Me ne vado

muss

ok, ci siamo.
è arrivato il momento di puntare a caso il dito sul mappamondo e decidere dove emigrare.
addio casa, affetti, amici, cinema magistralmente doppiato.
pare che iran, birmania e corea del nord garantiscano una democrazia migliore della nostra.

quindi il fascismo era ok.
quindi i patrioti erano quelli di salò.
cazzo, NON CI POSSO CREDERE.

ed è pazzesco come queste dichiarazioni trovino riscontro nell’opinione pubblica: è sufficiente andare sul sito di qualuque giornale e leggere i commenti lasciati dagli utenti.

agghiaccianti!

ma, amico fascista (sui forum “lupo nero”, “aquila nera”, “corvo nero”… insomma, animale nero), ti rendi conto che “fascismo” vuol dire che uno comanda, ha potere di vita o di morte ANCHE SU DI TE, CARO CAMERATA?
mi viene da pensare che chi è così a destra non abbia abbastanza autostima da credere di meritare la libertà, chissà, qualche strano senso di colpa…
che non abbiano desideri? non capisco.

e così, anno MMVIII (anno LXXXVI del Ventennio), siamo ancora nel dopoguerra, non abbiamo ancora risolto nulla.
cosa facciamo, qualche bel regolamento di conti comunisti/fascisti?

magari una bella guerra civile, sanguinosa il giusto, con qualche spassosissima atrocità di massa?
butto giù due idee: qualche migliaio di stupri? mine antiuomo? boh, cos’altro…. ah, già, campi di sterminio, banale ma funziona sempre.

negli ultimi anni in politica si sono animate tensioni pazzesche, climi di odio e disprezzo tra “comunisti” e “quelli di destra”.
tale odio si è gradualmente trasferito anche nelle nostre vite private: uno di sinistra, solitamente, guarda con un certo disgusto i berlusconiani-lampada abbronzante-cocaina-ultimo telefonino mentre quelli di destra schifano i cenciosi comunisti-rolla sigarette/spinelli-seduti per terra ai concerti-abbigliamento del balon.

invece di sedare queste divisioni, le si fomenta sempre di più, con toni sempre più accesi.
se portiamo il discorso a tali pericolosissimi (e grottescamente anacronistici) estremismi, ci sarà una bella massa di ignoranti che seguirà gli annunci più roboanti e ne farà linee guida per la vita.
ma per favore, italiani, popolo italiano, possiamo andare avanti, invece che indietro?

se ci metti che tra un po’ usa-urs… cioè, russia, vengono alle mani…
io non ci voglio entrare in queste PUTTANATE, me ne vado in australia – sperando sia sufficientemente lontana.

La percezione dell’architettura di Stefano

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In quanto architetto, i manufatti con cui ho più spesso a che fare sono proprio architetture (o comunque oggetti edilizi) e riscontro sempre di più come le stesse siano in realtà la riproduzione di un organismo approssimativamente umano.

  • la struttura? ossa.
  • i tamponamenti? pelle.
  • i sistemi di controllo? cervello.
  • i sistemi di rilevamento? udito, olfatto, vista, tatto.
  • l’impianto elettrico? terminazioni nervose.
  • gli impianti idrici ed idraulici? vene, arterie.
  • l’energia elettrica, i carburanti impiegati? cibo.
  • gli scarichi e le fognature? apparato digerente.
  • il sistema di raccolta e rimozione dei rifiuti? ancora apparato digerente.
  • gli impianti di condizionamento e riscaldamento? polmoni.
  • le guaine, i manti di copertura, gli isolamenti? capelli, pelo, grasso epidermico.

non riesco a finire, ne ho sicuramente dimenticati.

quando guardo un edificio (nel mio lavoro capita spesso) la sensazione che mi dà è di essere, prima che un involucro, un nodo della grande maglia energetica che copre il territorio.

mi sembra un punto in una rete, punto che richiede, che “mangia” una grande quantità di cibo.

quando si costruisce si porta l’energia elettrica, ci si allaccia all’acquedotto, alla fognatura, alle reti telefoniche e di qualunque altra natura, estendendole, “urbanizzando” nel vero senso della parola altro territorio.

per garantire i numerosi requisiti che un corpo edilizio deve soddisfare (cito a mero titolo di esempio e senza pretese di esaustività sicurezza, benessere, fruibilità, compatibilità ambientale, estetica – e si tratta solo di macro-categorie, ciascuna di queste racchiude discorsi molto ampi, articolati ed oggetto di legislazione) lo si deve pensare in modo il più possibile olistico, integrato.

ciò non vuol dire che l’architetto debba anche dimensionare i condotti di portata dell’impianto di condizionamento, ovvio, ma come può pensare un’architettura senza tenerne conto? come può un progettista concepire delle soluzioni realmente efficaci approcciando il tema con l’arroganza di porsi al centro, per primo, come se il resto delle problematiche venissero dopo il suo “colpo di genio” in cemento?

qualcuno potrebbe dire “stai parlando di edilizia”.

sono consapevole delle differenze tra “architettura” ed “edilizia”.

però la prima non dovrebbe forse soddisfare tutte le esigenze della seconda, e ancora di più?

se un opera non è in grado di essere funzionale, economica, compatibile a livello ambientale, allora la bellezza, le implicazioni sociali e politiche gli sono inutili (maslow vale anche per gli edifici: non puoi pensare di soddisfare un livello di esigenze se non hai soddisfatto i livelli inferiori). si tratta, dal mio punto di vista, di un progetto sbagliato.

tornando alla metafora del corpo umano sì, lo so, e trita e ritrita. già sentita mille volte per tantissimi altri discorsi (così al volo mi viene in mente il traffico nelle città).

possiamo sbadigliare e non pensarci.

però forse possiamo arrivare ad intuire che l’uomo è in grado di concepire limitatamente a ciò che egli stesso è.

potrebbero esserci altri modi di costruire, totalmente diversi, esagerando potremmo definirli “alieni”.se fossimo dei blob probabilmente vivremmo dentro ad un budino caldo.però non scopriremo mai queste alternative, perché la nostra “forma mentis” è sorella gemella dal nostro essere biologico. jung, tra l’altro, conferma.

Il sorprendente monopolio della qualità

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è confermato.

siamo in troppi.

ce ne eravamo resi conto già dal discorso sulle risorse ambientali: “stanno finendo“, “non ci possiamo evolvere con questo ritmo“, etc…

lo si scopre sempre di più quando si tenta di entrare nel mondo del lavoro (invii 120 curriculum, ti rispondono dispiaciuti in quattro, alla fine trovi lavoro da uno che ti passa € 600 in nero per un impegno a tempo pieno – ovviamente mi riferisco solo ai laureati, gli idraulici a 21 anni hanno già la BMW).

se ne ha una conferma definitiva quando cerchi parcheggio il sabato sera.

siamo in troppi.

e attualmente sembra che i vecchi metodi per il contenimento demografico non si possano più applicare.

un’epidemia?

malattie è indubbio, ce ne sono, ma niente grazie al cielo di paragonabile ad una bella peste (quella del 1350 ha causato la morte di un terzo della popolazione europea).

una sacrosanta guerra?

la seconda guerra mondiale ha insegnato: oggi si fanno i bombardamenti intelligenti, si colpiscono obiettivi precisi, si evitano, per quanto possibile, le vittime civili e non si porta più “la guerra” per le strade delle nostre città.

e il mercato cosa dice?

dice che devi produrre sempre di più, in meno tempo, a costi più bassi, perché se non lo farai tu lo farà qualcun altro.

i committenti non si affidano ai più bravi, si affidano ai più veloci, ai più economici, decretando la fine del professionismo e l’avvento dell’era del “dilettante allo sbaraglio”.

esempio:

il pubblico gioisce di fronte ai prezzi degli articoli tecnologici, in costante picchiata – solo la moda tiene prezzi alti, è costretta altrimenti non sarebbe status-symbol – salvo poi lamentarsi perché il nuovo lettore DVD “si è rotto subito” e trovarsi ad affrontare soli, dei moderni don chisciotte, la battaglia contro i mulini a vento dei call center, con le loro litanie “non sono autorizzato a prendere questa decisione” o “non le posso passare un superiore” e scoprire alla fine che la stramaledetta garanzia non vale un fico secco.

tuttavia ci sono figure che ancora non si sono arrese. ci sono professionisti che ancora osano comportarsi come i capaci artigiani di qualche tempo fa. ci sono persone che non improvvisano.

il mio ottico è una di queste persone.

lo si capisce subito: il suo bugigattolo ha davvero poco sex appeal, le montature non sono particolarmente “fighette” (ad esempio non tratta quelle orrende montature con doppia asta) e non c’è la solita commessa superfica con bocce in vista.

lui si presenta in camice bianco, con uno strano distintivo di qualche associazione di optometristi che solo lui, ormai, rappresenta.

scrive con una stilografica e soffia sull’inchiostro per asciugarlo – roba da ‘800.

poi inizia a raccontarti cosa deve fare, ragiona sulle montature come mai avevi sentito fare, ti spiega il taglio delle lenti ed il grado di libertà che c’è nel realizzare un occhiale.

ha bisogno di tempi lunghi (in certi posti ti cagano gli occhiali nuovi in mezza giornata), devi aspettare, devi telefonare, chiedere e sperare.

finché non ti consegna il prodotto finito.

però nel momento in cui indossi il sudato acquisto, ti rendi conto di aver fatto bene a rivolgerti a lui.

vista perfetta, tanto perfetta che è il cervello a questo punto a non riuscire a farne un buon uso, abituato com’è a vedere attraverso occhiali approssimativi.

e così, mentre guardi il mondo per la prima volta (le chiome degli alberi non sono una matassa unica, sono costituite da tante foglie!) raggiungi l’illuminazione: il professionismo non è morto.

e non solo, il professionismo, per quanto dolorante, bastonato e svilito, vince rispetto a tutti gli altri.

certo, devo dire per concludere, il professionismo si fa pagare il giusto e non fa sconti.

Iu Ess Ei

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iu – ess – ei

iu – ess – ei

stati uniti. da non crederci. sali su un aereo e la sorte ti assegna una poltrona nella fila centrale. a parte l’accelerazione del decollo e le sgommate dell’atterraggio, per quanto ti riguarda potresti non essere mai partito. e invece scendi e tutti masticano un “uanagana” quasi incomprensibile, tutto è “sso cool”, ti parlano chiamandoti “man” o “guy”, tutto è sovradimensionato e così simile ai film da sembrare una caricatura. la bandiera ovunque, i cori natalizi nei centri commerciali, la sartoria italiana (mai vista da noi) dai prezzi alle stelle, il nauseante caffé degli starbucks , la cui folle temperatura tiene per un tempo incredibile, le inspiegabilmente minuscole bustine di zucchero, le enormi auto, le infinite limousine, i dollari che ti saltano fuori dal portafoglio, la mancia ai camerieri, le carte di credito, i grattacieli, la sorprendente gentilezza degli americani, le ragazze di milwakee che ti baccagliano, i colleghi americani (mark), l’incredibile facility manager (steve), la pronuncia mai corretta del mio nome, le bevande sempre troppo ghiacciate, il cibo stra-fritto che ti fa vedere i mac donald come paradisi del benessere, le case decorate con mille luci per natale – tutto splendido per natale, si può fumare nei locali, il vento, freddissimo, il presidente imperiale della american appraisal (ah, io lavoro per american appraisal), le signore degli uffici che si inteneriscono davanti ad uno sbarbatello chiuso in giacca e cravatta, i 100 sopralluoghi e le 1000 facce americane che dai “cubicals” ti guardano e pensano “ma questo chi è e perché mi fotografa?” ma nonostante tutto ti dicono “hi”, i letti straordinariamente comodi, l’onnipresenza della televisione (basket e football senza pietà) e dei suoi relativi accessori (poltrone vibranti in pelle multisnodo anatomiche anche termoriscaldate), i numerosi ciccioni, ‘sta pronuncia impastata che ti fa capire “dallas” quando dicono “dollars”, lo show pazzesco chicago bulls – los angeles lakers (let’s-go-bulls, let’s-go-bulls) il peggio gangsta modello video hip-hop che si scusa quando ti passa davanti, le tette gonfie per gli estrogeni, le tette al silicone, i culi mai a posto ma gli occhi magnifici.

mi è sembrato di star via una vita intera.

passioni, amicizie, impegni… tutto lontanissimo.

forse tanto più si dimentica quanti più chilometri si mettono tra noi e casa.

Vigilantes

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Lo si potrebbe pensare un semplice giochino, un trastullo per le ore buche della mattinata, e senza dubbio non sarebbe un errore.

Questo gioco, però, impone riflessioni su quanto siamo spiati nelle azioni della nostra vita quotidiana: semplicemente passeggiando nel centro di una qualunque città veniamo ripresi da centinaia di telecamere, delle banche, dei supermercati, delle videoteche e di mille altre attività commerciali.

La seconda riflessione riguarda invece la nostra educazione civica: le azioni che vediamo compiersi sotto le telecamere sono davvero un passato che non tornerà oppure c’è qualcosa che ancora dobbiamo imparare?

Mi raccomando, si sta parlando del bene di tutti!

http://martinlechevallier.free.fr/english/A_vigilance.html