solenne che mi impegna a proseguire. Un’apertura si mostra tra le superfici curve della stanza invitandomi in un corridoio che si stringe verso il fondo e verso il buio. La costrizione aumenta non appena capisco di aver raggiunto la  cantina. L’aria rarefatta e l’odore di chiuso di quel locale mi costringono a correre verso l’unica luce visibile che illumina le scale che portano verso spazi più ampi. Ora sono su una terrazza che si affaccia sul giardino retrostante, qui inondato dal verde gioisco e respiro a pieni polmoni. Mi volto per rientrare e rimango esterrefatto nel vedere il retro dell’edificio districarsi in una facciata a più curvature concavo-convesse, che ricordano molto l’inarcarsi suadente della schiena umana. Rimango in estasi per qualche secondo di fronte a quelle superfici, rispecchiandomi in queste e sentendomi pienamente vivo. Rientrato nel fabbricato uno spigolo tagliente mi separa dall’ingresso all’ultima stanza. Le pareti levigate e rette di questo varco mi consentono di abbandonare il piano del vivente per tornare nell’ambito del non vivente, del minerale. Il blu che riempie la nuova stanza mi rende passivo, calmo, freddo, sereno, confortato. Qui sprofondo in una silenziosa contemplazione. Sospiro osservando nel mezzo della stanza una sfera, sollevata rispetto ad ogni superficie che la circonda. Questa si lascia osservare nella sua perfezione spaziale, consigliandomi di rimanere lì a godere della sua scultorea artisticità.Questa descrizione è un’immagine creata dalla mia mente in risposta alla domanda: «cos’è un architettura organica vivente?». Si può venire facilmente a conoscenza di cos’è l’architettura organica, basta citare architetti celebri quanto Frank Lloyd WrightGionanni MichelucciPaolo Soleri, Pir Luigi Nervi, Carlo Scarpa e molti altri che sono ad esempio segnalati sul sito dell’ADAO.  Per dissetare maggiormente la sete di conoscenza, e per sottolineare il forte fermento culturale italiano per questa corrente architettonica parallela al Movimento Moderno, diventa doveroso citare il nome di Bruno Zevi, architetto, storico e critico d’arte, fondatore nel 1945 dell’APAO, Associazione per l’Architettura Organica[1].  
Rudolf_Steyner-House_Duldeck,_DornachCapito il grande bacino di appartenenza dell’architettura organica vivente, si deve specificare quanto questa corrente sia legata ad un altro personaggio importante, filosofo, architetto e molto altro: Rudolf Steiner. Di cui, oltre a ricordarlo come il promotore dell’antroposofia, vorrei sottolineare il suo ruolo da progettista di opere importanti come il Goetheanumrealizzato in due diverse occasioni una tra il 1913 e il 1922 che venne bruciata ed un’altra, oggi visitabile, costruita tra il 1924-1928 a Dornach (Svizzera). Altro esempio emblematico delle  capacità da grande architetto può essere “casa
 Duldeck”, sempre a Dornach, 1915, che vi mostro nell’immagine qui a fianco.  Dolente rimane il fatto che Steiner architetto, e l’architettura organica vivente in genere, non trovano ancora oggi molto spazio nell’ambito dell’insegnamento accademico[2] e nella letteratura di settore. A tal proposito, per sopperire a tale mancanza, vi segnalo un libro che ho usato come supporto per scrivere questo articolo, ovvero Architettura organica vivente[3] di Stefano Andi.

Molte sono le opere e gli architetti che oggi si schierano tra le fila di questa corrente architettonica, per darvi qualche riferimento qui al fondo vi riporto alcune immagini con annessi link per una rapida suggestione. Concludo dando un ultimo spunto per una riflessione. Da un pò penso a cosa accadrebbe se si mescolassero il sapere proprio dell’architettura organica vivente con i significati molto più attuali del metodo del riuso nel fare architettura, oggi sempre più presente come trend nella progettazione. Chissà cosa nascerebbe da un matrimonio di questo genere. Staremo a vedere.

NEDERLAND-HOOFDKANTOOR-GASUNIE

Alberts & Van Huut _ Sede centrale della compagnia del gas “Gasunie”, Groningen (NL), 1994klinik schelbronn

Portus architekten _ Ampliamento edificio per terapia, Öschelbronn ,1987Architettura organica vivente-Imre makovecz

Imre Makovecz _ Centro sociale, Mako, 2002

Imre makovecz_chiesa cattolica Pakd

Imre Makovecz _ Chiesa cattolica, Pakd, 1987-91


[1] Di cui la Dichiarazione dei Principi fu pubblicata sulla rivista “Metron”, n°2, Ed. Sandron, Roma, 1945. Rivista di cui lo stesso Bruno Zevi ne fu fondatore.

[2] Cito un testo come esempio su cui personalmente affrontai gli studi universitari: Frampton K, Storia dell’architettura moderna, Zanichelli, 1993.

[3] Andi S, Architettura organica vivente, Se, 2008.

Risorsa seconda: materia prima in architettura

 Merzbau

L’uomo secondo Jean Baudrillard è qualcosa di residuale, qualcosa che echeggia nel suo fantasma anche dopo la morte. Anche quando l’iperealtà ci distrae dai nostri istinti, il fare che circonda l’uomo assume le stesse connotazioni di quest’ultimo. Creare qualcosa che ha una durata è l’assunto di quegli oggetti che una volta amati o usati vengono abbandonati e nascosti in contenitori lontani da noi stessi, ma pur sempre presenti nell’ambiente che ci nutre. Produrre rifiuti è uno di quegli istinti primari a cui l’uomo non può sottrarsi, ha la stessa importanza nella nostra vita quanto lo ha il cibarsi. Quindi, se evitare di produrli non è possibile e nasconderli non è una soluzione, come si può risolvere quel fenomeno sociale che diventa emergenza rifiuti nelle città? Una risposta a tale domanda potrebbe essere data da ciò che con la presente vi propongo: il metodo del riuso di oggetti di scarto nel concepire gli spazi dell’abitare.

Cosa significa però fare architettura con il riuso di rifiuti? Forse vuol dire porsi davanti al progetto compiendo ripetutamente quell’azione che per primo Duchamp ideo esclamando: “pronto-fatto”. Non credo che il ready-made sia la soluzione, poiché tale concezione definirebbe l’architettura un gesto spontaneo come può esserlo quello dell’arte, o per intenderci, quello della scrittura. L’equivalente di Duchamp nel mondo dell’architettura, come scrive Jean Nuvel in un dialogo con Jean Baudrillard(1), non può esistere. Ci sono stati degli architetti che si sono spinti a visitare questi limiti dell’architettura, e sono quelli della corrente post-moderna, in particolare Robert Venturi che prendendo come esempio un edificio qualunque della periferia di Filadelfia, costruito in un luogo insignificante, ha dichiarato che quella era l’architettura che bisognava fare. Un gesto il suo che si fondava su una precisa teoria che remava contro l’atto eroico dell’architettura. Insomma un architetto non può compiere un gesto tanto scandaloso, come potrebbe essere quello di Piero Manzoni e la su più celebre opera Merda d’artista, sperando che venga accettato. La ragione di ciò, spiega l’architetto Nouvel, risiede nel rapporto che esiste con gli oggetti che si differenziano tra quelli d’arte e di architettura:

Non so che cosa consenta di individuare la fontana di Duchamp, se non è collocata all’interno di uno spazio museale. Sarebbero necessarie condizioni di lettura e di distacco che non si danno in architettura. Al limite, questo gesto di banalizzazione completa potrebbe avvenire a prescindere dalla volontà del committente, ma il problema è che se lo compi e lo ripeti, diventa insignificante; non ci sono più realtà e letture possibili del gesto e si ottiene solo la sparizione totale dell’atto architettonico. (2)

Ciò che però Nouvel non considera con queste parole è l’intento dell’artista, intento che prescinde dalla ripetizione compiuta da altri e che ha come valore assoluto quello di mandare un messaggio che oggi è stato percepito ed integrato in molte discussioni che altrimenti nemmeno sarebbero nate. Ecco, similmente, cosa gli risponde Baudrillard:

Ma anche il gesto di Duchamp, alla fine, diventa insignificante, vuole essere insignificante e, suo malgrado, diventa insignificante anche perché ripetuto, come accade a tutti i sotto-prodotti di Duchamp. L’evento, invece, è unico e singolare; è tutto; è effimero. Dopo Duchamp ce ne sono tanti altri, anche nell’arte, perché, da quel momento in poi, è stata aperta la strada alla ricomparsa di tutte le forme compiute – una sorta di post-moderno, volendo. Questo momento, molto semplicemente, è estinto. (3)

Detto questo, sappiamo che in architettura i detriti, in qualità di materiale inerte, fanno parte integrante della storia delle costruzioni, ma anche le rovine del passato sfruttate come sostegno per nuovi edifici rientrano in un discorso affine. Il riuso di parti prelevate da architetture non più in uso è un fenomeno al quale storicamente si è attribuito il termine “spoglio”, per indicare quei pezzi di costruzioni antiche presi e rimessi in opera per costruzioni nuove. Questa pratica ha maggiormente contribuito alla realizzazione di costruzioni dell’epoca Medievale. In queste costruzioni i capitelli, le colonne, gli ornamenti di portali apparentemente integrati, non venivano realizzati come elementi, parte di una concezione progettuale formalmente unitaria, al contrario erano elementi nati per altri edifici con una propria funzione statica che assumevano un carattere di autonomia figurativa ed estetica. Esempio eclatante di tale consuetudine del passato è la Basilica di San Marco a Venezia, dove l’impiego di elementi di antica formazione, provenienti dai territori del Vicino Oriente, crea un’opera con un linguaggio fortemente diversificato. Una Basilica che diventa testimonianza di rapporti sociali dell’epoca e manifestazione dell’arricchimento facendola divenire così simbolo di potere. Oggi il fenomeno dello spoglio esiste ancora, ma è qualcosa che si compie discretamente e senza farne troppa pubblicità. Ciò che viene spontaneo pensare è se in questa nuova società in cui l’abbondanza di merci ci identifica storicamente, gli oggetti scartati possano venire integrati nel progetto di architettura e dare l’avvio, magari, a uno specifico fare architettura.

A queste considerazioni si possono brevemente accostare alcuni casi concreti di realizzazioni con il metodo del riuso, ciò per coinvolgere anche i più scettici nel considerare il riuso un metodo costruttivo da affiancare alla consuetudine del progettista.


Wat Lan KuadDiversi sono gli esempi di realizzazioni con oggetti di scarto, di cui gli artefici spesso sono  privati non architetti, che assemblano materia prima come lattine, bottigli
e vuote di plastica, pneumatici o altro, oggetti usati come mattoni o coppi di copertura. Di questi esempi di auto produzione e riuso ve ne sono parecchi, basta dare un’occhiata sulla rete internet per rendersene conto. Tra i migliori esempi, uno che credo meriti un pò di attenzione, è il tempio buddista di Wat Pa Maha Chedi Kaew in Thailandia costruito con più di un milione di bottiglie di vetro dagli stessi monaci che dentro vi abitano. Costruzione iniziata nel 1984 con un fabbricato destinato alle monache, utilizzando la materia prima delle bottiglie, donate dalla gente dei dintorni, si sono spinti a creare anche i crematori, gabinetti, una pagoda e un edificio cerimoniale. Una costruzione che in questo caso affida i compiti strutturali ad altri materiali più adatti a tale scopo, ma che propone soluzioni espressive della materia seconda che la rende unica nel suo genere. 


EarthshipSimile al precedente, nel comporre spazi attraverso oggetti manovrabili senza l’impiego di macchine, un altro progetto può essere citato ed è la scuola in Medio Oriente realizzata da un architetto italiano, Valerio Marazzi. Progetto promosso da “Vento di Terra Onlus”, è realizzato in un villaggio, Jahalin, situato a sud di Gerusalemme nei Territori Occupati Palestinesi con l’uso di pneumatici scartati. Circa duemila le gomme usate per la costruzione dei muri, riempite di terriccio e legate con aggiunta di acqua, sono state poi ricoperte da un intonaco di argilla, ottenendo così muri larghi circa 80 cm che oltre alle funzioni strutturali hanno raggiunto competenze termoisolanti. Il tetto, un pannello sandwich di lamiera e polistirolo, ne completa l’isolamento in un clima caldo come è quello del Medio Oriente. Il posizionamento di finestre in luoghi strategici dell’edificio garantiscono una continua ventilazione, la manodopera gratuita, dovuta all’impegno della comunità Jahalin, ha reso l’opera estremamente economica. 

Altro buon esempio di approccio ai rifiuti è quello della carriera di due architetti napoletani, con studio a New York, che proprio con l’uso di oggetti che risorgono,
airplanebuilding2questa volta non manovrabili dall’uomo come i precedenti ma di dimensioni maggiori, hanno creato la loro immagine di architetti a livello internazionale. Parlo di Lot-Ek studio, formato da Giuseppe Lignano e Ada Tolla, che hanno ideato per gli studenti dell’Università di Wahsington, a Seattle, uno spazio realizzato da una parte di un boeing 747. La fusoliera di questo boeing è stata posizionata sul fianco di una collina, cablata (ormai internet arriva ovunque), dotata di illuminazione, maxischermi, sedili rotanti e reclinabili. Lot-Ek studio aveva già proposto nel 2005 soluzioni per spazi ottenuti con i boeing: parlo del famoso progetto con cui vinsero il concorso  per la biblioteca municipale a Guadalajara, nello stato di Jalisco, Messico. In quell’occasione, proposero l’uso di circa 200 fusoliere, prese da modelli di boeing 727 e 737, che assemblate diventano aerei da lettura, con spazi per uffici, sale riunioni, depositi per i libri e una facciata esterna rivestita di led che trasmette spettacoli. Altri progetti dello stesso studio, con ad esempio il riuso di container, che consiglio di vedere, sono presenti sul sito http://www.lot-ek.com.


conhouse_container_comboIl container è un oggetto variamente impiegato nell’architettura, tanto che è già quasi divenuto un trend. A conferma di ciò c’è chi, dopo aver ottenuto il miglior titolo che conferisce l’Università della Lubiana, vinto il premio Trimo di ricerca nel 2006, ha scritto un libro sul sistema di costruzione con i container e ora collabora con diversi architetti in tutto il mondo. Parlo di Jure Kotnik, giovane architetto che ha proposto e realizzato una casa, economica e mobile, per passare le proprie vacanze in giro per il mondo, composta con soli due container. Un progetto che non poteva che chiamare 2+ Weekend House e che contiene una cucina abitabile al piano inferiore con possibilità di aggiungervi un piccolo salottino, una zona notte con bagno al piano superiore nella quale è presente anche una piccola terrazza.

Il container è il custode di oggetti che nella nostra società abbiamo imparato a trasportare da una parte all’altra del nostro pianeta, spendendo soldi ed inquinando ancora di più, senza fornirci alcuna utilità, ad esempio quando ritorna vuoto da un lungo viaggio. Funzione di trasportare, quella del container, che è stata ben compresa anche da una grande firma in architettura quale Shigeru Ban e portata ad una scala maggiore che quella della 2+ Weekend House. Ban, architetto tra i più stimabili, è colui che meglio sa comunicarci
shigeru-ban-structurela differenza che corre tra la nostra cultura occidentale fatta di abbondanza e forme strutturali in acciaio, e quella antica giapponese dedita alla fragilità e leggerezza, che egli sa far echeggiare con l’uso di materiali meno perentori e definitivi. Tra i più ambiziosi paperarchitect, lo ricordiamo  perché si è spinto, con l’aiuto dello strutturista Gengo Matsui, a far si che il Ministero delle Costruzioni Giapponese annoverasse tra i materiali strutturali per la costruzione di edifici i suoi famosi tubi di cartone PTS (Paper Tube Structure). Il progetto che rese famosi i container è quello del Nomadic museum a New York, una struttura temporanea di 4000 metri quadrati che ospitò nel 2005 una mostra itinerante di opere fotografiche dell’artista Gregory Colbert dal titolo Ashes and snow. I container, larghi 2,5 metri e poco più alti, sono collocati secondo uno schema a scacchiera fino a formare le pareti del museo alte 10 metri. Tra gli spazi vuoti dei container, sono collocate delle membrane oblique simili a tessuto. La struttura del tetto è costituita dai tubi di carta PTS, dal diametro variabile e appositamente disegnati per questo progetto con carta riciclata e rivestita di una membrana impermeabile. I tubi vennero di volta in volta spediti dentro ai container utilizzati per la struttura, ed è qui che risiede l’abile mossa del progettista. All’interno lo spazio è diviso da un lungo corridoio centrale in cui una passerella di legno larga 3,6 metri, ottenuta con tavole riciclate, lascia spazio a campate, con pavimentazione di pietre di fiume, per mostrare le opere dell’artista appese con cavi sottili alle colonne di carta. Il resto dello spazio e diviso con tende semitrasparenti realizzate con bustine di tè provenienti dallo Sri Lanka. Un’opera leggera ed evocativa che soddisfa i migliori intenti di progettazione sostenibile.


welpeloo_enschede_1L’ultima architettura che propongo, saltando le ottime soluzioni date da il famoso studio di progettazione/costruzione Rural Studio di cui vi suggerisco la lettura del libro Rural Studio: Samuel Mockbee and an architecture of decency, è la Villa Welpeloo. Quest’ultima, progettata dal giovane studio olandese 2012Architecten, fondato nel 1997, è stata realizzata nel 2009 ed è certamente uno degli ultimi progetti, rivolti al metodo del riuso, meglio riusciti.  La villa, sita nella città di Enschede, ha una struttura portante realizzata in acciaio di cui il 70% è stato sottratto da un macchinario tessile di una vecchia fabbrica di tessuti. La maggior parte dell’isolamento necessario al legname che ricopre l’edificio e alle pavimentazioni, proviene da un edificio dismesso a non meno di un chilometro di distanza. Il legname usato è quello di vecchie bobine di una fabbrica di cavi. Anche l’ascensore è stato riusato: infatti, con l’impresa costruttrice, lo studio ha deciso di riutilizzare il montacarichi servito per montare la struttura.

L’inaspettata considerazione che va evidenziata in quest’opera è la sua non menzionabile economicità, paradosso che lascio spiegare dalle parole di Jan Jongert architetto dello studio:

Normalmente l’aspettativa dei clienti è che usando materiali di riuso si possa risparmiare sul costo dell’opera. In realtà, il costo dei materiali incide in media per un 30% sulla costruzione: il resto è rappresentato dalla manodopera. 

Il riuso dei materiali può portare ad una lavorazione più intensa in fase di cantiere e quindi ad un incremento del costo della manodopera. Nelle varie esperienze fatte ci siamo resi conto che il risparmio rispetto ai materiali torna in genere come costo di manodopera, con un bilancio finale assimilabile a quello dell’architettura tradizionale. (4)

Pur se logicamente ci si aspetta che nel riuso si persegua il valore del rendere un’architettura economica, ciò non vuol dire che sia ovvia come possibilità e questo progetto dimostra il limite di questa aspettativa. Prendendo atto da questo esempio, bisogna ugualmente apprezzarene l’ottimo risultato, consapevoli del fatto che, per la costruzione di questa villa, le maggiori energie spese sono quelle umane e non energie al contorno, come quelle per ottenere materia prima, che possono risultare inquinanti. Questo lavoro dimostra che progettare con il metodo del riuso è una possibilità concreta e creativamente stimolante per un progettista.

(1) J.Baudrillard-J.Nouvel, tr.It. C.Volpi, Architettura e nulla. Oggetti singolari, Mondadori Electa, Milano, 2003.

(2) Ibidem, J.Nouvel, p. 26.

(3) Ibidem, J.Boudrillard, p. 26.

(4) M.C.Inchignolo, Quando il riciclo sposa il design, in “Materia”, n°63,  settembre 2009, p.60.