L’ambizione di capire Palermo

piazza di tutti

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Palermo. Forse non è davvero la più grave delle piaghe siciliane, così come avevano fatto credere a Johnny Stecchino nell’indimenticabile film di e con Roberto Benigni, ma senz’altro il traffico è la prima immagine forte della città che un visitatore come me, proveniente dal rigoroso Piemonte, ne ricava arrivando, un po’ spaesato dal viaggio, direttamente in corso Tukory, a pochi passi dal rione Ballarò.
Certo, non si può dire che a Torino il traffico non sia un grosso problema, e le analisi sulla qualità dell’aria che classificano il capoluogo sabaudo tra città italiane più insalubri sono difficili da smentire. Corso Tukory, oltre ad essere una importante zona commerciale per via dei suoi negozi e per la vicinanza al mercato, è un crocevia di studenti che si muovono tra una facoltà e l’altra e di viaggiatori in arrivo ed in partenza dalla vicina stazione ferroviaria.
Da una delle sue traverse parte il mercato di Ballarò, che i viaggiatori di Trip Advisor descrivono come “una festa per gli occhi e per la mente”, per i suoi colori, odori e rumori che certamente rimangono impressi. Perché quello che stupisce di Ballarò è la sua autenticità, il suo essere ancora “il mercato dei palermitani”. Insomma: Ballarò non ha fatto la fine del mercato della Vucciria, trasformato nella brutta copia di se stesso per aver tentano di rispondere alle attese che aveva promesso ai suoi turisti.

Le righe che seguono vogliono essere un tentativo di approfondire alcuni aspetti di una città che ho cercato di vedere con gli occhi di Don Chisciotte piuttosto che con quelli di Don Giovanni (il primo cerca qualcosa e sogna, il secondo divora senza assaporare). Pertanto ritengo necessaria un’avvertenza, perché aver l’ambizione di capire una città e i suoi abitanti per averci vissuto solo pochi giorni è sempre una presunzione. Tutte le mie riflessioni andrebbero quindi pesate per quello che sono.

Il tema del rapporto tra la cittadinanza di Palermo e lo spazio pubblico (ben descritto da Robero Alajmo nel suo simpatico libro “Palermo è una cipolla”) è una questione delicata, che varrebbe la pena approfondire. Dopo qualche giorno di permanenza in città mi sono convinto del fatto che ormai i palermitani abbiano una grande sfiducia nella gestione pubblica e siano in molti a non sopportare l’idea di vedere marciapiedi, strade e angoli di città vuoti. Il vuoto viene quindi riempito spesso in due modalità opposte.

La prima modalità di riempire il vuoto, è la più appariscente. Quella che colpisce il turista piemontese che sta entrando in città.  Lo spazio vuoto è un ricettacolo per l’immondizia e la spazzatura. Ma probabilmente c’è una spiegazione dietro a tutto questo. Se lo spazio è vuoto è perché nessuno se ne cura, e quindi, probabilmente nessuno se ne avrà a male dopo che lo si riempie di spazzatura.

Per arrivare a conoscere ed apprezzare la seconda modalità usata dai palermitani per riempire gli spazi, è necessario passare più tempo in città. Si perscepisce, da parte degli abitanti della città, la straordinaria capacità di impegnarsi meticolosamente su ogni dettaglio di quel che decidono di prendersi a cuore. Ecco che allora l’occhio ci cade su uno splendido balcone fiorito che emerge da una facciata che reclama urgentemente un restauro; sulla cortesia che i gestori di bar all’apparenza poco ospitali dimostrano con i clienti non autoctoni; sulla finezza del Giardino Inglese e sul rigore di Corso Libertà.
Ecco il punto: appropriarsi dei vuoti, prenderne cura e trasformarli in pieni, perché l’inventiva dei palermitani è enorme e, anche laddove si direbbe impossibile, sanno sempre trovare un modo per ricavare valore da un vuoto.

Un conto è riempire uno spazio, un altro è cercare di cambiarlo, perché ci si scontra contro la forza di inerzia che viene spontaneamente in difesa dello status quo. Ecco perché è più facile passare dal vuoto alla cura piuttosto che dall’immondizia alla cura. La trasformazione dello spazio ha un suo peso nell’economia del paesaggio palermitano.
Me ne sono accorto guardando un’automobile semidistrutta parcheggiata su di un angolo di corso Tukory. Ogni mattina un ambulante montava la sua bancarella utilizzando quel rottame come espositore per i giocattoli e peluche che vendeva. Ecco che quello scempio (un automobile senza cofano e senza ruote abbandonata su di una via centrale) veniva in qualche modo nascosto e l’ambulante (seppur, è importante sottolinearlo, in maniera del tutto abusiva e al di fuori di ogni regola di buona condotta) riusciva a trarne un’utilità.
C’è un altro esempio significativo: sempre al di fuori della legge, ma questa volta con ricadute pubbliche senza dubbio positive. Siamo in un angolo del rione Ballarò dove il crollo di una vecchia chiesa aveva lasciato uno spazio vuoto, ormai da anni riempito con la spazzatura.
Un gruppo spontaneo di guerrilla gardeners, i “Giardinieri di Santa Rosalia” ha spontaneamente preso l’iniziativa di ripulire quello spazio, progettarne il verde e costruirne gli arredi con materiale di riuso, coinvolgendo anche gli abitanti del quartiere per la gestione. Ecco la nascita di quella che hanno voluto chiamare “Piazza Mediterraneo” e che, agli occhi del turista piemontese, è una davvero perla rara che completa alla perfezione il paesaggio che la circonda, magnifico e pieno di contraddizioni.

piazza mediterraneo

Collegamenti esterni

Palermo è una cipolla, Robero Alajmo

Blog Parliamo di città

Google street view http://g.co/maps/m48bg

Piazza Mediterraneo:
http://giardinieridisantarosalia.blogspot.com/2011/07/luglio-colori-abbiamo-rinnovato-larredo.html
http://www.terrelibere.it/terrediconfine/4296-i-giardinieri-di-santa-rosalia-a-palermo-guerrilla-gardening-contro-spazzatura-e-degrado

Extra e Commenti

Ho fatto leggere questo articolo a un palemitano, Marco Siino, che ringrazio per aver voluto aggiungere un ulteriore spunto di riflessione:

Non so se in ballo ci sia anche il dualismo tra la cura per gli spazi percepiti come privati (i balconi dei quali parli anche tu) e l’incuria verso tutto ciò che è pubblico/collettivo/comune, che diventa degno di cura solo se ne ‘privatizzo’ l’uso (come il catorcio recuperato dall’ambulante nelle sue ore di ‘apertura’). Nelle passeggiate di quartiere di questi giorni (a Romagnolo, però), abbiamo notato che il verde è quasi tutto entro recinti privati. A quanto pare, il segreto del successo di “piazza Mediterraneo” è proprio il coinvolgimento reale delle persone del luogo, e in qualche maniera il pubblico-“micro” si fa anche un po’ privato-allargato, e allora funziona e viene tutelato. Mi viene in mente una (grossa) esperienza di liberazione di un monumento, la chiesa scoperta dello Spasimo, coperta di macerie, che funzionò e durò nel tempo grazie anche al protagonismo attribuito a chi concretamente spostò le macerie, cioè una coop. di ex-detenuti“.

Little Italy, Big Society

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Riprendendo una metafora originale di Galbraith, diversi economisti tra cui Beccattini e Galimberti, ci hanno raccontato che l’Italia – così come il calabrone – vola, anche se non si riesce a capirne il perché. Infatti, le leggi alla base della scienza economica e sociale nel primo caso, e quelle che governano la meccanica del volo nel caso del calabrone, sono avare di spiegazioni: il calabrone pesa troppo, ha le ali piccole e le sbatte con bassa frequenza; l’Italia ha una scarsissima dotazione di risorse naturali, poche infrastrutture rilevanti, ed un debito pubblico in continua crescita. Eppure, la performance economica e sociale di questi ultimi anni, nonostante un recentissimo peggioramento è migliore di quanto ci si aspetterebbe. Che in Italia si viva bene lo confermano i demografi: l’aspettativa di vita alla nascita italiana è tra le più alte al mondo.
Una delle ormai consolidate abitudini degli italiani è quella di idealizzare i paesi esteri, dove le forze che governano il volo e le prestazioni economiche sono chiare. Talmente chiare che la tentazione è quella di importarne le ricette.
Ecco perché, al suo arrivo in Italia, il giovane parlamentare inglese Nat Wei, responsabile del progetto di Big Society (uno dei cavalli di battaglia del presidente Cameron) è stato accolto come un profeta di un nuovo modello di welfare.
L’idea alla base della Big Society è quella di lavorare su di “una partnership che coinvolge il settore pubblico, il settore  privato e quello sociale centrata sui bisogni dei cittadini e delle comunità e non su quelli del governo”. Il punto è “costruire una società in cui sia assicurata una migliore qualità della vita, a partire dalla convinzione che spesso le persone sono capaci di risolvere i problemi che hanno a cuore, se gli si fornisce il giusto supporto” (vedi Big Society in costruzione. Da Londra a Roma, istruzioni per l’uso, di Chiara Buongiovanni).
Allargare dunque il peso che la società civile gioca nel fornire benessere ai cittadini, per rendere “più dolce” la ritirata del welfare statale,  dettata da obblighi ormai imprescindibili di bilancio e di finanza pubblica.
Nel progetto di Cameron e Wei, attraverso la creazione di una Big Society Bank (che utilizzerà 400 milioni di sterline provenienti da conti correnti dormienti) si finanzieranno i progetti di impresa sociale e civica, che sapranno coinvolgere i cittadini ed impegnarli nel miglioramento della qualità della vita delle comunità locali. Condizioni per il finanziamento saranno l’innovatività dei progetti, la loro capacità di coinvolgere la cittadinanza e di portare a misurabili risultati in termini di welfare e, sopratutto, l’efficienza e l’economicità in rapporto al finanziamento che lo Stato avrebbe dovuto stanziare per ottenere gli stessi risultati.
Fino ad ora, il volo italiano, lento e disordinato come quello dei calabroni, ha trovato qualche spiegazione nella struttura sociale italiana e nel sistema diffuso di welfare, anche attraverso il ruolo di istituzioni tradizionali come la famiglia o la Chiesa. L’Italia è inoltre uno dei paesi dove più si sono diffuse le imprese cooperative (sia “rosse” che “bianche”) ed il paese delle Fondazioni Bancarie, il cui status di ente a finalità non profit e legato al territorio è unico al mondo. Inoltre, è in Italia universalmente riconosciuto il ruolo decisivo del volontariato nella fornitura di servizi: si pensi a tutti i volontari della Croce Rossa, dei Vigili del Fuoco, della Protezione Civile e dell’assistenza agli anziani, solo per fare alcuni esempi. Ci sono poi il Servizio Civile Nazionale e l’articolo 72 della Finanziaria 2009, che prevedeva la possibilità di pensionamento anticipato dal pubblico impiego per coloro che intendono dedicarsi ad attività di volontariato.
C’è da chiedersi se la struttura che fino ad oggi ha tenuto in volo il nostro paese reggerà e se il calabrone Italia continuerà a volare ora che si trova di fronte alla riduzione dei fondi per il welfare statale.
Dall’altra parte, permangono dei dubbi sull’opportunità del progetto di Nat Wei e del suo premier Cameron di condurre il processo di allargamento della società attraverso una logica top-down. Dubbi che sono senz’altro calmierati dalla contagiosità dell’entusiasmo inglese per quanto riguarda l’innovazione e la civic entrepeneuership.
In attesa di governanti illuminati, occorre tenere a mente che molto può essere fatto già da ora a partire da ciascun cittadino. Ecco perché per cercare finanziamenti per un progetto di innovazione sociale e civica, in assenza di una Big Society Bank, si può pensare di affidarsi a modelli di finanziamento peer-to-peer come il prestito sociale (social lending) oppure a strumenti di crowdfunding quale è, ad esempio, Kickstarter.

altri link utili (in aggiornamento)
http://eu.techcrunch.com/2011/03/06/how-technology-is-crucial-to-the-creation-of-the-big-society/)
http://www.sussidiarieta.net/it/node/727
http://saperi.forumpa.it/story/51384/i-civic-entrepreneur-e-lopen-government-formato-local
http://www.ilfoglio.it/soloqui/7894