Design: attribuire definizioni è preferibile

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Immagine: howaboutorange.blogspot.com

Mi capita spesso di leggere recensioni e articoli in cui si fa la solita premessa, “attribuire definizioni non è preferibile”, posso capire le difficoltà che si presentano nel trattare  un argomento, ma  sinceramente trovo che non ci sia affermazione più riluttante di questa. Come dire: “tratto questo argomento, ma in tutta sincerità mi faccio i fatti miei”. Intanto la confusione dilaga.

Bene la mia premessa è “attribuire definizioni è preferibile”, e aggiungo è indispensabile. In un settore del tutto marginale rispetto alle tematiche più nobili del vivere quotidiano, ma che di certo ha cambiato in modo significativo la nostra storia negli ultimi due secoli, ovvero quello del design.

Il termine design, preso in prestito dalla lingua inglese, tradotto in italiano vuol dire “progettazione”, ovvero la preparazione ad un progetto, che necessita immancabilmente della messa in opera di una metodologia che conduca alla produzione di un prodotto di uso comune. E fin qui sembrerebbe tutto scontato, ma vi garantisco che sono ancora tante le persone che quando mi chiedono “Di cosa ti occupi?”, alla risposta faccio il designer, replicano con “…e cosa disegni di bello?”

Con il termine design oggi si connota o declina qualsiasi cosa, qualsiasi attività, qualsiasi iniziativa, quasi fosse un valore aggiunto necessario per spezzare gli argini della concorrenza. Se si prova a fare una ricerca  sulla rete, oggi il luogo o meglio il non luogo dove attingere maggiori informazioni, ci si accorge che tutto è sotto le vesti del design.

Tralasciando quei fenomeni (a mio giudizio meno interessanti e poco sostenibili) spesso spacciati sotto l’etichetta del lusso e dell’esclusività, passiamo ad analizzare quelle declinazioni del design meno popolari, ma di certo più virtuose.

Partiamo con il design ecosostenibile, madre di tutte le pratiche del fare “buon design”, è un concetto che caratterizza la progettazione di un prodotto nel rispetto dell’ambiente in cui viviamo.
L’obiettivo del design ecosostenibile è l’eliminazione o la riduzione degli effetti negativi sull’ambiente nella produzione industriale, attraverso una progettazione attenta alle tematiche ambientali. Attraverso l’utilizzo di risorse, materiali e processi produttivi rinnovabili, si ottiene un minor impatto nell’ambiente naturale. È il caso di citare la Life Cycle Assessment LCA,  una metodologia di analisi che valuta un insieme di interazioni che un prodotto ha con l’ambiente, considerando il suo intero ciclo di vita.

Con il termine design readymade si indica invece quel processo progettuale che conduce alla realizzazione di prodotti attraverso l’utilizzo di oggetti reali, già presenti sul mercato e con funzionalità diverse. Oggetti per i quali sono già stati effettuati investimenti in termini di risorse e tecnologie, destinati ad assolvere una funzione specifica, ma che attraverso la creatività e l’ingegno umano si offrono per dar vita ad altri prodotti. Un concetto sviluppatosi nell’arte contemporanea ad opera del dadaista Marcel Duchamp nei primi decenni del Novecento, e sublimemente interpretato dai grandi maestri del design italiano e non solo.

design readymade

Esempio di design readymade

Il design del riuso  ha, come obbiettivo, la progettazione e conseguente realizzazione di artefatti attraverso il recupero di quei prodotti di scarto, provenienti da lavorazione industriale, portatori di tecnologie ormai desuete (vedi i vecchi monitor dei pc) o semplicemente deteriorati dal tempo. Prodotti definiti dalla legislatura  rifiuti speciali e in quanto tali destinati allo smaltimento, che attraverso la sapiente manipolazione di creativi e designer, acquisiscono un nuovo ed elevato valore d’uso. Prodotto simbolo di questa pratica è la borsa FREITAG, ottenuta da teli che ricoprono i  camion, camera d’aria delle biciclette e  le cinture di sicurezza delle auto.

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Esempio di design del riuso

L’ambito del  design del riciclo è orientato invece verso l’utilizzo in fase di produzione di materia provenienti dal processo di riciclaggio, ovvero materia prima detta secondaria ottenuta dalla trasformazione dei rifiuti opportunamente differenziati. Da un’idea dell’architetto Marco Capellini è attiva dal 2002 un banca dati accessibile a tutti, MATREC, all’interno della quale sono presenti numerosi materiali suddivisi per categoria e correlati da schede descrittive che ne riportano composizione, caratteristiche tecniche e applicazioni.

design del riciclo

Esempio di design del riciclo

Certo del fatto di non essere stato del tutto esaustivo nell’argomentazione, cosa che prometto di fare nei prossimi articoli,  spero di essere riuscito almeno nel mio intento, non di certo polemizzare su quanto sino ad oggi si sia già scritto, ma piuttosto fare un po’ di chiarezza.

Design autoprodotto – necessità o virtù

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“Childhood Memories I” by Nicolas Cheng – vincitore dell’OpenDesignItalia 2010

Da alcuni anni aumentano sempre più gli eventi e le manifestazioni, come la Operae Design Shop&Show, la Tent London e i vari MART di Designboom, che vedono protagonisti designer che praticano l’autoproduzione dei propri progetti.

In un mercato ormai saturo di prodotti industriali, il design autoprodotto sta prendendo sempre più piede. Le categorie merceologiche sono le più varie e spaziano dagli oggetti per l’arredamento a quelli per la persona, frutto della creatività e del lavoro di designer che gestiscono direttamente l’intero processo progettuale, dalla definizione dell’idea fino alla sua produzione e distribuzione.

Un nuovo fenomeno oggi  al centro dei dibatti delle design week internazionali, una nicchia meno conosciuta e meno recensita ma decisamente molto produttiva.

L’autoproduzione, se sul piano teorico costituisce una sorta di affermazione di autonomia, in pratica si traduce spesso in una vera e propria strategia autopromozionale, con la quale i giovani designer cercano di entrare in contatto con il mondo dell’industria, con la speranza di stabilire un rapporto di collaborazione. Altre volte costituisce invece un passo verso forme di produzione gestite in proprio, tra l’artigianato e la piccola serie, si delinea così una figura di designerartigiano o di designer-piccolo imprenditore. Muovendo sempre da un rinnovato interesse per la manualità e la sperimentazione diretta sulla materia, l’autoproduzione può diventare dunque la via maestra per coinciliare il bisogno di creatività di giovani designer.

“Noi facciamo, noi produciamo” sembra essere questo il motto degli studenti della facoltà di Design e Arti della Libera Università di Bolzano che sono sbarcarti al FuoriSalone di Milano con FUCINA, una collezione di oggetti autoprodotti. Un’idea coraggiosa se si pensa a un sistema in cui università e mondo del lavoro si parlano poco e l’imprenditorialità giovanile è un fenomeno ormai  raro che si perde nelle tortusità della burocrazia. Proprio per questo il nome FUCINA, un luogo dove idee appena nate e ancora “incandescenti” possono essere affinate e forgiate fino a realizzare un prodotto maturo per il mercato.

A dare il via a questo progetto under 30, l’ impulso del preside Kuno Prey con la collaborazione di uno studente di design Nicola Gatti e un neolaureato in economia Arnbjorn Eggerz, che insieme hanno studiato la piattaforma per la gestione e la distribuzione dei progetti realizzati dagli studenti negli ultimi anni.

È interessante notare come i nuovi designer che non abbiano accesso diretto al processo industriale, ma un forte bisogno di produrre i proprio oggetti, con la pratica dell’autoproduzione e con risorse limitate, stiano trasformando il volto del nuovo design contemporaneo.