Infografica – More than words

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Negli ultimi anni si è sentito spesso parlare di “Infografica” ma molti ancora non ne hanno compreso pienamente il significato. Effettivamente quando si parla di Data Visualization, Information Design, Visual Content, Data Scape e Infografiche la confusione è comprensibile e la mia, nello specifico, è assoluta.
Una veloce ricerca in rete mostra che il termine “infographic” ha registrato ultimamente un aumento eccezionale di popolarità, in gran parte dovuto all’utilizzo di questo sistema per i contenuti editoriali sul web. Questo è il termine generale che racchiude tutti gli altri e in sostanza descrive un qualsiasi elemento grafico che rappresenta dei dati o delle informazioni. O entrambe le cose.
Nell’abbondanza di dati in cui viviamo, si sente probabilmente l’esigenza di dare un senso ai numeri, in modo da semplificarne la comprensione a colpo d’occhio. Questo ha portato alla definizione di una serie infinita di sub-categorie facilmente confondibili.
La Data visualization ad esempio significa letteralmente la visualizzazione dei dati. Le informazioni vengono visualizzate in modo chiaro e immediato per l’utente, che può quindi assimilare e interpretare i dati rapidamente.
La Datavisualization è l’infografica più pregna di numeri ed è in genere quella che i puristi potrebbero definire come vera infografica. Queste rappresentazioni tendono ad essere complesse, visto che spesso si cerca di visualizzare un gran numero di dati. In alcuni casi queste grafiche sono soltanto “opere d’arte”, ma se sviluppate correttamente possono rappresentare sia arte che significato, consentendo al lettore di decifrare i dati e riconoscere le tendenze.
A guardarsi intorno, siamo bersagliati di continuo dalla generale tendenza della riscoperta di stili “precedenti”. Anche l’infografica, seguendo questa linea, si guarda alle spalle per scoprire come il suo “essere oggi” non sia una rivoluzione bensì un’idea che risale fino all’antichità, dove le mappe costituivano lo strumento essenziale per conoscere e raccontare il mondo.
Uno strumento quindi tradizionale ma che forse può trovare nella diffusione e quotidianità della sua applicazione degli elementi di innovazione. Forse l’elemento rivoluzionario delle infografiche sta nelle strumentazioni utilizzate per produrle e nell’originalità del loro impiego.
Un esempio di possibile utilizzo alternativo è quello proposto dall’artista Golan Levin che ha costruito una forma per creare diagrammi a torta variabili con cui raccontare statistiche da graffitare sui muri. Info-graffitti, insomma, in cui il dato statistico prende forma per ottenere un diagramma a torta adeguato e poi proiettato su di un muro con l’utilizzo di uno spray.
Anche Tim Devin, street-artist di Boston ha reso l’infografica un’arte creando delle information graphic sulla sua città e affiggendole su muri e pali per informare la gente. Un esperimento simile, quindi, a quello realizzato da Designlove per trasportare l’infografica nella vita reale.
Abbiamo visto come l’infografica di solito trasforma i dati in visualizzazioni grafiche, ma nell’esperimento info-creativo di SoundAffects (di “Parsons, The New School for Design”) è diventata qualcosa di più di un semplice mezzo di informazione. Questa volta i dati di partenza non sono solo dati statistici. Sono i dati relativi ai fenomeni più diffusi e comuni di una città: i passi pedonali, le luci dei semafori, il suono dei clacson. La novità è che questi dati vengono visualizzati graficamente sottoforma di musica come mostra questo video.

Per approfondimenti:

Il futuro è libero. Software open source nella PA

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“Il tempo costituisce un bene della vita e, pertanto,
il ritardo nella conclusione di un procedimento
comporta un costo e causa un danno che,
se accertato e adeguatamente provato, va comunque risarcito”
Una recente sentenza del Consiglio di Stato ha riconosciuto il legittimo risarcimento del danno biologico per i ritardi dovuti all’inefficienza della Pubblica Amministrazione. Questo episodio è sintomatico della necessità di una riorganizzazione procedurale delle attività svolte in ambito pubblico.
Nel corso degli ultimi dieci anni, tuttavia, il modo di operare delle organizzazioni locali, regionali e statali ha già cominciato un processo di cambiamento radicale, non solo per quanto riguarda l’accessibilità delle informazioni attraverso applicazioni web ma anche per quanto concerne l’interoperabilità che coinvolgono più dipartimenti e settori della pubblica amministrazione.
Uno strumento utile a tal fine e che sta attraversando un periodo di crescente attenzione, da parte degli utenti così come degli studiosi e delle istituzioni, è l’Open Source Software (OSS). Con tale espressione si fa riferimento a “software” in cui l’autore ha stabilito di concedere una serie di fondamentali libertà all’utilizzatore attraverso un “license agreement”: tra queste libertà figurano la possibilità di studiare il funzionamento del programma, di adattare il codice sorgente alle proprie esigenze, di aggiornare il programma, di utilizzarlo per ogni scopo e su qualsiasi numero di macchine e di ridistribuire copie del programma ad altri utilizzatori.
Sebbene la tecnologia open source non rappresenti una novità per la pubblica amministrazione, sta rivestendo un ruolo sempre più importante nello sviluppo della prossima generazione di applicazioni informative altamente scalabili. Molte di queste applicazioni sono basate sullo stack software open source LAMP (Linux, Apache, MySQL, PHP / Python / Perl), che costituisce la principale infrastruttura per lo sviluppo e utilizzo di applicazioni economicamente vantaggiose.
Nell’ambito dell’Unione Europea sono state varate iniziative specifiche per la promozione e diffusione delle risorse informatiche a codice aperto sia nel settore pubblico sia nel mondo imprenditoriale privato. La Commissione Europea ha predisposto un programma denominato IDABC ovvero “Interoperable Delivery of European eGovernment Services to public Administrations, Business and Citizens”, finalizzato all’utilizzo delle opportunità offerte dalle tecnologie della comunicazione e dell’informazione, a fornire consulenza e sostegno per i servizi del settore pubblico nei confronti dei cittadini e delle imprese in Europa, nonché a migliorare l’efficienza e la collaborazione fra le pubbliche amministrazioni europee.
La Commissione Europea ha, quindi, assunto una linea propositiva nei confronti degli Stati Membri nella direzione dell’open source nell’ambito del proprio programma generale di armonizzazione delle procedure gestionali nel settore pubblico.
In Italia la possibilità di acquisizione ed utilizzo di programmi informatici “open source” viene sancita con la pubblicazione della Direttiva del 19 dicembre 2003 “Sviluppo ed utilizzazione dei programmi informatici da parte delle PA” (G.U. 7 febbraio 2004, n. 31).
L’emanazione di tale Direttiva è sintomatica di come anche le istituzioni italiane abbiano preso consapevolezza della rilevanza e delle potenzialità dell’OSS, anche se accompagnata da un atteggiamento di prudenza, in relazione alle possibili criticità.
Di ciò si ha chiara evidenza nelle scelte operate dalle istituzioni, che stanno investendo molto per arrivare ad un’analisi e ad un monitoraggio costante del fenomeno relativo all’utilizzo di OSS da parte della P.A.
Gli elementi che rendono l’OSS così interessante per la P.A. possono essere sintetizzati come segue:
• maggiore interoperabilità: il software open source si basa tipicamente su standard aperti, il che facilita la condivisione di informazioni rispetto ai sistemi di tipo proprietario.;
• eliminazione del lock-in: l’open source è flessibile ed elimina la dipendenza da una particolare piattaforma o un particolare fornitore;
• maggiore sicurezza: gli studi hanno dimostrato che il software open source è più affidabile e più sicuro rispetto al software di tipo proprietario. Quando sono necessarie delle patch, queste sono tipicamente disponibili in poche ore, anziché in giorni o mesi,
• minore costo totale di gestione: gli studi hanno dimostrato che la migliore affidabilità e produttività del software open source, unite ai minori costi per hardware e software, possono generare un costo totale di gestione inferiore del 90% rispetto al tradizionale software di tipo proprietario.
Le difficoltà principali, invece, sono dovute alla “non conoscenza” dei prodotti OS da parte del personale informatico e dalla presenza di diversi applicativi, magari anche datati, di cui le software house produttrici non hanno il know-how necessario per un porting su sistemi operativi OS.
Il lavoro più impegnativo risulta quindi essere quello di formare nel minor tempo possibile, con delle skill abbastanza elevate, il personale delle PA aggravando in questo modo le spese delle amministrazioni.
In sintesi, è semplicistico pensare che nella PA sia possibile, senza sforzo iniziale e competenze interne, beneficiare di aggiornamenti e potenziamenti gratuiti, nel quadro di un sistema a codice sorgente aperto. D’altronde molte di queste considerazioni valgono anche per gli sviluppi proprietari.
Forse il paradigma OSS può contribuire ad applicare buone regole troppo spesso solo enunciate e ad attivare un ciclo virtuoso di sviluppo del software, in un modello di business originale e promettente.
La partita è aperta e, specialmente nella Pubblica Amministrazione, avvincente.
Per Approfondimenti:
– Open Source Observatory and Repository http://www.osor.eu/
– Petizione Bundestux (Germania) http://www2.bundestux.de/bundestux_alt/english.html
– DigitPA – Ente nazionale per la digitalizzazione della pubblica amministrazione http://www.digitpa.gov.it/

Buone pratiche di pianificazione a impatto zero

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In the suburbs, I learned to drive (…)
Running through the yard
And all the walls that they built in the 70s finally fall
And all of the houses they built in the 70s finally fall
It meant nothing at all
It meant nothing at all
It meant nothing (…)

Under the overpass. In the parking lot we’re still waiting…

(Arcade Fire, The suburbs – 2010)

Il grande successo del film prodotto da WWF e Legambiente Parma insieme a Il Borgo, LIPU e Le città invisibili dal titolo Il Suolo Minacciato è la testimonianza di come il tema delle periferie e dello sprawl urbano sia ancora di forte attualità in Italia come all’estero. I promotori di questo film-documentario sono spinti dalla convinzione che il problema, non solo ambientale, dell’incontrollato consumo di suolo e territorio, per essere efficacemente contrastato richieda una più ampia presa di coscienza collettiva dei costi che esso comporta, delle cause che lo alimentano e soprattutto dell’esistenza di modelli alternativi nell’uso del governo del territorio.

Da qui l’idea del film documentario, che testimoniasse con imma­gini quanto stava (e sta tut­tora) acca­dendo al territorio della Food Valley, preso come caso emble­ma­tico e parados­sale del territorio nazio­nale, e che rac­con­tasse cos’è è il suolo, cosa signi­fica per­derlo e cosa si può fare per con­ser­varlo senza intac­care, anzi sem­mai raf­for­zando, le pro­spet­tive di benes­sere della società.
Il segnale della forte attenzione al tema, viene dal numero cre­scente di amministrazioni locali, che autonomamente, pur nelle dif­fi­coltà impo­ste dal qua­dro nazio­nale, si pon­gono l’obiettivo di con­te­nere e, se pos­si­bile, azze­rare il con­sumo di suolo nella con­vin­zione che que­sto sia un bene stra­te­gico da pre­ser­vare per la comu­nità.
I cosiddetti Piani “a crescita zero” ne sono un esempio.
Le prime esperienze si possono far risalire agli anni ’90 con l’obiettivo dello zero consumo di suolo per il piano di Napoli coordinato da Vezio De Lucia (approvato nel 2004), o quello di Lastra a Signa senza aree di espansione (2004). Altri noti sono quelli per Cassinetta di Lugagnano nell’area metropolitana di Milano (approvato nel 2007), quello di Solza (BG) e di Campello sul Clitunno (PG).
Situazioni diverse, dove però si cerca una risposta pratica, non ideologica e di lungo periodo al tema della sostenibilità, utilizzando il territorio come nodo per affrontare altri temi, quello energetico, o ambientale in senso lato, o di rapporto fra sviluppo e qualità della vita.
Le critiche più frequenti a questa tipologia di piani possono essere riassunte con “utopie ambientaliste”, “progetti velleitari destinati a tramontare insieme ai loro sponsor politico-culturali”, “ostacoli alle attività di trasformazione indispensabili alla nostra civiltà”. In realtà, il solo fatto di essersi tradotti in strumenti approvati di governo del territorio ne sta cominciando a dimostrare la validità.
Il ruolo dei cittadini e i processi di partecipazione messi in atto hanno assunto un ruolo fondamentale per la predisposizione di questa “famiglia” di piani.
Gli esempi riportati sono stati redatti considerando anche la valutazione delle istanze dei cittadini, raccogliendo le esigenze delle proprie comunità, attraverso un processo trasparente di confronto con la popolazione, di inquadramento in una prospettiva di area vasta e di cooperazione con gli altri comuni.
Tale processo ha permesso di elaborare un quadro preciso delle nuove esigenze dei territori in questione, favorendo un innovativo modello partecipativo che, combinato con i principi stabiliti dalle Amministrazioni comunali ha permesso di dare risposte il più possibile coerenti alle aspettative.

Dopo aver esaminato la virtuosità dei piccoli Comuni viene da chiedersi se un modello di questo genere sia davvero proponibile fuori dai piccoli borghi. O meglio se sia davvero esportabile a scala socioeconomica e territoriale vasta un’idea di vita almeno in parte alternativa a quella a cui siamo abituati.  Difficile dare una risposta, ma significativo un commento di Fabrizio Bottini Ambiente e territorio sono la cosa su cui appoggiamo i piedi. Un po’ sopra, senza soluzione di continuità, c’è la testa. “